venerdì 15 agosto 2014

Corpi e Teatro

“Col teatro non si scherza, in quanto lo scherzo è adulto e il gioco è infantile”

- Carmelo Bene


Il mio primo incontro col teatro è avvenuto quando avevo circa diciannove anni. Ricordo ancora l'Out Off dell'epoca. Piccolino. Sotterraneo. Un buco scavato sotto terra. Lì ho visto Adriana Innocenti recitare la bellissima Erodiade di Giovanni Testori. Adriana Innocenti, quando io ero post adolescente, assomigliava tantissimo a mia mamma. Mia mamma è sempre stata una donna d'acciaio. Anche quando ero piccolino e si guardava assieme un film e c'era una scena d'amore, lei scherzava sempre per via di quegli incroci di sguardi. Non le piacevano i sentimentalismi.

Non credo le piacessero nemmeno i sentimenti. Non fraintendetemi, non è che mia madre fosse fredda emotivamente. Anzi. Ma era fredda come donna, in quanto donna. Non mi ricordo ad esempio di averle mai visto scambiare un bacio o un abbraccio col mio papà. Tra l'altro io sono sempre stato un ragazzo molto sensuale. Da piccolo, a sette o otto anni, chiedevo spesso ai miei di raccontarmi come ero nato, perché sentivo strano dai loro fantasiosi racconti che il sesso non c'entrasse nulla. Mi sentivo quindi circondato da pezzi di legno, attenzione, non intendo persone incapaci di godere, ma persone incapaci di darsi, o di perdersi.

Immaginate quindi la mia sorpresa nel vedere il doppleganger di mia madre su un palco, io in terza fila, quel tardo pomeriggio, che bestemmiava dio nella sua abbondante carne per averle tolto Jokanaan, il Battista, al punto da trasformare il palazzo del potere di Gerusalemme, per una notte, in un pozzo senza fondo, buttando la figlia Salomé nelle braccia del secondo marito per poter avere, del Battista salmodiante, la testa, e lanciare verso il cielo quel suo grido disperato. Ho capito immediatamente il significato della parola osceno, perché quelle passioni forti erano incarnate da una figura che me ne ricordava un'altra, a me vicina, che pareva di tutt'altra pasta ma che con essa si fondeva quasi in un'unica carne, nella mia fantasia.

Ho capito immediatamente il significato della parola incesto, perché vidi quello che nessun figlio ha quasi mai il privilegio di vedere, la donna che gli ha donato la vita smembrata da una passione lacerante che la porta a investire il mondo, la propria individualità e anche la dimensione trascendente con un urlo sordo, un misto di disperazione e preghiera. Ho capito immediatamente il significato della parola catarsi, perché improvvisamente sotto ai miei occhi il velo della quotidianità si è frantumato lasciandomi intravedere una realtà più profonda e reale sotto le vesti composte della banalità del quotidiano. Per quello anni dopo, ad esempio, vedendo una mostra di quadri di Francis Bacon, me ne innamorai alla follia. Alla follia. Sopratutto dei suoi ritratti, quei volti attraversati da sensazioni.

Avevo circa vent'anni e stavo iniziando a esplorare l'ombra. Anzi, è stata lei a esplorare me, privilegio dato a pochi. Ho letto tutto di Giovanni Testori. Giravo per le librerie alla ricerca dei suoi testi teatrali, già un po' rari, ma se insistevi. Ero un carbonaro felice. Avevo trovato l'altra metà della luna. Quella del Caligola di Camus. Avevo un segreto da custodire. Che i miei amici, quelli con cui andavo a fare le gare di mountain bike o con cui andavo a vedere l'alba a 1385 metri di altezza non potevano capire, visto che già non comprendevano il senso di quelle chitarre elettriche che uscivano dalle mie cuffie, figurarsi se avessero potuto capire il senso del dionisiaco come lo intendeva Nietzsche.

Ricordo ancora quando un anno dopo lessi Petrolio di Pier Paolo Pasolini. Quelle frasi caustiche sugli uomini di Stato, quello che lui chiamava nelle interviste 'lo Stato fascista italiano'. Frasi come: 'il potere vale bene un paio di coglioni', a proposito di un uomo politico che dopo aver scoperto la propria omosessualità fissa un appuntamento in una clinica per farsi castrare. E' lì che, percependo il senso profondo di quello che diceva Pasolini, sono diventato nemico del potere, il che spesso ha significato nemico degli uomini. Degli individui di sesso maschile. Non sempre, ma non ho mai trovato in un uomo la stessa capacità di andare a fondo di certe donne che ho conosciuto.

Giovanni, un mio amico più grande di me di vent'anni, una volta mi ha detto: 'ma io mi sono già perso per una donna. Ho già dato. Non posso più fare certe esperienze come quando avevo vent'anni'. Come se fare esperienze significasse avere in un angolo dello studio un album con le fotografie delle esperienze estreme. Oppure, quando gli ho detto di approfondire la sua omosessualità perché sta portando, proprio in questi giorni, un testo di Jean Genet sul palcoscenico: 'ma tu attraversi l'omosessualità intellettualmente, a me con gli uomini non mi tira, c'è un punto di non identificazione'. Paraculo il tipo, non trovate? Scherzo, gli voglio bene, anche se ha un po' troppi limiti per me questa sua posizione. Io quando ho letto Querelle mi sono sentito omosessuale, ho capito in me come si gode con un uomo, e come si può vedere la realtà da quella posizione. Così, senza scandalo e senza lode. Secco.

Non vi sembri strano che io abbia coltivato in questo modo la cultura. Per dirvene una, tanti tanti anni fa ho iniziato a studiare inglese con una mia ragazza, di cui vi ho già raccontato. Lei parlava quattro lingue, e aveva deciso di insegnarmi quella d'albione facendomi leggere i capitoli del Piccolo Principe di Saint Exupery tradotti in quella lingua. Quindi, mentre la maggior parte degli italiani è analfabeta o intellettuale, mai visceralmente innamorati della cultura, io mi sono sempre trovato in mezzo a questo mix di libri, testi teatrali, quadri, musica, e amore, o per lo meno persone. Dietro ogni libro, dietro ogni copertina di un disco che ho in casa, c'è una faccia. E viceversa.

Separare queste due dimensioni mi farebbe pensare a un non vivere. L'uomo è così poco, e desidera così tanto. Inventa le religioni per paura della morte e i campi di sterminio per farci morire altri uomini al posto suo, illudendosi che a lui non toccherà. Sempre come dice il mio amico Giovanni, che lo riconosce, l'arte ci restituisce la nostra doppiezza, il nostro fare ombra, come a me ha restituito mia madre trasfigurandola e anni dopo ha permesso a una mia compagna di insegnarmi qualcosa che le apparteneva fino a che non è diventato mio. Ho letto tutte le opere di Sarah Kane in inglese, oltre ad aver vissuto a Londra per sei mesi.

Quando ho conosciuto Annalisa, lei mi ha chiesto di andare a vederla a teatro per farle delle fotografie. Io le ho chiesto di mandarmi il testo del suo spettacolo, che tra l'altro lei si è scritto da sola. Ho fatto la conoscenza del suo doppio Daurine, questa ragazza con la madre prostituta che quasi è morta sotto i suoi occhi di violenze maschili, e che per questo ha sviluppato nei confronti degli uomini sentimenti molto particolari. Quelli che ho fissato con la mia macchina fotografica, come vedete dalle due foto di lei che corredano questo articolo. Ho fotografato anche Giovanni nel suo primo spettacolo, in cui lui e altri amici che ho conosciuto di persona hanno interpretato i sensi che costituiscono la fonte di conoscenza dell'essere umano.

Con Annalisa ho rallentato i ritmi del suo spettacolo, molto concitato in scena, servendomi di esposizioni lente. Ho colto i suoi spasmi, il suo sdoppiarsi, i moti intimi del suo cuore. Mi hanno preparato le mie frequentazioni teatrali, la mia capacità di darmi in pasto. Annalisa è anche una mia amica, e con lei mi capita spesso di dialogare in un modo che mi porta a sentire le mie viscere, a arrivare all'essenza di me stesso. Mi ha detto che sono uno dei pochi uomini a aver visto Daurine, invece che La Mala, nel suo personaggio.

Quasi tutti gli uomini che hanno visto il suo spettacolo hanno percepito la donna fatale e violenta, io sarei uno dei pochi ad aver visto quella fragile, a quanto mi dice lei. Per me la chiave è stata quella canzone in cui canta 'C'è un punto che mi chiama / Sa di sangue ma mi ama'. Quel punto chiama anche me. Con lo spettacolo messo in piedi da Giovanni è stato diverso. Ho giocato con la mia lente manuale le sue prospettive. Coi volti e i corpi. Mi è piaciuto il fatto che i sensi avessero una loro memoria. Mi ha ricordato Proust.

“Pasolini conosceva - di più, ne era specialista - un segreto che noi intravedemmo solo grazie al femminismo: il segreto dei corpi. Che noi non abbiamo, ma siamo un corpo. Che quando facciamo l'amore, mangiamo, giochiamo a pallone, pensiamo pensieri e scriviamo poesie e articoli di giornale, è il nostro corpo che lo fa. Pasolini riconosceva il proprio corpo, e dunque quelli degli altri. Sapeva che esistono i popoli, le nazioni, le classi, le generazioni, e una quantità di altri vasti ingredienti della vicenda sociale, ma li guardava al dettaglio nel modo di camminare e di pettinarsi, di urtarsi per gioco o di ghignare per minaccia. Si sentiva in dovere di essere marxista, ma il suo era un marxismo delle fisionomie, dei gesti, dei comportamenti e dei dialetti.” (Adriano Sofri)








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