sabato 12 luglio 2014

Annalisa




Ho fotografato Annalisa, che è mia amica e attrice, due sere fa. Ci siamo trovati perché dovevo intervistarla per un mio progetto, e a lei servivano un paio di fotografie per un suo curriculum. Il pomeriggio avevo discusso con una modella che mi piace tantissimo del suo lavoro, lei mi dice che fa erotismo ma a me quell'etichetta sta stretta.

Una ragazza che la ha intervistata mi ha fatto notare che se un corpo ti apre a sensazioni che non conosci quella è l'essenza dell'erotismo, altrimenti è solo anatomia o pornografia. Ma il corpo di lei è l'unico che mi apre a quel tipo di sensazioni. In verità c'è una modella portoghese, un po' più giovane di lei, che con la sua presenza nelle sue immagini – ma lei è sempre vestita – mi lascia con una forte sensazione di felicità.

Credo che da giovani siamo tutti più rivoluzionari, io ci ho messo molto per staccarmi dalle pastoie dei discorsi condivisi e recuperare quello spirito senza la fragilità e la dipendenza dal mondo adulto e dai suoi schemi, dalle sue violenze, che è l'altra caratteristica dell'adolescenza, posto che a ventitré o ventiquattro anni sei già più adulto anche se il nostro mondo ha allungato quell'età, e ogni volta che incontro ragazze giovani che esprimono se stesse con la propria fisicità quasi mi identifico col loro operare, col loro essere.

La modella venticinquenne mi ha detto che è impossibile cercare di catturare l'essenza di un individuo con una fotografia direttamente, che se ci provi rischi di ottenere un risultato banale. Che l'unico modo è lavorare sulla luce, sulla tecnica, e che se ci lavori bene puoi ottenere invece il risultato di illuminare qualche aspetto dell'anima del soggetto contro cui punti la macchina fotografica.

Io che in questo periodo sto fotografando soggetti 'fragili', persone con problemi di alcool, di droga, ex senzatetto, persone agli arresti domiciliari, artisti con alle spalle vari tentativi di suicidio, sto covando i miei scatti che all'inizio non mi comunicavano nulla perché sento che è difficile anche parlando un po' con loro arrivare all'essenza di quello che siamo con un dialogo, sento che invece bisognerebbe osare. Osare mescolarsi di più con le loro vite. Cosa non sempre possibile, almeno per ora.

Credo che quando scatti puoi visualizzare, a fianco di quello che la tua macchina fotografica registra, una specie di essenza della persona che stai fotografando, e che tu possa cercare di far sì che la distanza tra le due immagini diminuisca. Solo che c'è bisogno di molto silenzio per cogliere l'essenza di qualcuno. Bisogna ascoltarsi dentro, per sentire quella corrispondenza, e occorre in qualche modo tacitare quello che sia Osho che i mistici Sufi chiamano il parlottìo esteriore, i discorsi che si agitano nella testa, frutto delle abitudini e delle condivisioni sociali.

Ho fotografato sette soggetti per un progetto che mi sto lasciando macerare dentro, sto pensando a come procedere per recuperare gli altri soggetti ma rivedendo i miei scatti in settimana mi hanno comunicato un po' di più rispetto a quando li avevo presi. Non so dire esattamente cosa si è posto tra me e loro, ma qualcosa mi sfuggiva. Certo che ad esempio incontrare un uomo che è stato anche musicista e che mi elenca le medicine che ha preso nella sua vita quando potrebbe raccontarmi della sua chitarra e della voce della sua ex compagna è un poco straniante, ad esempio.

Quando ho fotografato Annalisa era sera tardi. Ho montato il flash sulla macchina fotografica, l'ho regolato un attimo mentre scattavo ma senza preoccuparmi di ottenere la luce perfetta. Questa foto del suo primo piano ad esempio, con l'ombra che si somma alla massa dei suoi capelli. Quando l'ho vista nel viewfinder della macchina, ho pensato 'va bene così'. Così imperfetta, così poco aderente alle regole del linguaggio della fotografia.

L'ho prodotta in bianco e nero alle due di notte, tornato a casa dal mio incontro con lei, assieme all'altra foto a figura intera, e me le sono tenute di notte dentro di me, chiedendomi se ero veramente soddisfatto del lavoro svolto, di quelle piccole imperfezioni che secondo me potrebbero se le incorporassi nel mio stile dare più carattere a fotografie fatte tutte in serie, con perizia tecnica ma poca anima. Perché per me catturare l'anima di una persona, quella che la modella mi diceva è impossibile cogliere direttamente, per me passa tramite l'errore.



Negli anni zero c'è stata una corrente della musica elettronica che si chiamava glitch music. Venivano campionati i suoni degli hard disk crashati, e tramite questi suoni venivano costruiti ritmi, o textures. Vorrei realizzare qualcosa di simile con la fotografia, quindi mi devo sbilanciare. Questi miei tentativi mi mettono un po' a disagio, anche se ci sono molti fotografi che lavorano come me, addirittura utilizzando macchine fotografiche non professionali per limitare la tecnica, per giovarsi appunto di eventuali errori.

Il ritratto del volto di Annalisa è finito sui suoi social network, l'ha utilizzato non solo per il suo curriculum ma anche per i suoi profili. Ha qualcosa di selvaggio, di non classico, ed è così che io vedo lei. Vedo una personalità libera dagli schemi, che si rapporta con se stessa a partire dai propri sentimenti anziché a partire da narrazioni che la ingabbiano. Per questo quella luce che illumina il collo invece che il volto, proprio sotto il suo sorriso aperto, e quell'ombra scura dietro i suoi capelli, aumentandone la massa invece che distinguendola dallo sfondo, sono perfette per lei.

Perché lei tracima dai suoi confini e si espone per questo motivo, quindi questo senso di minaccia, la luce sul collo, e di dimensione doppia, l'ombra dietro, sono più rappresentative di lei che non una raffigurazione classica. Ma ci ho pensato molto quella notte, fino alle cinque e mezza di mattina. Avevo la sensazione di aver fatto un tentativo, e di non sapere se l'esperimento era riuscito. Sento molto i limiti dei miei strumenti tecnici, come quei pianisti bravissimi che a tratti hanno l'impulso di distruggere il loro pianoforte.

Come è possibile catturare qualcosa di libero come la nostra essenza, come è possibile comunicarla ad altri esseri umani? Sicuramente frequentare Annalisa mi aiuta molto ad essere più indulgente nei confronti della mia fotografia, perché se a lei piace come l'ho raffigurata questo vuol dire che c'è una corrispondenza tra quel che sento di lei e quel che lei è, e i miei tentativi di catturarla non sono andati a vuoto.

La modella mi diceva che quando si tenta di scavare troppo – lei è anche fotografa – poi si ottengono risultati banali. Eppure una parte di me è combattuta, io vorrei sul serio scavare e arrivare all'essere, non cedere a questa perversione tutta occidentale di relazionarsi con la forma per dare conto della sostanza, che cela tutto il suo rapporto perverso con la religione cristiana. Tant'è che la modella mi diceva che alla fine lei non fa nulla di trascendentale, mentre per me trascendentale lo è.

Sono pieno di domande, vorrei capire molte cose, vorrei confrontarmi con amici fotografi che hanno percepito le mie stesse sensazioni, e capire come hanno risolto queste tensioni, questo non accontentarsi del visibile, questo bisogno di capire, sentire e possedere quello che c'è dietro. Oggi pomeriggio devo andare lontano da casa, devo vendere un mio strumento musicale a una ragazza molto più giovane di me che era molto contenta quando le avevo comunicato che le avrei portato la mia chitarra vicino a casa sua.


Quell'entusiasmo mi ha fatto rinascere, tanto che mi porterò dietro la macchina fotografica per vedere cosa riuscirò a catturare delle stazioni ferroviarie che incontrerò sul mio cammino. Sarò in viaggio tutto il pomeriggio, rientrerò a casa dopo cena. A volte anche recuperare la dimensione del gioco è importante, io non credo nella fotografia come 'duro lavoro', perché anche se i fotografi che amo di più vengono da Paesi che quell'etica del lavoro la hanno patita, come gli Stati Uniti o il Giappone, è anche vero che loro quell'etica la hanno trascesa, hanno fatto un altro gioco.  

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