venerdì 19 dicembre 2014

There's a Riot Going On

"You can't leave 'cause your heart is there But, sure, you can't stay 'cause you been somewhere else"
-- Sly and the Family Stone


Ho conosciuto una persona incredibile questo lunedì. Una persona come non ne fanno più, o molto poche. Ma voglio coccolarmi per me stesso questo 'segreto', nutrirmene e vedere cosa fiorisce da esso. Intanto è cambiato il mio modo di lavorare sulle fotografie. Nei miei ultimi autoritratti e nel mio ultimo progetto all'aperto, questo giovedì di dicembre, ho cercato meno contrasti duri e più transizioni morbide. Non l'ho fatto in virtù di un qualche ragionamento, ma d'istinto.

Sono stato a fare fotografie in zona Bonola, una zona di Milano che frequentavo quando studiavo in università più di dieci anni fa. In quel quartiere, a ridosso del centro commerciale, c'è una biblioteca pubblica dove il sabato mi trovavo a studiare con dei miei amici che vivevano in zona. A volte mi fermavo anche a dormire da loro. Con qualcuno condividevo anche gusti musicali, ci scambiavamo cassette, e uno di loro per un po' mi aveva anche prestato una chitarra elettrica e un amplificatore. Volevamo mettere in piedi un gruppo.

In quel periodo ero appassionato di musica, andavo molto spesso a vedere concerti dal vivo coi miei amici e cercavo musicisti che sapessero comunicare con la mia anima. Se trovavo dei gruppi rock italiani che esprimevano un'anima pasoliniana – e ce n'erano, a differenza di oggi – mi ci affezionavo. Io e il mio amico avevamo fatto delle selezioni per un batterista e un secondo chitarrista – il mio amico suonava il basso – e affittavamo una sala prove dove elaborare idee, provare brani inediti, chiacchierare.

Niente di quel periodo è decollato veramente, il mio amico è andato a studiare scuola di cinema e io ho iniziato un mio percorso che mi ha portato ad avere sfiducia nell'università, ad abbandonarla, e a cercare soddisfazioni in lavori più o meno temporanei che mi portassero dei soldi in tasca per le mie esigenze quotidiane. Mi mancavano due esami e la tesi. Avevo la media del 28/30. Ma avevo una grande sfiducia nei confronti delle istituzioni, e volevo sperimentare 'la vita', al di fuori della patina dorata dello studio. Anche perché mi sarei laureato in storia, e il mio 'posto nel mondo' sarebbe stato l'insegnamento. Ci pensai bene, e decisi che non era la mia strada, anche se avevo iniziato proprio per quello a studiare. Ma a quel punto, preferivo 'l'avventura'.

Tre anni fa, quando presi in mano la mia macchina fotografica, per qualche giorno, mentre andavo in giro a scattare più o meno a caso, mi girava per la testa questa domanda: 'ma perché mi devo esprimere?'. Mi resi conto che questa domanda sotto sotto aveva in qualche modo inficiato tutti i miei tentativi post adolescenziali di essere creativo, con la musica, con la scrittura; avevo un tarlo dentro: che la vita fosse nulla. C'è la morte in fondo, no? E se la morte è la fine di tutto, perché cercare qualcosa di più della mera sopravvivenza. Mi nutrivo di creatività altrui, mi interessava l'intelligenza, la sensibilità, ma vedevo l'ombra della fine incombere su tutto.

Cercai di avvicinarmici a quella fine, perché volevo sapere fortemente se c'era qualcosa dopo. Mi sono avvicinato a diverse situazioni e dimensioni del dolore, perché ero stanco di vedere che la maggior parte della gente a me vicina le evitava, evitava di approcciarle, di rapportarcisi, tagliando fuori esseri umani dal consesso sociale e lasciandoli in balia di situazioni di potere dove essi erano succubi. Sono domande che ancora mi restano, cui vorrei trovare risposte personali, al di fuori di qualsiasi ambito codificato del sapere umano. Per questo motivo mi incantano certe personalità, perché trovo che abbiano una relazione forte con sé stessi, con la vita, con la realtà, e che traccino percorsi personali e non codificabili di vita.

Ora, cosa ho provato ieri pomeriggio ad avvicinarmi così tanto a ricordi a me famigliari? Allora, innanzitutto appena esci dalla metropolitana, ci sono un sacco di graffiti. Uno, quello che vedete in una delle mie foto, recita: 'Ognuno merita il regime che sopporta'. Mi sono sentito a mio agio. Inizialmente volevo stare lontano dal centro commerciale, e ho iniziato a girargli intorno. C'erano strade molto ampie, con palazzoni sparsi qua e là ma con molto verde in mezzo. Mi son detto 'Bene, che me ne faccio di tutto ciò?' e mi sono avvicinato a un bar dove ho consumato un caffé, vedete nelle mie foto anche un signore che leggeva il giornale seduto a un tavolino.

Mentre gironzolo, penso ai miei vecchi amici, e mi domando se mi interessi per caso risentirli. Ma credo di essere cambiato molto da allora, di essere una persona molto diversa. Ho rivisto uno di loro un paio di anni fa, ci siamo ritrovati in una sera a bere birra e a raccontarci un po' di cose. Lui è sposato adesso, ci siamo trovati bene ma abbiamo fatto delle scelte molto diverse. Io non ho bisogno di sentirmi a casa, di trovare una casa. La ricerca dell'amore per me è un'alta cosa. Ovviamente ho provato una punta di nostalgia, ma non ho grossi rimpianti per quello che ho abbandonato.

Credo anzi che per ogni persona che sa un certo tipo di scelte di vita, ci sia bisogno di almeno un'altra persona che sperimenti cose nuove, diverse. Difficile dire cosa avrei trovato, di 'diverso', nel centro commerciale quando ci sono entrato perché l'esterno non mi attraeva, fotograficamente parlando. In realtà lo sapevo, ma ho scelto di 'non giudicare'. Ci starebbe bene una emoticon con la linguetta di fuori. Bonola non è un centro commerciale rutilante, ipermoderno. E' un posto molto famigliare. Ho sentito mentre camminavo una vecchietta che si lamentava con delle amiche perché aveva rotto il telecomando e doveva comprarsene uno nuovo.

Aveva l'espressione preoccupata, di chi non può permettersi molte spese extra. Per tutto il centro commerciale c'erano bancarelle in mezzo ai corridoi con prodotti natalizi: candele a forma di fiore, statuine del presepe in legno, sciarpe, gadgettini. Un'atmosfera innocua, anche se di solito di fronte a tutte queste cose io mi domando quanto siano davvero innocue. Credo che queste atmosfere WASP vadano a braccetto con frasi come 'io voglio una vita tranquilla', cosa che mi ha sempre fatto sorridere. Proprio quindici giorni fa ho assistito a performances di persone che soffrono di disagio psichico recitare poesie e cantare e suonare, con Dori Ghezzi che diceva che questo tipo di persone sanno andare più a fondo di noi.

A me piace andare a fondo. E' bello. Ti ritrovi a coltivare qualcosa, qualcosa che ha a che fare col cuore, mentre il mondo di fuori passa ignaro di sé. Lo scriveva anche Bulgakov, che il mondo è il teatro e viceversa. Nel mondo, nella vita quotidiana, ci sono clichés di comportamento da rispettare, che fanno passare la vita su binari consolidati, ma senza che accada nulla. Rischi di diventare uno stereotipo. Bulgakov era convinto che solo nel teatro era possibile vivere, raccogliere le tensioni del mondo e poi giocare a farle scoppiare, che in fondo l'artificio è più reale della vita vera, quella dove c'è crisi economica e speri che non ti succeda niente di male, ma poi ti metti in pantofole occupandoti se puoi di godere un pochetto – non tanto, se no diventi vizioso! - di qualcosa.


Ma se devo trarre un senso da tutte le cose che ho visto e fotografato, compreso un tenero orsacchiotto in una vetrina, devo dire che beh, capisco perché Jack Kerouac abbia a un certo punto preso un sacco a pelo e si sia messo a viaggiare da solo di notte, per meditare su Buddha e sulla natura umana, lontano da tutto questo mondo di brave persone senza tanto sale. A mio modo, lo sto facendo anche io. Saranno le feste, saranno le amicizie, ma non ho provato il senso di fastidio che di solito provo quando mi trovo in mezzo alla tabula rasa mercificata, sono fortemente convinto che ci sia un mondo dietro tutto ciò, un mondo più vero, ma lo avete nascosto bene dietro questa patina. Eppure pulsa, attira persone come me, e prima o poi leverà alta la sua voce per farsi ascoltare.  



sabato 13 dicembre 2014

Tifiamo rivolta

"Io non so se sia nata prima la prostituzione o il capitalismo, ma Sombart ha scoperto che la donna e il denaro sono due termini dipendenti l'uno dall'altro." (Mario Mariani)



Trovo una intervista ad Antoine D'Agata su youtube e improvvisamente mi ricordo. Mi ricordo del perché ho iniziato a scattare fotografie. Del perché sono innamorato dell'arte. Riascolto The Downward Spiral dei NIN e improvvisamente ho un flash su Shinya Tsukamoto, e mi ricordo improvvisamente cosa significa guardarsi dentro. Quanto mi mancano queste cose. Giro per la mia città con in mano la macchina fotografica come un morto vivente, uno zombie alla Romero, alla ricerca di frammenti di umanità. Strappo brandelli di pelle al mondo.

Il mondo non mi corrisponde più. Lo sento lontano, distante, perso. Perso nella quotidianità, perso nell'inconsapevolezza, perso nella grigia banalità del male. Cosa c'è di mio in questo mondo perso? Cosa gronda ancora di umanità, di sangue innocente, di palpiti del cuore? Mi sembra che il cuore sia stato estirpato, questo organo inutile, e il sole che mi scalda un poco in questa mattinata decembrina poggia i suoi stanchi raggi su un bisogno di nulla, su un bisogno di dimenticare, che avvolge tiepide le presenze che incontro nei giardini in memoria dei caduti di Nassirya, vicino al centro commerciale di Bonola.

Raccolgo con la mia Nikon, una macchina fotografica che forse non è più in commercio – troppo rumorosa, forse è considerata uno scarto di produzione, e per questo mi piace tanto – due figure umane. Una vecchia signora quasi piegata da un peso invisibile, e un altro signore anziano che quasi sorride tra sé, chissà per quale motivo, mentre gli passo davanti e lo congelo con la mia attrezzatura. Ho la sensazione di vivere in un mondo frammentato, privo di unità, e infatti una cara amica mi racconta le sue ultime storie sentimentali, con un uomo che fa fatica ad accettarla per quello che è e che abdica la propria realizzazione come artista dedicandosi alla musica commerciale.

Torno a casa e come al solito ho in testa le fotografie di Moriyama, ma decido di utilizzare in postproduzione un diverso tipo di contrasto per le mie creazioni. Non assomigliano a nulla, le mie ultime foto di questa settimana, rimangono scatti presi sotto una luce forte e obliqua, l'unico giorno di sole da una settimana a questa parte, per il resto il panorama quotidiano è un cielo cupo, nemmeno nuvoloso, solo scuro, come fossimo al Polo Nord coi suoi sei mesi di inverno, e mi domando come mai la luce manchi sia fuori che dentro di noi. Mi domando come mai nessuno ne senta la mancanza, della luce.

Cosa significa vivere in questo mondo esploso? Leggo Kerouac la notte, me ne sto sul divano con addosso una coperta perché fa freddo in questo frammento di mondo piccolo borghese, come sempre, e improvvisamente mi trovo quasi a litigare col bisogno di santità di Kerouac, col suo essere un vagabondo che viaggia di notte su un sacco a pelo alla ricerca della santità. Se già negli anni Cinquanta rischiavi di venire arrestato se ti addentravi nei boschi di LA con un sacco a pelo, figurarsi oggi nel 2014 dove la gente ha l'orticaria per i vecchi freakettoni come Jack. Ci litigo perché quel bisogno di santità non ha quasi più nessuna espressione oggi, e mi chiedo ancora perché, perché oggi non si senta il bisogno di isolarsi, di estraniarsi, di rischiare.

Ho i capelli e la barba lunghi, ma resto comunque presentabile. Decido quindi di non tagliarmeli, almeno per ora. Perché rinnovarsi fuori, quando dentro c'è un richiamo forte a qualcosa di più forte del bisogno di un rinnovamento esterno? Osservo le foto di molti miei colleghi su vari social networks e trovo la fotografia contemporanea tale e quale ad altre arti oggi. Nessuno si esplora dentro come D'Agata, nessuno fa quello sforzo di scavo interiore. Si padroneggia benissimo la tecnica, ma niente di più della tecnica. Io preferisco fare foto sporche, trovarmi immerso nel nulla e fotografare il nulla. Sto pensando a un nuovo reportage, ma devo focalizzarmi bene su delle cose prima. Non voglio scattare a cazzo, solo perché è un lavoro.

Ovviamente ci sono ancora cose di cui mi innamoro, adoro un paio di modelle forse tre, perché due di sicuro hanno una testa superiore alla media e voglio vedere cosa faranno in futuro – una sta passando dall'altra parte, ha esposto due foto in una mostra a Londra, fatte con una vecchia macchina analogica, bellissime – ma parlando in generale sono molto scettico sugli uomini e le donne che mi circondano e sulla creatività. Non trovo più qualcuno che voglia partire da un frammento d'umanità per rinnovare tutta l'umanità. Ieri ho curiosato nel catalogo recente di una etichetta di quelle per le quali scrivevo anni fa. L'ho fatto perché stanco di ascoltare musica mainstream quando accendo la radio o surfo in rete. Ma ho trovato gli stessi difetti che quella musica stava incominciando a mostrare quando ho smesso di fare il critico.

Ho trovato artisti con una visione artistica sperimentale, ma i cui sentimenti, quelli espressi dalla musica, sono completamente sganciati dagli avvenimenti del mondo. Per contro, tutti gli artisti 'impegnati', quelli che ho sempre rifiutato, come al solito copiano formule musicali vecchie. Dopo essere stato a Londra e vedere quanto sono grandi le disparità sociali lì, e come il mondo dell'arte ne è distante – che fine ha fatto il punk anni Settanta, che fine hanno fatto i Clash? Non la lettera, che di gruppi punk Londra è piena, parlo dello spirito – mi sono reso conto che non era più possibile propagare un mondo dell'arte così sganciato dal mondo. Per un po' mi sono rifugiato nel passato come podcaster, prima di imbracciare la mia macchina fotografica e dire addio.

Pensate al fatto che un disegnatore di manga in Giappone dorme poche ore a notte perché deve realizzare un fumetto alla settimana, e vi renderete conto da soli di come la creatività sia ipersfruttata nel nostro mondo. Pensate a come fioriscono ovunque artisti che si richiamano all'uso dell'ironia per descrivere il nostro mondo e vi renderete conto di come l'esplorazione interiore sia poco praticata, forse addirittura scoraggiata. Cosa ci resta dentro? Perché così pochi artisti scavano per portare alla luce tutto quello che si sedimenta nelle nostre giornate passate a schivare ingiustizie sociali se possiamo e a obbedire a un padrone invisibile che utilizza la paura per scoraggiarci? Possibile che nessuno si accorga che la paura ci sta costringendo a vivere isolati e soli?


Isolati e soli anche quando si è in compagnia. Ci sono troppi discorsi fatti di parole d'ordine socialmente accettate che ci allontanano da soggetti fragili – cosa occorre per scivolare dalla loro parte e diventare fragili nessuno lo dice, ma basta veramente poco – e quindi da noi stessi – siamo noi i soggetti fragili, sempre – per farci consumatori e produttori. Siamo l'unica epoca di decadenza che non sta producendo anticorpi, fenomeni di ribellione anche artistica. Ci occupiamo di mangiare, dormire, lavorare. Dove sono i nuovi Picasso, i nuovi Eyal Sivan, i nuovi Kusturica? Chi ha voglia di raccontare la nostra infinita odissea in uno spazio non più a misura d'uomo? Chi ha voglia di salvarci da questa prostituzione fisica e mentale, dalla cooptazione di corpi e spazi all'obbedienza del pensiero neo-liberale?  



sabato 6 dicembre 2014

Contro l'indifferenza

"La ricerca dell'utopia è una ricerca religiosa, un desiderio di assoluto. L'utopia è la grande fragilità della storia, ma anche la sua grande forza. In un certo senso, è l'utopia a riscattare la storia."

- Emil Cioran


Una ragazza di origine turca – turchi sono i suoi bisnonni – è stata picchiata e mandata in coma all'uscita di un fast-food di Offenbach in Germania. Aveva difeso due ragazzine contro dei ragazzi e da questi è stata picchiata. Qualche giorno fa ci sono stati i suoi funerali, e in Germania molti li hanno celebrati come simbolo della lotta contro l'indifferenza. Perché lei non ha avuto paura di prendere una posizione. Non si è fatta bella con pensieri cinici, non si è messa su un piedistallo a recitare il solito rosario di indifferenza e distacco, ha preso posizione.

E' l'unica politica che concepisco, in questo periodo in cui su tutti i giornali possiamo leggere di mafia a Roma, la nostra capitale. C'erano legami importanti tra il 'mondo di mezzo', quello della mafia appunto, e i due mondi 'di sopra' (la politica) e 'di sotto' (la gente che sta male). In un certo senso quando vivevo a Londra, abitando in un quartiere islamico molto povero e andando per locali e conferenze a scrivere di cultura, sentivo che avrei voluto io avere una posizione di mediazione tra quei due mondi, quello della cultura e quello della povertà, avrei voluto metterli in comunicazione.

Quindi questi mafiosi romani sono un po' la mia nemesi: facevano quello che avrei voluto fare io ma per profitto, e non per una missione umanitaria. Sono la mia ombra, i miei 'nemici', ed è interessante che in un mondo dove sarà molto difficile per un artista innamorarsi di una ragazza immigrata, solo le macchinazioni e le collusioni di stampo mafioso possono mettere in contatto mondi così diversi come quello della povertà e quello della politica. Ma se non altro, ora è abbastanza chiaro cosa è successo nelle periferie romane nelle settimane scorse.

Lo hanno anche mostrato a un certo punto, questo ragazzo che denunciava la venuta in periferia dieci giorni prima dei tafferugli per allontanare gli adolescenti extracomunitari di militanti di estrema destra, fomentatori e sobillatori. Qualcuno si era chiesto a cosa servisse questa sollevazione non spontanea, preparata. Evidentemente serviva alla mafia. Serviva a destabilizzare una amministrazione come quella attuale per ricordare che senza certi soggetti, senza il loro coinvolgimento e tornaconto, nulla può essere fatto? Questa è la mia ipotesi di lettura.

E allora i sentimenti più bassi, i sentimenti di divisione, i sentimenti di esclusione, il razzismo, il fascismo, sono stati titillati a dovere per lanciare un messaggio alla politica, ma so già che nessuno si porrà delle domande al riguardo. Tutti diranno che i clandestini, gli immigrati, gli zingari, sono un business, e continueranno ad essere razzisti e fascisti. Nessuno di loro si porrà il problema di quanto sono stati manipolati nel loro 'spontaneo' organizzarsi in 'squadre'. Fa male, malissimo la stampa a non far riflettere su tutto questo, coccolando la gente nel loro essere solo 'stufi'.

Sto tingendo un quadro a tinte fosche? Certo gli italiani non sono nuovi alle manipolazioni, lo sono anzi da prima dell'unità del nostro Paese, basterebbe leggersi la 'Storia della Colonna Infame' del Manzoni per rendersi conto di come la 'caccia all'untore' abbia assorbito moltissime energie e abbia visto il potere della Chiesa colluso con le credenze popolari di fronte alla sofferenza e alla paura della morte. Perché il più grande nemico del fascismo è proprio la morte. E' il dolore, la sofferenza, a manifestarsi dietro la retorica della povera gente, del povero popolo italiano.

La nostra cultura razionalista ci ha insegnato che ad avere paura della morte diventiamo tutti più fragili, più consoni a credere ciecamente, ad aver fede, in qualsiasi consolazione. Ma la realtà della morte e del dolore è sempre cancellata nella nostra società. Domenica scorsa ho visto malati di mente e carcerati recitare poesie, cantare, suonare e mi sono chiesto perché tutto questo avvenga solo in spazi appositi, come mai una Einaudi o una Mondandori non pubblichino raccolte di poesie scritte da malati di mente.

Già, si parla spesso di disabili contrapposti a extracomunitari nei discorsi fascioitalioti, ma io sono convinto che pochi condomini accetterebbero di avere in un appartamento due o tre persone che provengono dai servizi di salute mentale. Oggi come cinquant'anni fa, all'indomani delle leggi basagliane che imponevano la chiusura dei manicomi. E' sempre facile voler tutelare le minoranze senza dar loro una voce. E' facile dire 'siamo noi le vittime' anche quando si è carnefici.


Sono stato a scattare in zona San Siro, c'erano poche anime, e strade infinite. Parchi inanimati, molte macchine, poca vita. Il ritratto della mia interiorità in questo periodo, in cui ho deciso di fare silenzio dentro, di non covare i messaggi che la nostra socialità ci impone. Vi invito a staccarvi per un po' dal mondo che vi rimpinza di messaggi vittimistici, vi invito a esplorarvi dentro, e a sentire che avete dei bisogni dentro, che vanno al di là di quello che il mondo vi offre. Scopritevi individui, scoprite voi stessi.  




sabato 29 novembre 2014

Put the Freak Up Front

“Prova a meditare sul sentiero, devi solo camminare fissando la strada sotto i piedi senza guardarti intorno e così cadi in trance mentre la terra scorre sotto di te.”

-- Jack Kerouac, 'I Vagabondi del Dharma'


Domenica pomeriggio presenterò un mio reportage fotografico a un convegno milanese che ha come tema principale l''arte negletta', ovvero le creazioni artistiche di soggetti con disagio psicologico che, per la loro particolare situazione, non si vedono riconosciuti dalla cultura ufficiale come artisti. Ci sarà molta musica dal vivo, sarà come una specie di festa. Il mio reportage non ha ancora un editore, ma eventualmente aprirò un sito internet dedicato. Ci tengo molto a questi soggetti 'fragili', per via di quello che ci raccontano sul nostro mondo.

Oggi che molti pensano che le malattie mentali o i disturbi psicologici siano di origine genetica – perché per molti è più bello pensare che basti una medicina, che non occorra industriarsi più di tanto a comprendere il senso di una vita e il senso del disagio – dare voce o volto a chi è portatore sano di un potenziale rinnovamento dell'umano pare 'fuffa ideologica', come se persone con un disagio psicologico fossero solo dei poverini da curare. Nel mondo contemporaneo forse è scomparsa la 'macchia' sociale con cui venivano incasellate le famose 'isteriche', ma è diminuita la voglia di capire.

Sono molto curioso di vedere cosa i miei 'amici' proporranno, invece, perché questo è un periodo molto strano per l'arte. Ho di recente riletto Kerouac e Ginsberg, e quella libertà io non la ritrovo nel mondo artistico di oggi. Quella libertà, è stata rifiutata ed etichettata. Ne stiamo tutti pagando un prezzo, perché anche i nostri sogni sono meno liberi. Il sogno di Kerouac e Ginsberg era 'conoscere'. I nostri sogni sono improntati alla mera sopravvivenza. Eppure quando arrivano gli attacchi di panico, vuol dire che il nostro corpo ci dice 'no'. Che non possiamo vivere solo per avere dei soldi, un lavoro, magari una famiglia, ma in un mare di vuoto.

A Milano, la mia città natale, gli sgomberi contro gli 'abusivi' proseguono da una settimana buona. Pare che gli appartamenti svuotati riportino cicatrici: sanitari rotti, cose così, dalle forze dell'ordine. Eppure ci sono circa ottomila case sfitte, pronte per essere abitate, mentre in città dilaga la guerra dei poveri. 'Fate bene, così qui ci verranno ad abitare degli italiani' dicono alcuni. Ma esistono anche i comitati di quartiere – non i 'centri sociali' come dice la stampa sempre male informata quando succede qualcosa 'di sinistra', lo scrivo ironicamente – che invece pensano a un'altra politica.

Questi comitati cittadini si occupano, al contrario di chi fomenta la guerra tra poveri, di unire le forze tra persone, in modo tale che chi si trova in difficoltà non si senta solo, non venga lasciato in disparte, ma possa sentirsi parte di una comunità che lo sostiene nei momenti di maggiore sconforto, e credo che questa direzione potrebbe permetterci di creare da subito un mondo più a misura d'uomo. O vi siete scordati di cosa siamo fatti, e quali sono i nostri desideri? Pensate veramente che lasciare decidere al destino le nostre sorti salvo lamentarci del freddo della notte sia una soluzione degna di esseri umani?

Ovviamente a Milano c'è spazio per tutti, ed è così che oggi ci sarà anche un megaraduno nazista con tanto di bands inneggianti a Priebke e a tanti altri 'eroi' della 'resistenza bianca'. Non so se la raccolta firme cui ho partecipato per impedirlo sarà servita a qualcosa – lo leggerò nei prossimi giorni – ma vi segnalo che, oltre a credere che i malati di mente non debbano fare figli perché trasmetterebbero ad essi i germi della psicosi – sì, c'è gente così in giro, credetemi – c'è anche chi crede che l'Italia debba essere 'bianca e cristiana', e non 'gay e mussulmana'. Ci sono pure gruppi su Facebook dove potete esprimere il vostro 'bianco' parere.

Sono molto preoccupato da questa deriva sociale. Un mucchio di gente si preoccupa solo di portarsi a casa lo stipendio, mentre molti altri sono intenti a creare divisioni. Ma io vi dico che solo se ci relazioneremo con le minoranze, gli extracomunitari, le prostitute, i malati, potremo misurare il polso dell'umano e dar vita a sogni e visioni all'altezza del nostro sentire. La vita è breve. Io ho già quarantun'anni. Ho viaggiato e vissuto all'estero, ho vissuto momenti bellissimi, dal punto di vista culturale, e ho visto una povertà in certe situazioni come voi da qui non la potete neanche immaginare.

Nutrirsi di bellezza e sentirsi ancora più impotenti di fronte all'indigenza è un tutt'uno, questione di cuore. Decenni fa, in USA, musicisti di colore che frequentarono scuole di musica pubbliche diedero vita a un movimento artistico che permise loro di esprimere la propria visione dell'arte e della società senza freni inibitori, senza alcun tipo di autocensura, sganciandoli dal circuito perverso dell'autolesionismo della vita di strada. Qualcuno oggi meritatamente vince delle McArthur's Fellowships. Possibile che voi vi accontentiate di X Factor?

Ancora più indietro nel tempo, uno come Kerouac viaggiava su treni merci sporchi, dormiva all'addiaccio, per sperimentare la vita in Messico o in altre parti del suo continente, viaggiava per conoscere la vita – ci sarebbe da lamentarsi altro che dei nostri 'extracomunitari', questi erano fricchettoni cannaioli sballati appassionati fai-da-te del buddhismo, gente che il nostro buon senso oggi considera 'feccia', perché ci sono 'i problemi' e 'la crisi' a rinchiuderci nelle nostre case e insegnarci che l'interesse per l''altro' è utopia negativa che addirittura creerebbe mostri.

Non avete idea di quanto siete schiavi, voi che mi leggete, di quanto lo siamo tutti molto di più. C'è chi rimpiange gli anni Novanta del secolo scorso, e giustamente. Ma non immaginate quanta più libertà certi individui si sono presa ancora prima. Procuratevi una copia de 'I vagabondi del Dharma', o di 'Sotterranei', e vedrete, ne leggerete di cose che coi filtri che vi hanno imposto oggi vi faranno inorridire. Chissà cosa direste con la poca libertà mentale che avete oggi di uno come Ginsberg che ebbe delle visioni di William Blake quando iniziò a scrivere poesie. Forse sperereste che qualcuno lo avesse rinchiuso.

Non siete liberi, e la vostra mancanza di libertà non sta nel conto in banca che non avete, nel lavoro che non trovare, la vostra deprivazione di libertà sta nella vostra testa. Se non vi è mai capitato di entrare in un bordello e innamorarvi di una prostituta, non siete mai stati veramente liberi. Sì, lo dico proprio come se snocciolassi una serie di clichés buonisti di sinistra. Perché dovete smetterla di credere che la libertà sia radical chic. Vi hanno martellato con questa 'verità' e avete finito per crederci. Adesso vi racconto io qualcosa sulla libertà.

La libertà è sporca. Essere liberi significa fare errori, vivere delle proprie esperienze. Anche il linguaggio con cui pensate voi stessi cambia. Non avete più le parole della televisione, del buon senso, del decoro, della 'ragione'. La libertà ha a che fare col cuore. Da persone libere, i vostri sentimenti e le vostre emozioni batterebbero più forti alle vostre tempie. Qualche volta, per una sorta di scherzo del destino, sentireste una inedita specie di vuoto dentro di voi. Vuoto di idee, vuoto di sentimenti, vuoto di 'cose', quelle con cui la vita sociale vi riempie, ovvero le lezioni che pensate di avere imparato.

Da persone libere si smette di essere bambini. Ma non sempre si ha la sensazione di essere cresciuti. A volte ci si sente fragili e senza scampo. A volte ci si sente freddi, ghiacciati dalla morte. Perché quando si è liberi la si può incontrare. Non ci sono i discorsi belli tondi e ragionevoli, che al massimo è colpa del marocchino che viene mantenuto dallo Stato mentre lo Stato si dimentica di noi italiani. No. E' il vuoto. E non c'è nessuno con cui prendersela. Osho diceva: smettete di respirare e troverete Dio. Ecco, questa sensazione di 'silenzio', che il mondo ha smesso di parlarvi, che il mondo non esiste, è ciò che incontrerete.

Ma a partire da questo sarete liberi. La libertà è come un coltello, ferisce. Io ho sognato una poesia completa stanotte, ne stavo giusto ammirando il modo in cui i versi imitavano … ecco, non riuscii a definire cosa i versi stessero evocando al di là del letterale che mi sono svegliato. Ho avuto un lampo di consapevolezza, era tutto chiaro nel sogno, era evidente cosa avrei dovuto scrivere, ma quando mi sono svegliato tutto sparì di nuovo nell'ombra. Questa è la ferita del reale, la distanza dai nostri sogni. Quanto tempo mi ci vorrà per tradurre quel sogno in una poesia vera, da aggiungere a quelle che sto componendo da agosto?

Quando imparerete a nutrirvi dei vostri sogni in questo modo, ecco, allora sarete liberi. Non quando avrete tutti i soldi che vi permetteranno una falloplastica. Quella non è libertà. Il neo-liberismo non vi salverà. Stare bene con una donna non è questione di lunghezza. Io ho due carissime amiche, e relazionarmi con loro non implica misure di nessun tipo. Non avete idea di che ansie da prestazione sono caricati i vostri rapporti sociali. Che questa crisi che stiamo vivendo vi aiuti a liberarvi dei pacchetti sicurezza, che vi permetta di accedere al vostro mondo interiore e che vi aiuti a capire quanto il vostro io è condizionato da idee su voi stessi che non sono vostre, ma che avete semplicemente acquisito – sul posto di lavoro, in famiglia, a scuola, poco importa. Cercate di essere liberi, e non abbiate paura di diventare dei freak di sinistra. Lasciate questi problemi a chi vi vuole solo irregimentare, senza nessuna preoccupazione per quello che siete veramente.




sabato 22 novembre 2014

E' Dio che li ha fatti bruciati

'Sono una forza del passato' scriveva Pier Paolo Pasolini in 'Poesia in forma di rosa'. Vago anch'io come un relitto del passato tra Amendola Fiera e Lotto alla ricerca di immagini. La sera ho avuto modo di presenziare al TdoR, il Transgender Day of Remembrance dove tutte le persone transessuali che hanno partecipato alla bella iniziativa fotografica di Valeria Abis 'Il tuo tabù è la mia famiglia' ci hanno ricordato sia le vittime di transfobia sia com'è bello stare vicino ai propri cari indipendentemente da ciò che si è, o meglio a partire da ciò che si è.

Sono stato molto contento di partecipare a questa inaugurazione alla Casa dei Diritti di via de Amicis. E' bello girare per Milano e vedere che questa città è ancora capace di essere umana, di essere accogliente, di lottare, di saper condividere il senso di quella cosa che si chiama amore. Alcune di quelle persone hanno partecipato anche a un mio progetto che vedrà la luce l'anno prossimo. Ovviamente sono stato molto contento anche di rivederle, e di vedere che stanno bene, che sono belli, che in qualche modo hanno trovato una dimensione di vita che li soddisfa.

Ho in testa Pasolini e le sue madri che educano all'omologazione invece, mentre giro per Milano. Il mio solito dialogo interiore coi fantasmi, con gli scrittori del passato, con una cultura che non è più, col grido interiore di chi non si arrende, il 'gatto che non crepa' di 'Una disperata vitalità', il grado zero dell'umano che purtuttavia continua a restare umano. Che differenza da quell''alcuni italiani resistono' dei manifesti di Casa Pound che vedo in zona Lotto, accanto ai manifesti dei concerti di musicisti che a me restano insipidi, che saranno anche simpatici ma che non mi restituiscono l'emozione della vecchia Patti Smith o l'umanità di un De André.

E in mezzo a loro, ai musicisti di oggi, più insipidi nemmeno per colpa loro – un Mannarino me lo sento simile per ispirazione, ma nessuno guarda più 'dentro al buco' oggi, come dicevano i fratelli Dardenne col loro cinema ancora a fine anni Novanta – ecco i manifesti del nuovo fascismo. L'ho visto come resistono quegli italiani. L'ho visto settimana scorsa a Tor Sapienza, con quei quaranta ragazzini cacciati a suon di bombe carta, quaranta minorenni provenienti dai quattro angoli del mondo, da luoghi di guerra, alla ricerca intanto di una propria incolumità fisica, e poi di una speranza che, come ha giustamente fatto notare Vauro, a noi italiani ora come ora manca del tutto.

In cosa crediamo noi? Settimana scorsa in zona Sesto ho incontrato un mio vecchio collega, di quando lavoravo nelle centrali operative delle compagnie di assicurazioni con contratti di massimo sei mesi, tanti anni fa. Lui ha lavorato per quella multinazionale per quasi tre anni, licenziato dieci giorni prima che per legge scattasse il tempo indeterminato. E' da due anni che non lavora, riesce a fornire qualche piccola prestazione lavorativa, per esprimerci in quella lingua arida che da noi parla il mondo del lavoro, ma è a spasso. Si stava recando in una biblioteca pubblica, per trovare il modo di trascorrere un po' del proprio tempo in modo non inutile.

Ecco, noi italiani oggi come oggi crediamo nella crisi. Crediamo che abbiamo pochi soldi. Crediamo in una legalità dove ci vediamo sempre vittime. Crediamo che la politica sia sporca a meno che a farla non sia qualcuno dal basso che parla al fondo oscuro della nostra Storia, al fascismo che ci abita da sempre, al bisogno di ordine, al rifiuto di quel caos che è la vita; vedo stigmate che diventano chakra cui nessuno attinge più, mentre in un quartiere di Roma qualcuno, preso dalla rabbia primordiale che antropologicamente ci appartiene urla 'che colpa ne ho io se Dio li ha fatti sbagliati, se li ha fatti bruciati?'.

Tutti rifiutiamo l'etichetta di razzisti, di fascisti, anche la stampa ci sta dicendo che la nostra è solo esasperazione. Io invece nel fascismo e nel razzismo ci credo. Non credo in alibi come 'mi ci stanno facendo diventare'. Non credo in una 'politica di sinistra' che a colpi di 'buonismo' e di 'superiorità e spocchia' ci stia facendo diventare tutti esasperati, poverini che siamo, ma non credo nemmeno che a chi parla alla pancia bisogna rispondere con la civiltà. Credo che alla pancia si risponde con la pancia, con gli stessi strumenti. Credo che dobbiamo riappropriarci delle nostre viscere.

Crediamo di conoscere i nostri bisogni? Non credo. Oggi sono tutti bravi a dirci di cosa abbiamo bisogno. Sembra che abbiamo tutti bisogno di soldi, di lavoro – di diritti no, è un concetto troppo da centro sociale – e bene, io vi dico che non sono questi i nostri bisogni. Non se state a leggere questo blog, o i mille altri che trovate in rete. Quello di cui avete bisogno lo trovate bene espresso nelle opere teatrali di Sarah Kane, ad esempio. Nei romanzi di Yukio Mishima. Nelle abrasioni vocali di Antonin Artaud. Nelle pennellate selvagge di Van Gogh.

Ecco degli esempi di come l'arte abbia saputo cogliere al meglio le nostre pulsioni profonde e farne una sintesi – non dell'arte, è diverso. Non possiamo lasciare la nostra pancia, i nostri istinti, le nostre pulsioni, i nostri lapsus, i nostri moti più intimi a chi ne fa un fascio di nervi da gonfiare contro un nemico qualsiasi. Auguro a tutti voi un percorso di transizione, un passaggio intimo nella parte più vera di voi stessi, dove vi confronterete coi vostri demoni e coi vostri dei. Abbiamo un universo simbolico dentro di noi, che può essere coniugato a piacere con incontri reali.

Vi auguro di poter vivere questa foresta di simboli e di facce vere, di poterli declinare l'uno nell'altro, di viaggiare sulle corde della vostra emotività più segreta e nascosta, quella che sola vi permetterà di raggiungervi e di potervi finalmente dichiarare padroni a casa vostra. Che lezione dal Pasolini della quarta e quinta parte delle sue poesie in forma di rosa, quel suo attraversare il mondo a partire da sé stesso, dalla propria intimità. Che possiate conoscere voi stessi fino a questo punto, è il miglior augurio che posso farvi.


“ … e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te … “ (Sarah Kane, dal monologo di A. in 'Crave')



sabato 15 novembre 2014

Morire

"Credo che avessi bisogno di scavare, di forare una massa di linguaggio in cui il mio pensiero si trovasse a proprio agio. Forse volevo accusarmi nella mia lingua. "

-- Jean Genet


Le mie ricerche stanno dando i primi frutti. E' da qualche giorno che mi aleggia attorno uno strano sentore di morte, che però non riesco ad attraversare. Non riesco a morire. E' parecchio tempo che mi circondo di gente morta o quasi. Gente da un'altra parte, persone che ci hanno lasciato le loro opere ma che non sono più in mezzo a noi, persone cui si vorrebbe togliere la voce e non solo. Ma non riesco ad approfittarne. Qualcosa mi inchioda qui, in una dimensione di limbo che vorrei abbandonare.

Sto leggendo Genet, uno scrittore che amo perché con la sua testimonianza di vita e di scrittura ci ha mostrato che esiste un'altra vita, e che si può vivere in una dimensione che non sia di schiavitù, di falsi valori. Ho registrato Sesto San Giovanni con la mia macchina fotografica, periferia di Milano, ho realizzato alcune delle foto più scure mai create da me, e dire che quel giorno non volevo neppure uscire. Sento una stanchezza, una inanità, un distacco dal mondo che mi circonda che nessuna ragione può colmare.

Accendo la televisione a tarda notte e vedo un servizio sui consumatori di crack in Brasile, con la Tropa da Elite che impazza per raccogliere droga in giro per la città. Come sono belli i drogati. Uno strano morbo si è impossessato di me e trasforma i valori in disvalori. Non sopporto più la gente normale ad esempio. Quando viaggio in treno, mi isolo nei miei pensieri. Le parole e le presenze mi provocano l'orticaria. Un gruppo di donne che si lamenta perché una porta del treno non si apre, per buoni cinque minuti, mi lascia quasi sfuggire un'espressione come 'piattole'.

Piove parecchio in questi giorni, e la pioggia non mi lascia passare dalla parte degli 'ultimi', dalla parte degli uomini liberi, quelli guardati con sospetto perché chi non sa cosa sia la libertà la odia, e la vorrebbe veder negata a tutti, in nome della schiavitù che è costretto a sopportare. Schiavitù per tutti, questo leggo sulle facce che mi sfilano davanti in una città qualsiasi del mondo in cui mio malgrado mi trovo a vivere. Il mio cuore non è più con loro, non è più con questa gente. Quasi quasi non li riconosco miei simili.

Passo parte della settimana tra le mie poesie. Ne finisco una, ne inizio altre due che cancello. Ho parecchi input per scrivere, ma le parole che butto giù sulla tastiera non sanno di disfacimento. Non sanno di emozioni. Vivono di questo limbo dove non succede niente, di questa camera di decompressione che forse un giorno si scioglierà lasciando che dal mio bozzolo io emerga farfalla proveniente da un universo distante, da un luogo dove l'eccesso e l'assenza di identità regnano sovrane, dove l'economia della festa – nel senso che diceva Bataille – sfregano i sensi e lasciano corpi e anime sfiniti e privi di confini.

Sono sulla soglia, il mondo che tutti vediamo quotidianamente mi provoca pruriti di allontanamento, il mondo che vedo dentro di me, fatto di corpi di uomini e donne dal colore della pelle diverso dal mio, di desideri devianti, di storie spezzate, di violenze inconfessate, si impadronisce di me ma non mi lascia perdere il senno, la ragione. E' ancora tutto troppo definito, sono ancora troppo padrone di me stesso. Forse dovrei trovare qualcuno con il mio stesso desiderio di perdermi, fare un viaggio reale in qualche luogo fuori misura.

Genet scrive del desiderio di perdersi nella propria lingua, ma io ancora non mi sento un inetto. Ci vorrebbe poco a reimpadronirmi di me. Mi basta uscire di casa con la macchina fotografica, anche se sento che quel che appare sullo schermo del mio computer quando torno a casa corrisponde a qualcosa che è al di là del bene e del male, a qualcosa che non è né giusto né sbagliato, ma è ancora sempre e solo una questione di sfumature, non è ancora una questione di morale. Mi manca l'immoralità di cui veniva tacciato certo mondo marginale fino a molto tempo fa.

Oggi quando le destre si scagliano contro extracomunitari e altri soggetti 'fragili', nel senso di facilmente attaccabili per creare un consenso e una coesione sociale attorno a coloro che per attirare a sé vengono etichettati come 'vittime' – del potere, delle tasse, delle diseguaglianze sociali – non ci si trincera più attorno ai valori come Dio, Patria, Famiglia. Ci si preoccupa sordidamente che un ragazzo che si fa le canne possa entrare in contatto con ben altre droghe, non si parla più di una immoralità dei drogati come nelle campagne contro la cannabis negli Stati Uniti negli anni Trenta.

Questo è stato un grande passo avanti per i conservatori. Hanno smesso di far sentire i 'diversi' come delle persone 'sbagliate'. Hanno capito che farli sentire come recanti un segno 'minus' è molto più prolifico. Gli zingari sarebbero dei subcittadini, gli stranieri 'violentatori' persone che non si adattano al vivere civile, che delinquono. Oggi nessuno parla più di immoralità, perché il linguaggio politico della destra è cambiato. Ha capito, come lo aveva capito Genet, che i valori si possono modificare, che possono nascere dei controvalori, e tutto questo è considerato pericoloro, da evitare.

Non si tocca più questo argomento, insomma. E' stata una mutazione antropologica fortissima. In parte, frutto anche di certe conquiste. Nessuno oggi si sognerebbe, fortunatamente, di considerare come una poco di buono una donna che abortisce, per toglierle la parola e impedirle di rivendicare dei diritti. Ma la conseguenza è che l'altro, il soggetto di un discorso fatto di esclusioni, di muri, di finte tutele per la 'gente per bene', come si sarebbe detto una volta, e come ancora si usa dire nei paesi anglosassoni, quella da aizzare a comando sfruttandone il malcontento, il soggetto da escludere non è più immorale, è semplicemente un subumano.

Colui che non obbedisce alle regole, che non si integra, che fa il furbo e che viene accolto, accettato e tutelato ideologicamente, il diverso dei nostri giorni in realtà è rintanato in comunità psichiatriche, con una scienza che parla, invece che di disturbi nati all'ombra di un abuso ad esempio, di ereditarietà genetica. Il pazzo non è più colui che disturba la quiete pubblica, ma la persona minorata. Perché quel vecchio concetto era attaccabile – tutti ormai sappiamo che la morale è soggettiva – mentre il paradigma scientifico ha un alone di oggettività ancora peggiore, ma a livello di effetti di comunicazione efficace.

E' di fronte a questo nuovo ordine che una parte di me si ribella e mi chiede di cercare nuovi valori, nuovi stimoli mentali e fisici, nel relazionarsi alla morte. Nelle mie identificazioni culturali con scrittori trapassati, con artisti che oggi non sono più vivi – perché quando ti relazioni con un messaggio anche 'alto' ma del passato tu senti un gap incolmabile, e quella barriera è quanto il mondo della 'normalità', il mondo mainstream, ha imposto a tutti gli altri mondi per renderli inintelleggibili, per impedire loro di comunicare.

E' diventato impossibile ascoltare, oggi come oggi, e per quello sento molto forte il desiderio di non parlare, di non dire più nulla. Per non accettare queste disumane regole del gioco. Per non diventare un prevaricatore. Se il linguaggio ci sterilizza, se non contempla più il desiderio in quanto scomodo, perché cedere al gioco sporco del linguaggio e negare ad esempio il fatto di avere un corpo? Perché accettare questa opera di insulsa sublimazione? Mi piacerebbe avere desideri inconfessabili, ma forse non li ho proprio perché ho già sperimentato l'inutilità della lingua.

Ho composto una poesia molto lunga, lasciandomi ispirare da Allen Ginsberg. Non solo dalla forma dei suoi componimenti, ma anche dai suoi contenuti, forte del fatto di aver studiato buddhismo come lui, ad esempio. Mi è costata tutto agosto, e solo questa settimana sono arrivato quasi ad una forma definitiva. Forse non è ancora completa, ma mi emoziona. Non mi dice mai le stesse cose, ogni volta mi procura emozioni differenti. Questa mutevolezza, questa capacità di cambiare ma di restare vivo del linguaggio, è ciò che mi manca nella lingua di tutti i giorni.

Vorrei invitare tutti a smetterla di cercare certezze. Vorrei incitare tutti a cercare emozioni sconvolgenti. Ma il linguaggio comune ci blocca. Queste parole d'ordine, la crisi, la sicurezza, la rabbia scaricata sull'altro, ci lasciano qui, in questa dimensione piatta, senza profondità, con l'illusione di dover agire per risolvere i problemi che ci affliggono, quando è la vita ad essere il vero problema. Non la nuda vita di cui parla Agamben, ma la vita fatta di un discorso che la fa scorrere tra i binari prefissati.

Dovete ribellarvi, dovete amare le vostre piaghe, tutto ciò che il discorso e le parole non nominano e che vi possono lasciare con un senso di vuoto, facendovi sentire che la sostanza della vita non è la nominazione della vita stessa. Io sento che vorrei abbandonare tutto, realmente, perché tutto quello che abbiamo, compresi i nostri corpi, sono stati corrotti dal linguaggio. Tant'è vero che, in questi giorni, io non riesco a percepire la morte, seppure in qualche modo la stia cercando. Il linguaggio è troppo forte. Definisce, taglia, include. Non riesco ancora a mettermi a margine.

Non intendo con 'vivere a margine' vivere una vita da marginale. Anche chi è marginale vive nel linguaggio. E' la stessa vita che vive a definirlo. No, io sto parlando di sottrarsi al mondo del linguaggio per vivere una sensazione, una emozione che sia vera, che esca dalle parole consuete per definirla. Sento la forza della lingua che tritura tutto, ma che non centra il bersaglio, non mi lascia dire qualcosa di nuovo. Sarà una lotta durissima. Lo vedo anche nel mondo dell'arte, dove sempre più raramente mi capita di incontrare un artista della sensazione, come Bacon.

Io intanto attendo che le barriere del linguaggio che mi tengono in piedi crollino, per lasciare emergere il mio spirito trionfante. Allora sarò libero, allora sarò faccia a faccia con ciò che mi anima – non con ciò che mi tiene in piedi – e sarò libero dalla fortuna cui il mio essere mainstream mi condanna. Invito tutti voi a trovarvi dalla parte sbagliata della strada, quella parte della strada dove, non più alimentati dalle parole, potrete iniziare a porvi il problema di cos'è quella cosa che si chiama amore e che promana da tutte le pagine de 'Il Diario del Ladro'.


Sentire il male, sentire il nulla, sentire ciò da cui poi potrà promanare una nuova vita. Non lasciatevi accalappiare dalla lingua, non lasciate che siano pensieri preconfezionati a pensarvi. Tutto il teatro di Carmelo Bene è stato un tentativo di affrancarsi dal già visto, dal già detto, un tentativo di lasciare che fossero i lapsus, gli scivolamenti, a trovare espressione. Potreste scoprire che ciò che amate di più di voi è una costruzione, e che ciò cui non date più importanza è invece l'essenziale. Vi invito a riscoprirvi nuovi, a non trascinarvi stanchi e vecchi cercando in un entusiasmo posticcio la risposta a disagi sopiti e non ascoltati. Vi invito a uscire dal regime.  



sabato 8 novembre 2014

Giù la maschera

"Ammesso che la passione umana abbia la virtù di innalzarsi al di sopra di ogni assurdo, come si può sostenere che non abbia anche quella d'innalzarsi al di sopra dei propri assurdi?" 

- Yukio Mishima


E' sabato pomeriggio. Scrivo aspirando rapide boccate dalla mia sigaretta. Sabato scorso ho declinato alla mia scrittura, per via di quanto era accaduto relativamente alle vicende processuali di Stefano Cucchi. Pochi giorni fa invece, leggo di Franco Mastrogiovanni, maestro elementare morto nel 2009 nel reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania dopo una contenzione illegale della durata di circa 80 ore. Un'altra anima innocente che abbandona questo nostro mondo disumano, un'altra ricerca di giustizia forse destinata a non trovare mai un sollievo alla propria sete.

Ripenso anche ai soggetti che ho fotografato per un reportage che forse vedrete tra un po' di tempo, senzatetto, malati di mente, piccoli spacciatori, volti comuni come il mio o il vostro, miei lettori, persone cui forse manca il senso di unicità della loro esistenza, quel senso di sacro della vita di cui i credenti si riempiono la bocca quando devono togliere diritti alle persone LGBT ad esempio, o a chi esercita la professione di un'altra fede – pare che qui in Italia ad esempio se sei donna, musulmana, e vuoi portare il velo per tua libera scelta, rischi di non trovare lavoro – ma che non sono più capaci o forse non sono mai stati capaci di elargire a questi 'ultimi'.

Scrivo ad Annalisa che prima o poi abbraccerò la fede islamica e che mi farò spacciatore di hashish. Ovviamente scherzo e ne ridiamo, ma sento quanto manca a questo nostro mondo la sensazione dell'oltre, la nozione dell'altro come esistenza concreta, come frequentazione quotidiana. Tutto qui da noi è advertising, marketing, pubblicità. Il famoso posto al sole è un posto da consumatore, e se non hai dei privilegi per consumare merci di qualità, fossero anche oggetti o produzioni artistiche, rischi di piombare nel girone dei condannati all'inquietudine della guerra tra poveri. Ci sono politici che proprio in queste settimane stanno cercando di costruirsi una solida reputazione al riguardo.

Sam Harris, uno scrittore americano che ha fatto della battaglia per l'ateismo e la razionalità la propria ragione divina, ha ora scritto un libro in cui sostiene che meditare senza lasciarsi andare alla regressione di una fede religiosa è fondamentale. Parla di meditazione come strumento per abbandonare l'ego, come nelle migliori tradizioni orientali, ma vuole dare vita a una 'scienza' laica e atea capace di utilizzare il meglio di quanto le dottrine religiose forniscono. Era una cosa cui pensavo anche io, solo che non mi trovo d'accordo con la visione di Harris perché non credo che le religioni offrano strumenti 'potenti'.

In realtà se leggete quanto dichiara Osho, meditare significa avvicinarsi alla divinità che risiede in noi. Per fare questo, Osho propone un esercizio semplicissimo: provare a smettere di respirare. In quegli attimi in cui si sospende la respirazione si incontra per qualche istante qualcosa di simile alla morte. Questo è l'incontro col divino: la sospensione della vita. Quindi io sono ancora più estremista di Harris. Non solo penso che non dobbiamo coltivare una tradizione religiosa e inserirci in essa – anche se conoscere tradizioni come il buddhismo o il sufismo ci può essere di aiuto – ma penso anche che non dobbiamo coltivare la spiritualità dandole una lingua, non dobbiamo dotarci esclusivamente di un sapere, condiviso o soggettivo.

La spiritualità vera è incontrare il nulla che sta dalla parte sbagliata della strada. Uno spacciatore è una persona spirituale, perché ha deciso di vivere nel rischio di essere dalla parte del torto. Se Stefano Cucchi è stato arrestato per possesso di sostanze stupefacenti, è stato ucciso per lo stesso motivo per cui il corpo di San Sebastiano è stato trafitto di frecce. Perché con la sua vita era una testimonianza. Anche Franco Mastrogiovanni è stato un martire, che ha incontrato, se esiste, la divinità in quelle ore in cui è stato legato nudo a un tavolo di contenzione. Solo così, solo a patto di essere rinnegati dalla socialità buona, raziocinante di progresso o dei suoi ostacoli, si può incontrare il divino.

I mistici, i santi visionari, non sono persone cui una divinità ha deciso di parlare o di mostrarsi. Sono persone che hanno compreso che la strada scelta da Dio per manifestarsi è quella del silenzio. Il silenzio della vita. E di fronte a quello specchio opaco, che non riflette nessuna immagine, hanno prodotto la propria risposta. I mistici sono persone geniali. Perché non è la volontà in loro a produrre l'Altro, a renderglielo visibile. E' l'incontro col nulla a dare vita a un eccesso. Se pensate che la vostra quotidianità sia senza senso, se avete bisogno di altro, dovete in qualche modo darvi da fare in quella direzione. Dovete incontrare la feccia, la sofferenza, il dolore, l'al di là della legge.

Non incontrerete l'essenza, il senso del vostro vagare in questo mondo, assaporandone gioie e dolori e tirando poi una vostra morale conseguente l'appagamento, o meno, delle vostre aspirazioni. Dovete coltivare un lapsus, una disfunzione che vi separi dagli altri. Essere imprenditori di voi stessi non vi salverà. Vi salverà frequentare un tossico, un ladro, innamorarvi di una persona malata. Dovete sperimentare il di meno, non il di più. Divenire minoritari, come diceva Deleuze, non significa creare una nicchia underground che vi faccia sentire dalla parte del giusto. Significa dare sfogo alle proprie tendenze masochiste. Significa imparare a farsi del male.

I segreti che imparerete non potrete comunicarli, perché ne proverete vergogna. Nessun talk show farà di voi persone importanti, persone con qualcosa da dire, con qualcosa da insegnare. Potrete solo confrontarvi con persone che hanno le vostre stesse ossessioni. Rischiando di divorarvi a vicenda. La cultura ebraica nel secolo appena passato aveva elaborato la nozione di 'Silenzio di Dio'. E' questa condizione che dovete ricercare. Solo arrivati a questo punto, potrete pensare che i vostri pensieri saranno veramente vostri. Che quanto produrrà la vostra personalità a livello di sensazioni non sia condizionato.

Se penso alle storie delle persone che ho fotografato, se penso a Cucchi o a Mastrogiovanni, tutto il resto, tutto quanto ho attorno, le persone, le parole, l'arte come viene pensata o prodotta oggi, mi paiono tutte cose irrilevanti. Provo un forte senso di insoddisfazione nel partecipare alle cose del mondo. Per questo ho deciso di dedicarmi a me stesso. Una persona che trovo molto interessante mi ha chiesto un aiuto a livello narrativo. Non farò pubblicità a questo progetto, che ritengo una piccola grazia perché mi permetterà ancora una volta di dedicarmi a un soggetto simile a quelli elencati in questo paragrafo per qualche aspetto almeno della propria esistenza.

Però ho riscoperto, cosa propedeutica a questa attività narrativa, il piacere di leggere. Giovedì, dopo la mia sessione fotografica in viale Monza, sono entrato in una libreria e mi sono appropriato di una copia di 'Confessioni di una maschera' di Yukio Mishima e di 'Il diario del ladro' di Jean Genet. Ho provato una sensazione di piacere liberatoria. La stessa che provo, dalle nove circa di sera alle due di notte, immergendomi nella lettura. Di 'Confessioni di una maschera', che è romanzo autobiografico della giovinezza di Mishima, ho letto in due sere più di cento pagine. E' un racconto bellissimo, a partire da quella lancinante citazione di Dostoevskij.

Mishima sa raccontare come nessun altro quel rimpallo di sensazioni, quel tentativo di nascondersi a se stessi fino a perdersi che è il vivere assecondando la morale comune. Quel danzare attorno a un centro di gravità che è impossibile da definire e identificare, perché nascosto dietro l'oceano della nostra vita sociale. Ma sopratutto ho provato un immenso piacere nel ritirarmi da un mondo che sento estraneo perché indifferente, colluso alle vicende di un Cucchi e di un Mastrogiovanni, per dedicarmi a qualcosa capace finalmente di scaldarmi, di farmi percepire una forza, una ricchezza interiore.

E questo lo potevano fare solo scrittori nati, cresciuti e morti nel secolo scorso. Non so perché l'arte oggi, nel nostro secolo, è diventata così disumana e impotente. Io so che di arte mi sono sempre nutrito, sin da ragazzo. E che ricordandomi cosa ha prodotto un Pasolini, o un Fabrizio De André, mi è difficile, molto difficile riconoscermi in una Emma Marrone o in un Michel Houllebecq. Ho visto Adriana Innocenti recitare Erodiade. Ve ne ho già parlato questa estate. Cosa volete che mi comunichi Silvia Gallerano, che pure è una brava macchina attoriale?

Un'amica attrice mi dice che oggi l'arte è morta. Io qualche anno fa, scrivendo per varie webzines di teatro e musica, l'arte l'ho vista agonizzare. Eppure mi ricordo di quando Branciaroli recitava la parte di Riboldi Gino tra un film di Tinto Brass e l'altro. Negli opulenti anni Ottanta sepolte tra la merda di regime c'erano immense pepite d'oro, se volevi cercare qualcosa di vivo. Poi ci sono stati gli anni Novanta, il decennio della cultura alternativa, di cui mi sono nutrito ampiamente, e poi c'è stato il G8 di Genova. Lì si è fermato tutto.

A colpi di spurghi di sangue ci hanno insegnato che essere dalla parte sbagliata della strada avrebbe significato essere passibili di violenze inaudite. Ho visto con questi miei occhi innocenti padri di famiglia diventare cupi carnefici dopo quell'avvertimento. Il mondo dell'arte in circa un decennio si è pulito. Ha epurato tutte le personalità che avrebbero potuto dare fastidio al Regime, se mai ce ne fossero state. Ha epurato i pensieri. Uno su tutti. Il pensiero del caos. Il caos che ti nasce dentro, come quando, esattamente quel che succede al protagonista di 'Confessioni di una maschera', scopri che quelli che pensi siano i tuoi veri pensieri invece non sono per nulla i tuoi pensieri.

Dove sono oggi scrittori come Moravia, come Mishima? Dov'è quella cultura che rispecchia le emozioni più profonde dell'uomo? Da chi imparare a guardarsi dentro se oggi non abbiamo più maestri? Per questo ho ripreso gusto a trascorrere le mie notti in solitaria annusando l'odore della carta. Libri vecchi, vecchia musica – Nico gira spesso nel mio stereo, la musa di Andy Warhol che sul palco introduceva i concerti dicendo 'sono qui per morire assieme a voi' – sottraendomi alla socialità, quella che ha fatto di Cucchi e Mastrogiovanni dei corpi sottratti a ogni diritto. Eclissarmi dal mondo è diventato in queste ultime serate il mio piacere più grande.

Un piacere che è nato, o rinato, dopo anni in cui mi sono concesso il silenzio della cultura. Per anni ho voluto nutrirmi esclusivamente di quanto ero in grado di produrre. Perché scattare immerso nelle strade dalla realtà significava assorbire il senso di quel che avevo intorno. Significava anche aprire il mio cuore a tutto ciò che fosse disposto ad abitarlo. E ai miei ricordi, alle mie sensazioni, privo di sovrastrutture o di discorsi. Lontano da tutto ciò che, ricoprendoci, ci impedisce di ascoltarci. Ho sviluppato un certo senso di unità rispetto a me stesso, rivedendo tante volte tutte le cose che hanno fatto di me l'essere umano che sono, come proiettando le bobine di infiniti film e lasciandomi emozionare dalle scene che mi corrispondevano di più.

Per questo motivo non sopporto l'arte finta, questo nostro contemporaneo magnificare una creatività fatta di pura superficie. Io sento che abbiamo bisogno di due cose: la possibilità di isolarci dal chiacchiericcio e metterci in relazione con persone vere, per cancellare tutte le finte istruzioni e credenze con le quali questa società fa di noi delle macchine, per godere dei nostri veri pensieri e per sperimentare cosa è la spiritualità, il senso della morte. Dall'altro lato, scavare nel nostro passato culturale per godere di tutta quell'arte che è capace di farci sentire il senso profondo del nostro essere umani. Se inizierete mai a scavare, vi renderete conto di quante cose non vi servono, di quante cose nella vostra vita sono finte e senza senso.


Riappropriatevi di voi stessi, non lasciate che sia la socialità quotidiana a decidere per voi quali sono i vostri veri bisogni. Se ne steste lontani per un po' capirete quanto siete distanti da quel che avete veramente dentro. Non fatevi raggirare, lasciate che ciò che vi circonda vi colpisca per quello che è realmente. Frequentate i reietti. Avvicinatevi al grado zero. Provate a togliervi di dosso tutte le parole che avete imparato, e quando vi troverete senza nulla per descrivere i vostri sentimenti, sentirete da dentro crescere ciò di cui avete bisogno. Se ciò non vi bastasse, avete a vostra disposizione tutto lo scibile umano. Potete sempre entrare in una biblioteca e cercare nel passato quanto il presente non è per propria colpevolezza in grado di darvi.