mercoledì 13 agosto 2014

Fotografie notturne

“Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste e nulla più”

- Oscar Wilde


Ho girato a piedi sulle statali e in piccoli paesi per due mesi questo inverno, di notte. Qualche volta pioveva, qualche volta c'era la nebbia. Volevo sperimentare la fotografia notturna, volevo fare qualcosa di intimo. Mi sono studiato un manuale di fotografia notturna che ho trovato su internet, in inglese. L'avevo tradotto in italiano, ne ho spedito una copia a una mia amica che fa fotografia come me ma che è un po' più giovane, e che aveva paura di non avere le lenti giuste per sperimentare.

Di certo non ero io nelle condizioni migliori. Ho obiettivi che non sono molto luminosi, il mio 18-35 mm d'ordinanza arriva al massimo a f/3.5, mentre il mio 70-210 mm manuale parte da f/4. Inoltre quando vedevo gli esempi di fotografia notturna, le stelle che con le esposizioni lunghe lasciano le scie, o i posti abbandonati con relitti e carcasse di auto o edifici, quel tipo di romanticismo insomma, sentivo che non facevano per me.

Avevo ripreso a studiare i miei libri di lamaismo tibetano. Avevo smesso circa un paio di anni prima di andare al Ghe Pel Ling dopo che ci avevano parlato di un esercizio di meditazione in cui devi immaginare che il tuo corpo venga lacerato dalle intemperie, sbattuto dai venti, ferito a morte da dei nemici. E in tutto questo devi rimanere impassibile, perché si tratta di un esercizio che ti distacca dal tuo ego. In quel preciso momento, una parte di me ha detto 'no'.

Già non ero molto convinto di quanto il buddhismo diceva dell'erotismo, che ti fa attaccare cioè a cose materiali e quindi passeggere. Credo come i surrealisti che la sessualità, il desiderio, se non si limitano al fare un gran bel botto, ci possono insegnare molto su di noi. Così come non sono molto d'accordo con Osho quando afferma che tentare di cambiare il mondo visto che siamo solo di passaggio è un modo comodo per non pensare a cambiare noi stessi.

Bisogna trovare un equilibrio tra le due cose, tra le esigenze spirituali e quello che il mondo ci mette sotto i denti tutti i giorni. Bisogna lottare contro gli uomini che gettano l'acido in faccia alle ragazze che rifiutano le loro proposte di matrimonio in India, così come bisogna dire di no a chi deturpa il nostro paesaggio in nome degli interessi mafiosi legati all'alta velocità. Così come io non ho intenzione di rinunciare ai miei sentimenti per una donna, per paura di eventuali processi di trasformazione che questo tipo di situazioni può innescarmi dentro. Ci si può mentire in nome della spiritualità. Sopratutto in occidente.

Per un qualche motivo, ho sentito con forza un forte sentimento nichilista dentro al buddhismo questo inverno, e ho trovato un forte sentimento nichilista negli spazi che sono uscito, di notte, a fotografare. Sono spazi che non hanno nessun appeal. Fondamentalmente non c'è nulla che vorresti portarti a casa, ricordare. E allora anche fotografare un muro o una strada diventa un processo legato alla sensazione, come i quadri che faceva Francis Bacon.

E' strano fotografare senza appigli alla composizione, ma è quello che mi è successo qui. Tutto è troppo grande o troppo piatto per stare nell'inquadratura della macchina fotografica. E tutto è molto semplice. Le chiese sembrano chiese, non opere di architettura. Detto da uno che trova banale anche il duomo di Milano, perché ne ha viste troppe riproduzioni. E' tutto molto essenziale. Al punto che l'essenza diventa invisibilità. E quindi fomenta l'immaginazione, come in Tideland di Terry Gilliam.

Ma non si tratta di lavorare di fantasia, si tratta proprio di dare sostanza a delle sensazioni, e qui ti rendi conto di come quello che una volta sarebbe stato chiamato il lavoro in camera oscura, ovvero la post produzione, è essenziale tanto quanto fare gli scatti giusti. Difficoltà: oltre agli ambienti così scarni ed essenziali, alle strade così strette, il fatto che in fotografia notturna si debba per forza usare un cavalletto. Questo toglie molto al mio modo di lavorare, che è basato sull'immediatezza.

Costruire la scena, pensarla così tanto, è una cosa che non ho mai fatto prima. Di solito puntavo e scattavo, lasciando che la scena venisse fuori dal mio contatto col mondo esterno. Lasciavo che lo spazio performasse. Alcuni direbbero: andavo a istinto. Dopo essermici allenato due anni, scattando ovunque e sfogliando i miei cataloghi preferiti forsennatamente per un confronto. Qui invece devo aprire le gambe del cavalletto – così, oscenamente, posizionarlo, avvitarci sopra la macchina e poi, siccome il mio cavalletto anche se scatto col telecomando ogni tanto qualche mosso lo prende, fare due o più scatti per scena in modo da essere sicuro che almeno uno sia quello giusto. Qualche volta, rivisti gli scatti il giorno dopo, dovevo tornare indietro e prendere altre immagini.

L'altro, forte limite, è che se di notte scattavo con la mia macchina fotografica digitale, di giorno studiavo un voluminoso manuale sulla fotografia su pellicola – rigorosamente in bianco e nero. Sognavo le mie emulsioni, le mie pellicole e le mie carte graduate, e poi mi trovavo a scattare con una DSLR. Questo è stato un problema sopratutto per la post produzione. Ho elaborato due volte le mie foto in bianco e nero, poi, qualche giorno fa, dopo mesi, sono tornato al colore, arrivando in qualche modo a delle immagini che riproducessero di più le sensazioni che avevo provato.

A questo punto devo raccontarvi un po' di più degli ambienti in cui ho scattato le foto che vedete in questo articolo. Quando esco di casa, in cinque minuti arrivo a una strada statale. Sulla sinistra ho un centro commerciale con tanto di piccola enoteca. Poi iniziano le industrie. Da alcune di esse di notte provengono fumi intensi con relativi odori. Dopo circa un quarto d'ora di cammino, arrivi a un bivio. Di lì ti dirigi verso la Novartis e un'altra zona industriale, con tanto di piccola azienda che produce monumenti funerari, e poi di lì arrivi a dei campi, se fai il giro ti trovi ad andare verso un'autostrada a sinistra e dritto verso Saronno.

Se invece prima di dirigerti verso quelle industrie svolti a destra, vai verso il campo da calcio del mio paese, dove questo inverno ho trovato anche un accampamento di zingari, il tempo di una sera, poi già la sera dopo erano spariti. Se attraversi il terreno a fianco del campo da calcio, e prosegui dritto, vai di nuovo verso Saronno, che è un paese con ambizioni da piccola città di provincia, pulita educata e piccolo borghese, un centro con molti negozi di abbigliamento, il supermercato, due chiese e l'ospedale, la stazione ferroviaria, i bar, le banche, e poi tantissimi palazzi, frutto di una speculazione edilizia che non ha nulla da invidiare a quella di Milano.

Visitare questi posti di notte, fate conto che io uscivo di casa verso le 21, e a piedi ci metti una buona mezz'ora, significa intanto dover snobbare la zona industriale – i muri sono troppo alti, becchi qualche comignolo ma non sono granché, oppure le industrie sono sparse in mezzo alla vegetazione, troppo lontane e scure per essere significative. Sicuramente non è la fotografia di siti industriali che ti immagini quella che otterresti. Quindi per un sacco di spazio hai a disposizione solo la strada, qualche distributore di benzina, qualche cumulo di spazzatura, ma fondamentalmente la strada, magari un piccolo cimitero.

Poi quando arrivi nel paese più grande, magari incontri qualche marocchino che ti chiede della tua macchina fotografica, prima di scappare inseguito da uno o due carabinieri. Gira poca gente la sera, tranne magari quando c'è quella particolare notte bianca che gli anarchici della zona sui loro manifesti dipingono come una scusa per irregimentare la vita notturna della gente, dopo averla proibita a furia di ordinanze nei rimanenti giorni dell'anno. Credo abbiano ragione.

Certo, c'è un centro anarchico in una vecchia fabbrica dell'Alfa Romeo, vicino a un grosso cimitero sulla strada che porta al comune. Fare queste strade di notte, magari con la nebbia o un filo di pioggia – non ha fatto particolarmente freddo ma è piovuto molto questo inverno – ti lascia addosso una strana sensazione. Intanto ho provato un forte senso di distacco da tutto quello che ho esperito come fotografia, gli spazi urbani o gli spazi intimi.

E' come essere immerso in un ambiente che ti è totalmente indifferente, eppure quando lo attraversi, come sempre, qualcosa hai in testa, o nel corpo. Pensieri, o sensazioni. La notte di sicuro, più del giorno, ne è il terreno di coltura ideale. Se prima di frequentare questi posti io lasciavo collidere i miei pensieri e le mie sensazioni con l'ambiente circostante, qui tutto questo avviene a un livello più … astratto. Hai meno cose cui aggrapparti che in una grande città. Hai anche più cose dentro.

Quindi le visioni sono più intense – anche per questo il colore rispetto al bianco e nero si è dimostrato vincente, in certi casi ho sconvolto completamente l'ordine e la qualità dei colori catturati dalla mia macchina fotografica: se in precedenza la collisione tra l'ambiente e i miei pensieri avveniva in macchina, qui tutto è stato spostato in post produzione, che per me non significa essere meno immediati – e sicuramente il mondo esterno è ancora più trasfigurato. Ho avuto la tentazione di scrivere un testo per ogni foto, non perché le foto di per sé non fossero sufficienti, ma mi piacerebbe fosse qualcun altro a scriverli.

Passare dal centro anarchico al vicino cimitero, e da lì al ponte della ferrovia prima di arrivare in centro col suo comune e i suoi negozi, fa senz'altro scena, ad esempio. Hai nell'arco di un quarto d'ora un mutamento di scena molto drastico. Poi hai negozi, e case, tantissime case. Ho avuto due ragazze qui, e ancora prima ci ho studiato. Ho fatto il liceo. All'epoca quando andavo in giro avevo sempre le cuffie del walkman alle orecchie. Avevo persino contagiato un mio compagno con l'heavy metal, e un altro con l'hard rock classico.

Cose che ho riascoltato questo inverno, perché volevo ritrovare un me più giovane, ascoltarlo dentro, per sentire com'ero. Sono cambiato tantissimo, dentro. Da ragazzo avevo una sensazione di vuoto interiore molto forte, unita a una forte sensazione di rabbia. C'era poco da arrabbiarsi, o contro cui arrabbiarsi, in concreto, perché le condizioni di paesi come questo sono di quelle che favoriscono una mentalità conservatrice. Non ce li vedo degli omosessuali a manifestare in piazza per i propri diritti, ad esempio.

Anche a scuola, non me ne ricordo di omosessuali. Eravamo tutti bravi ragazzi e ragazze, con nessuna qualità da questo punto di vista, poco malessere sociale o povertà, e anche pochi sogni credo. Io sognavo di andarmene via ad esempio, cosa che ho fatto anni dopo. Ma di questo, e di cosa ho trovato, ho già discusso. Anche all'epoca trovavo sempre il modo per andarmene via, con la testa, in un modo o nell'altro. La musica era un propellente fortissimo. Anche quella che suonavo, su una chitarra pagata pochissimo e che ho rotto poi anni dopo, in università.

In un'epoca in cui non esisteva internet, avevo molti compagni di penna, con cui condividevo gusti musicali. Prevalentemente ragazze. Ci inviavamo lettere e pacchi con cassette, contenenti registrazioni di album o di concerti presi dalla radio. Qualche volta salivo su un treno diretto verso casa con dei dischi presi in un negozio che ora non c'è più, vicino la stazione, e trovavo qualche ragazzo che conosceva gli artisti che ascoltavo, e ci mettevamo a parlare di musica.

La musica era un linguaggio universale, mi faceva avvicinare anche a persone più grandi di me o a persone con cui altrimenti magari non avrei mai interagito. Era un'energia che trascendeva le singole persone, e che ci accomunava anche se magari avevamo esperienze di vita diverse. Una vita piatta poteva essere riscattata da cinque minuti di musica rock. Ho cercato di portare parte di quell'energia nelle mie foto, anche se giocando in maniera diversa.

Con le fotografie lavoro a un livello più subliminale, non mi interessa energizzare un ambiente morto, mi interessa invece portare fuori, rendere esplicite, le energie sottili che anche un ambiente morto contiene, quelle energie che nessuno vede. E poi ho lavorato moltissimo sui dettagli, sui particolari. Come quel manifesto del circo con la tigre strappato, o i cartelloni pubblicitari con quelle strisce di vernice che disegnano una partitura ritmica. O quel bambolotto manichino che sembra emergere dall'asfalto pavimentato riflesso nella vetrina.

Non ho una visione romantica della fotografia notturna, però è vero che fotografare di notte ti mette in uno stato mentale particolare. Fai anche incontri particolari. Come quel ragazzo marocchino di cui ho già parlato che si era messo a chiedermi delle cose sulle mie fotografie, e che a un certo punto si è messo a correre, inseguito dai due uomini in divisa. Probabilmente un piccolo spacciatore. Mi sembrava simpatico. E un po' mi è dispiaciuto per lui, spero se la sia cavata.






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