lunedì 25 agosto 2014

Sesso e prostituzione

"La tua intera esistenza è una storia sessuale"

Osho


Foto scattata il giugno 2013
Sto ascoltando Charlie Parker e leggendo Ginsberg in questa estate che volge al tramonto – avrete qualche sorpresa tra un po' su questo blog - mentre qualche mio amico è in vacanza – Annalisa ha visto Auschwitz e mi ha raccontato le sue impressioni – e sto ancora cercando un editore per il mio progetto sulla transessualità. Mi è capitato di iniziare a interrogarmi sulla prostituzione, vorrei fare delle fotografie in questo ambito perché se ne parla poco e sopratutto si chiede troppo poco alle dirette (o ai diretti) interessati di esprimere il loro parere sull'argomento. Non sarà facile, perché le dirette (o diretti) interessati hanno poca voglia di farsi immortalare, perché la stampa spesso cerca lo scandalo e non si pone l'obiettivo di informare, perché camminare per la strada alla ricerca di materiale umano potrebbe significare per me incontrare il coltello di un protettore o una ragazza che mi denuncia perché mi ritiene persona sospetta, corpo estraneo, punto interrogativo da cui difendersi perché sulla strada non è detto che ci sia il tempo per pensare – magari come riflesso di qualche ordinanza comunale particolarmente severa. Inconvenienti del mestiere che dovrò affrontare, come ha fatto un mio collega portoghese che ha pubblicato un progetto interessante, mentre per ora mi guardo intorno per capire bene che ottica applicare per un mio eventuale lavoro futuro sull'argomento.

L'Italia è un Paese ancora troppo benpensante, bigotto e troppo poco attento ai (propri) diritti per informarsi e divulgare opinioni di un certo livello sull'argomento, ma ci sono delle cose che si stanno muovendo. Mentre intervistavo e fotografavo i miei nuovi amici e le mie nuove amiche trans – abbiate pazienza per vedere i risultati – ho iniziato a frequentare incontri e conferenze dedicati agli addetti, e ho iniziato a pormi un po' di domande. Per non seguire pedissequamente il sentito dire, come i tentativi di introdurre leggi neoregolamentariste sulla falsariga di certe richieste leghiste, che stanno più dalla parte del battere cassa che non del fornire diritti e certezze agli individui coinvolti. Per capire cosa è questo desiderio e come viene messo in gioco, mia vecchia domanda che ritorna un po' in tutti gli ambiti dei miei lavori, anche quando sono per strada con la macchina fotografica – a voi non sembrerà, o suonerà strano, ma è così - o sul divano di casa con i miei taccuini e la mia matita, e i miei libri di poesia – ve lo dicevo che tra un po' avrete delle sorprese.

Intanto c'è il dibattito sulla legge Merlin. Il 18 giugno ho partecipato a un incontro organizzato dalla Caritas Ambrosiana intitolato 'Tratta e prostituzione: la legge Merlin ieri e oggi'. Da quanto hanno comunicato i relatori, una assistente di ricerca presso il dipartimento di sociologia di una università italiana, un docente di storia contemporanea presso un'altra università italiana, e un docente di sociologia dei diritti umani presso un'altra università italiana, c'è un netto peggioramento delle condizioni di vita di chi si prostituisce, oggi. C'è più povertà, più disagio psichico, più abuso di alcool e droga, più dipendenza dal gioco. Chi si occupa di prostituzione in Italia nel 2014 incontra anche tutto questo. E' cresciuta la domanda. Un terzo degli italiani maschi usufruisce dei servizi delle o dei sex workers. C'è una forte connessione tra la tratta e le richieste di asilo, sopratutto per quanto riguarda la rotta Maghreb-Sicilia, ma le modifiche alla legislazione attuale più recenti hanno portato a un indebolimento della tutela legale in caso di denuncia di sfruttamento della prostituzione. C'è inoltre una zona grigia piuttosto ampia che sta a cavallo tra sfruttamento e volontarismo che non viene messa in rilievo dagli interventi politici.

Per quanto riguarda le proposte di revisione della legge Merlin, ho notato che gli operatori sociali sono tutti molto a favore del mantenere la legge attuale. Ci sono dei motivi. Vi spiegherò poi cosa ne penso io, anche se ho accennato al modello neozelandese qualche post fa. Intanto, chi opera nel sociale, avvocati compresi, è favorevole alla legge Merlin in virtù di quello che c'era prima. Il Regolamento Cavour del 1860 intanto prevedeva una schedatura perpetua delle prostitute, motivo di emarginazione sociale, e una visita medica obbligatoria fatta spesso con strumenti di dubbia sicurezza per le prostitute dal punto di vista sanitario. Il tutto per mantenere efficiente la macchina economica del bordello, che qui in Italia ha radici antiche di cui vi riferirò. Secondo il regolamento Nicotra del 1891 le donne che rifiutavano le visite mediche erano considerate infette d'ufficio. Nessun controllo era previsto invece, contro ogni senso logico, per i loro clienti. Il desiderio maschile era legittimato in pieno. La mascolinità, secondo i vecchi precetti legislativi, aveva un doppio statuto, che si basava sull'idea di un essere umano dal corpo impuro e dall'anima pura. La prostituzione e il suo mercato avevano la funzione di e traevano legittimità dall'esorcizzazione del desiderio maschile. Il corpo della donna era sempre visto come pericoloso, con un dibattito al riguardo dominato dalle tesi lombrosiane (cfr. il testo di Cesare Lombroso “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale” del 1893), al punto che l'ossessione del contagio della malattia si confonde con quella del contagio del vizio, proprio perché legato a doppio filo al 'fantasma' (lo dico in senso lacaniano) del desiderio maschile, di cui era cartina da tornasole. Con le leggi volute dai governi della prima unità d'Italia, il corpo della prostituta era di proprietà pubblica, e le prostitute vivevano una vita a parte, erano ispezionabili da funzionari appositi se queste le incontravano per la strada, ed erano escluse dalla vita sociale. Per questo motivo chi lavora con associazioni che si occupano di tratta e di prostituzione oggi non vede di buon occhio l'abolizione della legge Merlin e il ritorno ai bordelli di Stato, macchine da soldi disumane strutturate in modo da 'contenere' fantasmi e credenze che, con un ritorno alla legalizzazione della prostituzione, potrebbero ridiventare gli unici contenitori all'interno dei quali inserire corpi e anime. Al di là della preoccupazione per le casse dello Stato in tempo di crisi, non credo neppure io che ci guadagneremmo.

Eppure. Eppure mi torna sempre strano quando in un dibattito non si nominano i diretti interessanti o le dirette interessate. Possibile che nessuno chieda alle prostitute che cosa pensano di tutto questo dibattito? Possibile che siano sempre elementi esterni, per quanto dotati di un loro interessante sapere, a parlare al posto delle donne e dei loro corpi? Mi sono quindi messo a cercare, e ho così scoperto che in varie parti del mondo esistono associazioni o comitati composti da sex workers, che si occupano da decenni dei diritti delle loro iscritte e dei loro iscritti (perché non se ne parla ma esiste anche una prostituzione maschile: io un ex escort nelle mie divagazioni fotografiche lo ho incontrato). Intanto, nell'ormai lontano 1975 c'era stata la protesta di Lione, durante la quale un gruppo di prostitute occupò la chiesa di Saint Nizer per denunciare il trattamento discriminatorio e violento della polizia e delle autorità pubbliche in genere. Poi qui da noi in Italia esiste, dal 1982, il Comitato per i diritti civili delle prostitute, fondato dalle ex lavoratrici di strada di Pordenone Pia Covre e Carla Corso, che produsse un documento intitolato 'Le prostitute rivendicano il diritto all'esistenza' e denunciano ancora oggi discriminazioni istituzionali e pregiudizi subite dalle sex workers italiane. Qui da noi una prostituta è facilmente screditabile se cerca di denunciare sfruttamento, né ha difesa contrattuale contro i clienti perché il contratto di prostituzione non è legittimo. E questa è solo la punta dell'iceberg. Potete recuperare documenti prodotti dal Comitato all'indirizzo internet www.lucciole.org, cosa che vi consiglio caldamente di fare perché il materiale lì riprodotto è molto interessante.

Un altro strumento da acquisire per iniziare a intavolare un dibattito serio e intelligente sull'argomento prostituzione è il libro di Giulia Garofalo Geymonat “Vendere e comprare sesso”, pubblicato a marzo di quest'anno dalla casa editrice Il Mulino. Voglio parlarvene perché mi ha illuminato e aiutato a capire molte cose. Non vi sembri strano di trovare la 'recensione' di un libro nel mio blog, che è uno strumento che offro a chi voglia capire meglio il senso del mio lavoro e del mio percorso umano, e dove quindi è naturale che confluisca tutto ciò che entra a farne parte. Innanzitutto è fondamentale capire che cosa è questo sesso che si vende o si compra, e da questo punto di vista il libro della Geymonat è molto chiaro: 'il cliente' delle centinaia di migliaia di sex workers presenti in Italia, ad esempio, 'paga non solo, e non tanto, per il sesso nel suo senso più ristretto, ma per prendere parte a una performance più o meno sofisticata, condotta da una persona che sa farlo sentire “vivo”, sia discutendo, ballando o cenando, sorridendo o umiliandolo, ascoltandolo o toccandolo'. Eppure tutti e tutte le sex workers sono passibili di uno stigma sociale, che nel caso degli uomini è meno forte che nel caso delle donne (viviamo in società che si sono sviluppate a partire da schemi patriarcali come ci ha fatto capire più di un secolo fa Friederich Engels) e che raddoppia quando chi vende sesso è uomo gay, donna lesbica o persona trans.

Lo stigma, la doppia vita e il senso di vergogna favoriscono abusi e discriminazioni sul luogo di lavoro, negli ospedali, da parte della polizia, nei tribunali, da potenziali clienti o da gente qualunque. Lo stigma dovrebbe farci ragionare su come funzionano i nostri sistemi di valori nei confronti delle categorie che avete appena visto snocciolati sotto i vostri occhi nelle righe precedenti, e quindi la prostituzione è un fenomeno che varrebbe la pena approfondire per capire meglio la società in cui viviamo. L'insulto di 'puttana' funziona anche con le donne che non vendono sesso, cosa che ci segnala che la prostituzione è considerata una delle trasgressioni femminili per eccellenza e quanto è legata ai rapporti di genere, in particolare ai rapporti di potere tra donne e uomini. Chi detiene veramente il potere tra prostituta e cliente? Le scienze sociali ci dimostrano che il modo in cui viviamo i rapporti intimi non è separato dalle relazioni economiche e di potere in cui siamo immersi. La prostituzione ci ricorda che esiste una disuguaglianza materiale fra uomini e donne, e che le donne hanno sviluppato una sessualità a vantaggio degli uomini, 'di servizio'. Come ci spiega anche l'etnologa Paola Tabet nel suo “La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico” (Rubbettino, 2005), la prostituzione è solo una delle forme di un continuum di scambi sessuo-economici che svela molto, a volte troppo, delle persone e del 'sistema'.

La prostituzione esiste perché esistono le diseguaglianze strutturali tra gli uomini e le donne. In Europa sempre più le persone 'etnicizzate' (socialmente inferiori su pretesto di appartenenza etnica), migranti e LGBT hanno sviluppato, come le donne, questa sessualità 'di servizio'. Quella su chi, tra prostituta e cliente, detiene il potere, è una domanda che rimane aperta. Sarebbe interessante trovare volta per volta delle risposte, perché in questo modo capiremmo molte cose del mondo in cui viviamo. Queste sono le premesse del libro della Geymonat, che inizia a tracciare le coordinate del 'boom' del sesso a pagamento a partire dal Medio Evo, quando con il boom delle città 'borghesi' poteri politici, militari e Chiesa entrano a piene mani nel business regolamentando corpi e anime, fino alle diverse forme di regolamentazione della prostituzione presenti nel nostro mondo contemporaneo. E' proprio nell'epoca della Divina Commedia che si sperimentano veri e propri quartieri a luci rosse e bordelli pubblici. Le sex workers da un lato sono controllate, represse e isolate, dall'altro, contradditoriamente, se ne trae il maggior guadagno possibile. Quartieri e bordelli si trovano non di rado su territori di proprietà della Chiesa, cui le prostitute devono pagare affitti e imposte. Il pensiero del teologo scolastico Tommaso d'Aquino rappresenta al meglio questa doppiezza, parlando della prostituzione come di un peccato che però serve ad evitare altri peccati. Questa visione viene rinnovata con l'Ottocento, dopo un periodo di proibizionismo dettato dalla paura del contagio da malattie infettive. Per il regolamentarismo classico infatti, i clienti sono normali cittadini che ricercano la soddisfazione di naturali istinti sessuali, mentre le prostitute sono devianti e pericolose portatrici di vizio.

Foto scattata il giugno 2013
Quattro sono i modelli di regolamentazione del lavoro sessuale presenti nel mondo contemporaneo. La criminalizzazione, o linea proibizionista, è quella di paesi come gli USA, Russia, Cina, Romania e Serbia. Qui sono criminalizzate sia le prostitute che i clienti, mentre in paesi come la Svezia, la Norvegia e l'Irlanda vengono puniti e perseguiti solo i clienti ('neoproibizionismo'). La legalizzazione è un fenomeno che vede coinvolti paesi come la Turchia, la Grecia, la Germania, l'Olanda, la Svizzera e l'Australia. L'abolizione della prostituzione, ovvero il divieto dello sfruttamento ma non della prostituzione per sé, se adulta e consenziente, è la linea di paesi come l'Italia, la Spagna, la Gran Bretagna, il Portogallo, il Belgio, la Danimarca e almeno finora la Francia. Infine è almeno secondo me il modello più interessante quello attuato dalla Nuova Zelanda, un modello di decriminalizzazione dove non c'è nessuna legge speciale per la prostituzione adulta e consenziente, e una sua quasi completa equiparazione a qualsiasi altra attività economica. All'equiparazione si aggiungono regole volte a minimizzare gli eventuali danni legati a salute, sicurezza e vulnerabilità. Il Prostitution Reform Act del 2003 ha fatto sì che in pochi anni i sex workers si sentissero più a proprio agio nel dire di no ai propri clienti e nel denunciarli in caso di abuso, con un potere contrattuale sicuramente più alto che nei paesi neoregolamentaristi dove la burocratizzazione della gestione dell'industria sessuale non riesce a seguire gli sviluppi veloci e complessi di questo tipo di settore. Un altro problema evidenziato nei Paesi regolamentaristi è il fatto che chi lavora saltuariamente in questo tipo di industria preferisce una situazione informale, e sopratutto che le sex workers prive di cittadinanza europea sono obbligate a lavorare nel sommerso, cosa che personalmente ritengo senza senso, dato che si sta parlando di più della metà della forza lavoro. Chi in Germania, Olanda, Austria e Svizzera ha un permesso di soggiorno, rischia di perderlo se si mette a lavorare nell'industria del sesso. Pensate alla ricattabilità di una donna straniera vittima di tratta. Il modello neozelandese, con l'aggiunta di un permesso di soggiorno per chi lavora anche come sex worker, potrebbe essere forse quello più interessante in assoluto. Rendere permessa la prostituzione in ogni luogo, al chiuso o in strada, per evitare di rendere i sex workers più vulnerabili – se per strada la prostituzione è vietata non ho tempo di scegliere al meglio i clienti – penso sia la soluzione, alla luce di quanto stiamo discutendo qui, più intelligente. Collaborare con le organizzazioni di sex workers per adottare approcci più conformi ai loro diritti, anche.

Se qualcuno dei miei lettori pensa che sia scandaloso mostrare carne in vendita lungo una strada illuminata a giorno, lo invito caldamente a riflettere cosa c'è sull'altro piatto della bilancia, ovvero il rischio di rendere i sex workers meno sicuri. Qui in Italia ad esempio più sex workers non possono lavorare assieme, ed isolarli in questo modo significa porli in un regime di concorrenza 'esistenziale' dove, oltre a dover indossare una maschera per proteggere i propri affari, diventa anche difficile comunicare coi 'colleghi' anche solo per segnalare un cliente che offre più soldi in caso di sesso senza protezione, figurarsi poi nei casi in cui si possono configurare abusi. Molto meglio rischiare di dover spiegare al proprio ignaro giovane figliolo non solo o non tanto cosa è il sesso a pagamento, ma anche che nel 2014 esistono comunque situazioni o zone grigie dove si possono consumare ingiustizie e che il nostro ruolo di uomini e donne dal punto di vista sociale è ancora influenzato da gerarchie e concezioni, pregiudizi e pratiche dove il ruolo di certi condizionamenti si fa ancora pesante. Penso che nessun adulto possa esimersi da un'opera di educazione attiva o almeno di riflessione, da questo punto di vista, anziché scandalizzarsi.

Qualche parola infine su Giulia Garofalo Geymonat, autrice del saggio e che, dal 2012, lavora all'Università di Lund (Svezia): nel corso della sua carriera ha pubblicato saggi su temi quali sfruttamento, violenza e resistenza organizzata nella sfera della sessualità e del sesso commerciale, con particolare attenzione all'impatto delle politiche di genere, della migrazione e della disabilità. I suoi lavori, dati anche i suoi studi di economia (Bologna) e gender studies (Utrecht) sono ispirati alle tradizioni femministe e ai queer studies. Attualmente si occupa di servizi legati alla sessualità per persone disabili e di metodi etnografici per comprendere i processi di professionalizzazione relativi all'assistenza sessuale in Europa, altro tema interessante dato che potrebbe sicuramente suscitare dibattiti. Proprio qualche giorno fa ne parlavo con una amica di Annalisa, che sta studiando per diventare educatrice, e che mi diceva di essere contraria a questo tipo di assistenza in quanto i disabili, secondo lei, hanno bisogno di affetto e di un diritto a vivere la propria affettività, e non di un facilitatore in ambito sessuale; alla mia provocazione sul fatto che ci sono persone che da quando hanno scoperto questa professione hanno sentito un richiamo molto forte verso questo tipo di lavoro mi ha suggerito che 'esistono persone che hanno anche un forte richiamo al masochismo', dicendomi inoltre che 'una donna che fa sesso dona un pezzo della sua anima, e l'anima non si può vendere o contrattare'. Leggevo che Osho, quando parla del sesso tantrico, afferma che nel sesso l'uomo e la donna sperimentano la morte dell'io, non tanto il donarsi un'anima, ma parlando con altre donne ho scoperto che esistono ancora uomini per cui un'avventura sessuale significa potere, affermare la propria capacità di conquista. Sarebbe interessante che il dibattito rimanesse aperto, dunque, su cosa è veramente il sesso, cosa è veramente il desiderio, e come questi temi si intrecciano con ciò che siamo, anche per scoprire se il mondo in cui viviamo ci ha influenzato insegnandoci falsità su noi stessi e su quello che siamo. Partire proprio dalla sessualità potrebbe essere molto interessante. Qualcuno ricorda i saggi di Michel Foucault sulle 'tecnologie del sé'?




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