domenica 27 luglio 2014

Erotothanatos

“Si è stati cattivi spettatori della vita se non si è visto anche la mano che, delicatamente, uccide”
- Nietzsche, “Al di là del bene e del male”



Autoritratto, dalla serie "C'est
la Vie qui prend le Dessus"
Ho bisogno di sentirmi sporco. Ho bisogno di sentirmi come quando sono uscito dal ventre di mia madre, sporco della sua placenta. Forse, ho solo bisogno di sentirmi sporco, allontanandomi da quella madre che mi voleva un vincente, ma che sapendo di non essere ricca mi immaginava da grande come uno dei tanti vincenti inseriti non so come in una massa di persone che chissà perché vivono una individualità ricavata dal proprio immaginario un po' pubblicitario, come se il nostro vero volto fosse la lordatura dell'advertising meno l'advertising stesso, quel tanto o poco di customizzazione necessaria per riconoscersi. E infatti non hanno tutti i torti. Per questo mi reco in questo campo di sterminio dove un fotografo quarant'anni fa smise di essere fotografo per due anni, in questa Sarajevo con la biblioteca che brucia, in quella chat erotica fatta di corpi banali, come le compagne del liceo più o meno carine ma che di certo non assomigliano a delle modelle e che non sentivano l'odore della morte come lo sentivo io, chiedendomi quale fosse il senso della socialità, sospettando che in fondo fossimo tutti soli, monadi, ma senza ancora il coraggio di abbracciare quella solitudine, di tirarvi fuori tutto quello che c'era da tirarci fuori. E che però, come queste ragazze, il senso della fine se lo portavano appresso. Lo sentivo da come si lamentavano per il poco tempo libero che avevano dopo aver studiato. E da come queste ragazze accettano di performare davanti alle webcam accese.

Ho bisogno di sentirmi sporco. Come un insetto che ha la nozione di sé come farfalla ma che non ha ali vere, perché sa che quelle ali rispondono a delle banali leggi della fisica, e quindi non sono un miracolo ma un semplice destino biologico. Non trovo persone a me simili quando sono sporco. Per questo mi piace quella sensazione, perché è come se mi facessi carico del mio destino individuale, del mio peso specifico, come quando, vecchio, starò di fronte alla morte col mio bisogno d'amore, e sarà l'amore a salvarmi dalla morte, niente altro. Per questo mi sto allenando ora, per sconfiggere la morte poi, quando ci sarà la resa dei conti vera e propria. Se tu potessi vedere come sono bello mentre precipito. Se anche tu non avessi paura di cadere come me, allora potrei amarti. Perdere qualcosa o qualcuno non è un tributo che si paga alla realtà. Lasciare le maschere prendere fuoco significa non avere più scusanti, sganciarsi da tutto, entrare in quel porto umido e dall'aria chiusa dove puoi finalmente esplorare te stesso, fare sul serio, smettere di giocare e lasciarti andare alla necessità, sentire dal tuo ventre venir fuori quello che sei sul serio, lontano da chi ti educa ad essere un uomo medio(cre).

Autoritratto, dalla serie "Imponderabilia"
Carl Gustav Jung diceva che abbiamo un'ombra, che siamo doppi. Di quel doppio dobbiamo riuscire a fare tre, come nelle gang bang. Tre è già gruppo, nel due c'è di mezzo il dialogo, l'anima, è una questione dialettica, in tre è già orgia, urlo primordiale, bukkake metafisico. Quello di cui hanno paura chi le orge le fa sul serio, perché sentire che da te promana qualcosa senza averne la sensazione fisica, la prova tangibile, è considerato osceno, e loro, gli orgiastici educati, dell'osceno vero hanno paura. C'è una televisione privata che a tarda sera trasmette un programma dedicato al sesso. Si parla di mala educazione, ma a me quel tipo di persone è sembrato sempre molto bloccato sulla condivisione, sul racconto. Anche questa cosa del sesso libero come fondamentale per unire una coppia la trovo posticcia, non me la raccontano. Credo sia tipico della libertà, implicito almeno in questo gioco, il rischio che a un certo punto uno decida di andarsene, di lasciare, di provare altro, di sentirsi libero anche da chi ti ha dato la nozione stessa della libertà. Io amo tradire, non essere fedele nemmeno a me stesso. Ho sempre trovato la coerenza poco interessante. Ma stavamo parlando dell'abisso, quello vero. Quello da amare.

Avete mai provato a trovarvi a camminare a tentoni, col cuore che batte all'impazzata insicuro del prossimo passo, della sola capacità di compierlo? Se non l'avete mai provata, quella sensazione, vuol dire che non avete mai rischiato di trovare qualcosa di indispensabile come l'ossigeno per respirare. Mi viene il sospetto che non abbiate mai respirato. A me viene subito la noia. E con la noia, il bisogno dell'orgasmo. In qualche modo, ci deve essere una esplosione, da qualche parte. Un fare tabula rasa. Ho sempre capito i tossici, gli alcoolizzati, i suicidi, ma nella massa, la loro, li trovo spesso furbi, capaci di inquinare la dose di nulla che si somministrano per sfuggire alle menzogne del quotidiano spiccio, quello che ci toccherebbe a tutti perché siamo umani e quindi anche banali, la menzogna più grande di tutte perché noi siamo fatti a immagine e somiglianza del divino cui nei secoli abbiamo dato vita, sostanza, forma, carne e sangue, con quelle stesse menzogne. Il bisogno di soldi, di un affetto non ricambiato, di lontananza, quelle stesse necessità che incontrano nella loro via alla santità spesso diventano un circuito di godimento, e allora non mi piacciono più, nella loro furbizia diventano come tutti gli altri, perché è in nome di questa stessa furbizia che vengono recuperati, che a un certo punto decidono di rientrare lì da dove erano usciti.


Ma lo sporco ha un odore che non ti lascia più, che non si dimentica, e che è secondo me il bello di quella sporcizia. Non quello che fai per sporcarti, ma la sensazione di quello che sei diventato. E' fondamentale diventare umani, restare umani. Vivi in un mondo che ti uccide a furia di upgrade, che ti suggerisce di accumulare esperienze come se fossero ciascuna una pagina di un sito web con i tuoi skills illustrati, come farai a capire che l'esperienza umana originaria è quella di essere cieco, sordo, muto con un bisogno di totalità che i tuoi sensi non possono più, se anche mai hanno potuto, soddifare, tanto meno descrivere? Dove recuperare quell'esperienza, la sensazione dell'esistenza di un mondo interiore più importante di quello esteriore, se non da una privazione, da un taglio degli arti, degli occhi, della bocca, delle orecchie, del cuore? Per rinascere occorre sapersi uccidere, tutto il resto è pessima letteratura. I più fortunati di voi troveranno un editore, ma mai una illuminazione come un Rimbaud.  


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