giovedì 8 maggio 2014

Come nudo

E' da stamattina che gioco con la macchina fotografica. Devo preparare due reportages che saranno due viaggi, io e la mia macchina incontreremo persone e storie, piccole ma importanti. E volevo controllare di essere capace di fissare quei nuovi incontri, quindi me ne sto tutto il giorno contro il vetro della mia finestra per sperimentare un po' con la luce naturale.

Ho appena finito, e dei tredici scatti realizzati, in media uno ogni mezz'ora, compresa l'elaborazione al mio portatile, ne salvo cinque o sei. Questi scatti mi colpiscono perché rappresentano in piccolo un primo passo verso un lavoro più personale, intimo. Via tutti i riflettori, le luci artificiali, il bisogno di essere in qualche modo impeccabile.

Ecco cinque o sei scatti che invece sento mi rappresentano, e come se ci fossi arrivato per la prima volta. Non ho più in testa paragoni coi miei fotografi preferiti mentre ci lavoro, non ho più bisogno di dire qualcosa con la macchina fotografica come se dovessi misurarmi con il mondo, con la sua ipocrisia, con il suo bisogno di apparire, con il suo bisogno di rientrare in una categoria, quella di chi si salva.

Da quando mi sono messo a fare foto non ho mai nascosto il mio amore per Daido Moriyama, per la lezione di libertà che ha dato a tutti con le sue creazioni, e Antoine D'Agata, che invece mi ha insegnato che le sensazioni sono ciò che di più importante una fotografia deve cogliere. Ma non ho mai nemmeno nascosto il mio amore per Sakiko Nomura, quel suo essere in grado di stare in intimità coi propri soggetti.

Se a qualcuno queste foto assomigliano, è proprio all'intento con cui Sakiko scatta le sue. Non mi sono preoccupato di nulla facendo questi scatti, ho pensato solo a quelli che farò a partire dai prossimi giorni per i miei reportages, e al bisogno di stare in silenzio e ascoltare. Sui miei scatti si vedono i fori della pelle, le imperfezioni, e le voglio così.

Via la patina glamour, ho fatto sì che la luce si posasse sulla realtà e la vedesse per quello che è dentro, non fuori. In uno di essi compio un gesto con una mano, copro metà del mio volto ma senza nasconderlo del tutto, come se velassi uno dei miei occhi per guardare attraverso le mie dita, per vedere me stesso attraverso me stesso.

Guardare tutto per quello che c'è dentro, non per amore dell'esteriorità, del sentito dire, di ciò che forzatamente si condivide (la colonizzazione di cui parlava Carmelo Bene), e guardare se stessi attraverso la propria esperienza, i propri sentimenti, la propria umanità, i propri desideri. La fotografia è il mio lavoro, ma è anche un potere.

Fotografare qualcuno è stato in passato un modo per classificarlo. La prima applicazione della fotografia in Italia è stata per le foto segnaletiche della polizia, e nel mondo occidentale in genere eugenetica e esotismo, col loro legame intrinseco (fotografare l'altro) sono stati corollario della pretesa della società di dominare tutto ciò che le faceva paura.


Non trovo nessun altro antidoto a questo bisogno di dominio che lo sguardo che io ho avuto su me stesso oggi, e che, un anche se un po' meno raffinato, è sulla stessa direttrice degli sguardi dei fotografi che ho citato. Fare fotografia sgombera la mente, è una missione e nello stesso tempo è un dovere e una liberazione. Vedrete coi miei nuovi progetti di cosa si tratta. 

Intanto potete vedere i miei autoritratti seguendo questo link

Nessun commento:

Posta un commento