sabato 30 agosto 2014

Un metodo pericoloso

"Presenza, presenza, è la prima parola che viene in mente di fronte a un quadro di Bacon".

- Gilles Deleuze


Autoritratto dalla serie 'Imponderabilia'
Ieri sera ho recuperato il film che David Cronenberg ha dedicato a Sabina Spielrein. Inizio col dire che il regista canadese non è un'aquila con le donne. Il personaggio interpretato da Keira Knightley non è sicuramente all'altezza di quelli portati sullo schermo tramite attori come James Spader (Crash) o James Wood (Videodrome), per non parlare del Peter Weller/William Burroughs di Naked Lunch. Sintomatico in quest'ultimo caso il modo con cui viene interpretata la misoginia/omosessualità dello scrittore americano. Decisamente Cronenberg non è un regista da donne, a differenza del mio altro mito cinematografico, David Lynch. Non è un caso che io abbia amato entrambi in maniera complementare. Peccato, però.

Intanto succede che Michael Fassbender, che nel film interpreta l'allora ventinovenne Jung, dica una cosa molto interessante, ovvero che solo un medico ferito può curare. Il concetto di 'medico ferito' è molto simile a quello di sciamano. Ci tengo a precisare che non sono un fan della psicologia. Sono stato in analisi un anno, poi ho lasciato la terapia e il mio analista è diventato mio amico (in realtà ci conoscevamo già da parecchio tempo). Nel mentre, ho letto molti dei testi su cui Giovanni si è formato come professionista, sobillato direttamente da lui. Il concetto dietro questo caldeggiarmi letture di settore stava nel fatto che per Giovanni è il soggetto stesso a sapere, se soffre, di che soffre, e quindi fornirmi strumenti per conoscere una definizione di nevrosi, di psicosi, di schizofrenia, il legame tra psicanalisi e etica, il funzionamento della vita psichica di un individuo, eccetera, fornirmi insomma strumenti di autoanalisi, era un modo per permettermi di guardarmi dentro senza dipendere dall'altro, fosse anche l'altro-che-ti-cura, scusate il neologismo. Non ci sono in giro tanti professionisti che si mettono in gioco in maniera così personale. Il nostro rapporto infatti è andato al di là dell'analisi, sconfinando nel rapporto personale.

Oltre che testi di Jacques Lacan, ho letto anche testi di Jung, per stare in tema, e di Freud. Ma ho letto anche testi di Deleuze, in particolare il suo saggio sul mio amato Francis Bacon, che mi ha aiutato a capire molto bene cosa è una schizofrenia (al punto da rendermi scettico nei confronti dell'utilizzo diagnostico del termine) e il suo saggio su sadismo e masochismo, che corregge proprio Lacan. Per lo psicanalista francese, come ribadisce anche Carmelo Bene che Lacan conosceva bene, l'essere umano è diviso perché ciò di cui parla non è ciò che pensa. Il linguaggio non permette all'individuo di rappresentare, cioè di rendere reale, ciò che lo anima. L'uomo parla sempre d'altro. Per questo spesso Carmelo Bene in scena fa dire ai suoi personaggi 'zitta' o 'taci'. Smettere di parlare, smettere di agire, cioè di muoversi nella rappresentazione, è ciò che permette a un individuo di sviluppare sé stesso. Gli autoritratti di Francis Bacon o la musica di Charlie Parker sono, ecco cosa succede quando si tace, il linguaggio dell'inconscio, diciamo del nostro io più vero. Cosa è il linguaggio dell'inconscio? E' la lingua in cui si esprime il nostro desiderio.

Deleuze fa un passo ulteriore. Tramite l'esperienza della perversione, come nel marchese de Sade, in Leopold Von Sacher Masoch, ma aggiungo io anche in Georges Bataille o in Pierre Klossowski, l'uomo sperimenta che la ferita dell'essere umano non è nella distanza tra io e sua rappresentazione. Questa ferita è precedente. E' proprio l'inconscio a essere doppio, a parlare due lingue. Così se guardiamo bene i quadri di Francis Bacon possiamo vedere e ascoltare. Isterizzazione dell'occhio dice Deleuze. La pittura diventa musica. Oppure l'opposto: il trombettista Bill Dixon dipinge col suo strumento. Il linguaggio del desiderio è sempre doppio. Parla sempre due lingue in una, come i nostri sogni. La vera arte, quella che oggi non esiste più, ha qualcosa di sciamanico. Perché ci mette in contatto con quel punto dove i due rami del nostro desiderio si separano.

Pensate a La Noia di Cédric Kahn, uno dei pochi film da me visti in questi ultimi anni capace di trasmettermi qualcosa. Charles Berling è un insegnante di filosofia che attraversa una forte crisi depressiva dopo essere stato lasciato dalla moglie. Non riesce a capire più cosa vuole. E intreccia una relazione sessuale con la giovanissima Sophie Guillemin. Con lei non riesce a comunicare. Sono troppo distanti. Ma la loro unione continua dal punto di vista sessuale permette a lui, per una serie di vicissitudini, di incontrare quasi fisicamente la morte. E' per questo motivo, in virtù di questo incontro, che in realtà è un rafforzamento, perché la morte, almeno quella del linguaggio, e in una certa misura anche quella dei sentimenti, lui la incontra quasi quotidianamente con la giovane ragazza, che egli può, alla fine, sentire che il suo vero desiderio è di vivere, anche se contro tutto ciò che costituisce la sua vita, cioè la sua separazione.

E' il senso della prosodia bop di Jack Kerouac, della poesia in versi liberi di Allen Ginsberg. Anch'io, con una persona a me molto vicina sentimentalmente e di cui ho scritto in questo blog, ho vissuto una esperienza simile. Come scrivevo un po' di tempo fa, io e lei abbiamo ricordi diversi della nostra relazione. Per lei resto l'uomo che le ha dato di più sul piano sessuale. Per me era la persona con cui ho sperimentato una libertà all'interno di una situazione esistenziale di mancanza di verità, che pian piano ha mangiato i miei sentimenti per lei e per me stesso fino a renderli nulli, iniziandomi a un percorso che è durato un decennio prima che mi riappropriassi di me stesso.

Autoritratto dalla serie 'Imponderabilia'
Ho incontrato molte giovani donne in questo periodo. Una ragazza di ventidue anni che stava perennemente su una carrozzina, ad esempio. Si era buttata dal secondo piano di casa dopo che l'avvocato le aveva comunicato che non avrebbe avuto l'affidamento del figlio. Aveva spesso delle crisi di rabbia, alle quali mi è capitato diverse volte di assistere. Lei mi risuonava dentro. Vederla immobilizzata, sentirla impotente. Ogni volta che stava male le facevo un regalo: dei fiori, un portasigarette. Ogni tanto il suo ex compagno veniva a trovarla. Una volta lui mi ha guardato spaventato, come temendo un giudizio da parte mia.

Un giudizio che io non avevo. Nel senso che vederli per me significava vedere due persone che non avevano strumenti lingustici, lei 'malata', lui 'sano', per comunicare con l'anima come Jack e Neal. Non le ho regalato Sulla Strada perché temevo non avrebbe capito. O forse, chissà. Mi sono anche trovato a pregare, io ateo, per lei. Entrare in una chiesa, come fece Nan Goldin nella chiesa della Madonna di Fatima in Portogallo, e stare di fronte a delle candele o a delle statue di santi, per me significava trovarmi di fronte a uno specchio che non rifletteva nessuna immagine, se non un fondo scuro, l'immagine del mio desiderio di guarire l'altro, impossibilitato dalla mancanza di magia del mondo reale.

O un'altra ragazza un po' più grande che soffriva di schizofrenia, credo. Viveva col suo compagno, ed era ossessionata da quanto poco lui capisse lei e le sue difficoltà. Quando entrava in crisi parlava di sé come se fosse un'altra persona, che la giudicava, che la tormentava. Quando stavo di fronte a lei le parlavo per richiamarla dal mondo in cui si era inabissata, e con successo. La sua psichiatra un giorno mi disse che avrebbe voluto fare quello che facevo io con lei. Non le ho chiesto perché non lo facesse perché conoscevo già la risposta. A lei piaceva avere di sé come terapeuta quell'immagine, ma non aveva la minima intenzione di sporcarsi le mani. Non la animava il desiderio, insomma. Diversamente da me. Perché il desiderio è doppio, e lei di sentirsi doppia non aveva nessuna voglia.

Per molto tempo ragazze come queste sono rimaste sintetizzate per me in Francesca Woodman. Fotografa geniale cui ho dedicato il progetto di cui qui vedete alcuni scatti, Francesca nelle sue fotografie diventa ectoplasma evanescente, desiderio di sparire, di volatilizzarsi, di non esistere più. Volontà di smettere di essere una ragazzina per ascoltare la voce delle proprie antenate, diventare parte di un muro, diventare un'ombra, diventare corteccia di un albero, diventare animale, diventare riflesso di sé in uno specchio, divenire sensuale, in una sola parola. Io sono qui, da questa parte dello specchio che sono le sue fotografie, e assisto impotente allo scempio, per poi trovarmi a cercarla dentro di me, a cercare me, sapendo che non mi troverò perché in quanto vivente sono destinato al divenire, e quindi non posso essere. Ma il suo piccolo grido mi raggiunge, vive in me.

Sabina Spielrein parla, prima di Sigmund Freud, di 'istinto di morte' in un articolo del 1912, intitolato La distruzione come causa della nascita. Nei lavori della Spielrein è spesso presente la figura di Sigfrido, la stessa figura protagonista di un'opera musicale di Wagner. Sigfrido è figlio di un incesto, e destinato a propria volta a un amore incestuoso. Unione del semitico e dell'ariano, l'eroe rappresenta per Sabina il raggiungimento dell'integrità psichica, la riunificazione di sé. “La rappresentazione di morte collegata col desiderio d'incesto non significa però: io muoio perché non voglio fare questo peccato, ma 'io sono morto' significa 'ho raggiunto il mio tanto desiderato ritorno nel mio creatore, io mi dissolvo in esso' … dove regna l'amore muore l'Io, il truce despota”. L'Io è il famoso Moloch di cui parla Ginsberg in Urlo del 1956:

“Moloch la cui mente è pura macchina! Moloch il cui sangue è denaro corrente! Moloch le cui dita son dieci eserciti! Moloch il cui petto è una dinamo cannibale! Moloch il cui orecchio è una tomba fumante! Moloch i cui occhi son mille finestre cieche! Moloch i cui grattacieli si ergono sulle lunghe strade come infiniti Jeovah! Moloch le cui fabbriche sognano e gracchiano nella nebbia! Moloch le cui ciminiere e antenne coronan la città! Moloch il cui amore è petrolio e pietra senza fine! Moloch la cui anima è elettricità e banche! Moloch la cui povertà è lo spettro del genio! Moloch il cui fato è una nube di asessuato idrogeno! Moloch il cui nome è Mente!”

Autoritratto dalla serie
'Imponderabilia'
Sia Freud che Jung furono fortemente influenzati dalla Spielrein e da quel suo scritto, ma in maniera molto diversa. Jung produrrà I simboli di trasformazione, in cui afferma, non diversamente da quanto dicono le teorie tantriche, che la libido non è solo energia sessuale, ma energia psichica. L'inconscio diventa per lo psichiatra svizzero quella porzione della psiche che contiene contenuti che non sono mai stati parte della coscienza: sarebbe stato compito delle esperienze associative effettuate durante la terapia a fornire ai pazienti strumenti per compiere un viaggio dentro sé stessi, per scoprire non tanto chi fossero ma chi fossero destinati a diventare. I simboli derivanti dai sogni o dalle libere associazioni avrebbero avuto proprio questo scopo.

Per Freud, invece, scoprire la pulsione di morte ha significato smettere di parlare di guarigione in psicologia. Per Freud, l'istinto di morte, l'istinto a dissolvere l'io, si sovrappone fino a coincidere con la coazione a ripetere, e la sua conclusione è che i suoi pazienti tendono a ripetere un vissuto particolarmente doloroso per non viverne il senso, il senso di una perdita dolorosa. Come meccanismo ineludibile, la coazione a ripetere nelle situazioni traumatiche impedisce a un soggetto di trascendere la ripetizione stessa ed assimilarne il senso, perchè la ripetizione dà sicurezza. Contro questo concetto di incurabilità ultima si ribellerà Wilhelm Reich, con le sue teorie sulla sessualità repressa che uniscono psicanalisi e marxismo, con cui concordo su una cosa: Freud era borghese, e per liberare i suoi pazienti avrebbe dovuto smettere di crede che la gente non si cambia o che non si può cambiare.

E' un po' quello che penso di quella ragazza sulla sedia a rotelle: come potrà lei amare il suo compagno se lei è malata e lui normale? Se la gente attorno a loro non cambia? Se non costruiscono assieme un nuovo linguaggio per parlare d'amore? Nel centro di supporto psicologico dove lei si reca si limitano a distribuire farmaci, quegli stessi farmaci che, secondo molti che lottano contro le lobby delle medicine, coi loro effetti collaterali, sono causa di molti degli omicidi o suicidi di cui potete sentire spesso parlare dagli schermi delle vostre televisioni durante i notiziari. Per questo non mi fido della psicologia oggi. Perché chi si reca presso il servizio pubblico per parlare di un problema qualsiasi si vedrà comunque rifilare pillole, altro che analisi dei sogni. La gente normale si adatta, crede che sia l'unica cura. Ho visto coi miei occhi anni fa che tra psichiatri e pubblico c'è un braccio di ferro a chi è più vittima l'uno dell'altro. Con la burocrazia, per entrambi, come unica via d'uscita, a rinsaldare un legame d'impotenza. Già. La tanto – a parole – odiata burocrazia.

Non ho mai creduto a tutti quelli che parlano di crisi oggi. Il nostro principale problema non è la crisi economica. Lo ha detto anche Roberto Saviano che con la crisi oggi non c'è nessuna certezza, e che quindi è più facile almeno in linea teorica chiedersi che cosa si vuole da se stessi, perché non ci sono più i cosiddetti lavori sicuri che ti permettono di mantenerti con certezza. Chiunque potrebbe essere o diventare artista e smettere di sognare di fare il commercialista, ad esempio. Ma questo discorso, che Saviano in diverse interviste ha detto voler rivolgere proprio a chi non lo capisce accusandolo di opportunismo, io immagino che virtualmente sia ostacolato da ogni persona che rifiuta di pensare a un concetto come quello di trasformazione di sé, e trova i maggiori nemici proprio presso chi la crisi la subisce. Non ho mai conosciuto pazienti psichiatrici di sinistra io, in provincia di Milano. Nessuno di loro pensa a 'un'altra Europa', e non parlo della lista politica, ma proprio del concetto. Ma non ne trovi nemmeno uno che ascolti un po' di hip hop, ad esempio.

C'è una ragione. Ed è proprio il fantasma della relazione tra la Spielrein e Jung a fermarli. E' la paura di fare transfert. La paura di investire se stessi e i propri più intimi desideri con la volontà di capire se stessi. Gli è stato insegnato, ad esempio attraverso la repressione del G8 di Genova nel 2001, a stare al proprio posto. La gente lo ha capito benissimo, e ora chiunque manifesti pubblicamente il proprio dissenso come all'epoca rischia di passare per black block, detto che i black block spesso erano poliziotti infiltrati, con lo scopo di creare scompiglio perché si passasse alla repressione. La gente comune, per paura, un timore che come passo successivo diventa fascino nei confronti del potere, si è vittimizzata. L'anno scorso ci sono state sommosse popolari in Grecia. Non ce ne sono state in Italia.

Io a differenza di Saviano ho deciso di essere un marginale. Di non lottare per far comprendere alla gente cosa potrebbe diventare se smettesse di avere paura. Perché ho scoperto che la gente ama la paura. La gente ama le proprie paure. Per questo, anche se tra essi annoverano persone che da prima che mi trasferissi a Londra si sono suicidate per i debiti, ostracizzano i malati di mente, i disabili, gli omosessuali, le prostitute, chi è più povero, e nutrono un timore reverenziale per chi ha il potere. Del resto il potere li aiuta, cerca di creare ghetti o situazioni in cui certi tipi di persone non siano visibili. Come le ordinanze comunali contro le prostitute sulla pubblica via – è vero, colpiscono i clienti, ma il discorso non cambia. Da un lato si cerca di battere cassa, dall'altro si invita la gente comune a 'vivere senza pensieri', altrimenti ci sono sempre certi spettri a venire agitati nell'aria assieme ai manganelli.

Autoritratto dalla serie
'Imponderabilia'
Ma la paura più grande è proprio quella di sentimenti come quelli che Jung e la Spielrein hanno provato l'uno nei confronti dell'altra. Per questo sono diverso da Saviano e sogno semmai conversioni di individui, non di masse. Gli uomini e le donne vessati dal potere hanno paura ad innamorarsi di una prostituta, di avvicinare un omosessuale, di un povero che chiede loro l'elemosina. Hanno paura di mescolare i propri rispettivi mondi. Perché sanno che si troverebbero senza un codice linguistico e sociale condiviso. In quella zona grigia potrebbe succedere di tutto, ma temono di dover essere i protagonisti di un qualche accadimento. Per questo, pur essendo di sinistra, non ho fiducia nella massa. Operai e transessuali che lottano per i propri diritti assieme non ce li vedo ancora. Non so se gli operai si fiderebbero. Da quel che ho visto anche alcune agenzie non si fidano, figurarsi quindi. Pertanto, come vedrete tra un po' da un mio servizio fotografico, ho deciso di stare dalla parte di questi ultimi. Perché mi hanno insegnato qualcosa su me stesso, non solo che il potere mi reprime, cosa che sapevo già ricordandomi di come ho vissuto gli anni del mio liceo, ma anche in positivo che la mia sessualità non è binaria ad esempio.

Sabrina Spielrein non ha cercato un medico asettico. Questo significa non essere binari. La psiche è l'anima, e non può essere curata in uno studio. Tanto meno con principi chimici. Solo l'amore è terapeutico, solo i sentimenti ci permettono di avvicinarci a quella parte di noi che abbiamo scacciato perché pensavamo di non poterla vivere, o che nessuno ci ha mai aiutato a vedere. E quando Jung l'ha rifiutata per paura, paura che quel loro amore andasse contro le convenzioni, paura di ricevere una manganellata a Genova, paura di scoprire di amare un essere che non è né uomo né donna, paura di scoprire di amare l'arte come proiezione del proprio Io e non per quello che ci comunica del nostro desiderio di conoscere, lei si è resa conto che voleva continuare ad amarlo. E' diventata lei stessa psicologa, e ha prodotto scritti che hanno influenzato sia il suo vecchio amante che il di lui maestro, perché è andata fino in fondo al proprio bisogno d'amore.

Le giovani ragazze che ho conosciuto in questi anni mi hanno chiesto di avere attenzione per loro, di amarle, di aiutarle. Chi ci stava attorno cercava di farmi capire che con loro avrei perso il mio tempo, anche e sopratutto le persone che avrebbero dovuto 'curarle'. Nello stare loro vicino ho provato tantissimo dolore, per la paura di non poter essere per loro un aiuto reale. Sono stato un 'medico ferito'. Ciò che i loro terapeuti non sono stati. Per questo i miei contatti con loro sono stati utili, hanno prodotto effetti reali; purtroppo, non c'è stato un mondo capace di accoglierle come ho fatto io, e i miei sforzi risultano a rischio di venire vanificati. Questa situazione mi ha fatto provare un forte senso di sfiducia nei confronti della psicologia e anche della gente comune.

E mi ha fatto anche incontrare un mio archetipo, quello di cui parla Jung ne Il fanciullo e la Core: due archetipi (1940-1941). Nella mitologia greca Core o Persefone, figlia della dea Demetra, viene rapita da Ade e solo dopo una lunga ricerca da parte della madre dea delle messi torna in superficie. Essendosi però cibata dei chicchi di melograno offertigli da Ade, Core trascorrerà un terzo del suo anno nel regno sotterraneo di lui, come consorte, per poi tornare sulla superficie. Core per Jung rappresenta l'anima, ovvero quell'archetipo dell'inconscio collettivo, non individuale – non deriva da figure materne, paterne, famigliari, da complessi – e rappresenta le qualità femminili inconsce presenti nella psiche maschile. Jung crede che l'incontro con l'anima rappresenti l'incontro con la propria parte creativa, intuitiva e immaginativa. Queste qualità, una volta che l'anima viene sviluppata, vengono integrate nella coscienza.

La cosa interessante è che per Jung – questo per me è il limite della psicologia in generale – queste figure femminili si incontrano nei sogni, mentre per me l'incontro è avvenuto nel reale. Intendo il termine reale così come lo intende Jacques Lacan, essendo per lui il reale quanto ci accade al di fuori della dimensione simbolica. Queste ragazze mi chiedevano di prendermi cura di loro in qualche modo, anche se io non ero il loro terapeuta, e neppure un loro parente, e per la distanza di età non potevo neppure risultare un loro amico. Ma anche il dolore che provavo per loro era fuori dal simbolico, fuori dal linguaggio: ogni volta che mi relazionavo con loro dovevo letteralmente inventarmi il modo di avvicinarle, e per farlo dovevo seguire il mio cuore.

Adesso le cose sono cambiate, da un po'. Mi capita spesso di relazionarmi con mie colleghe più giovani di me o con modelle, anche solo discutendo di aspetti tecnici del nostro comune lavoro. Non ho ancora programmato di fotografare una ragazza giovane, per ora ho un mio amico di dieci anni più grande di me in calendario – si deve riprendere da un piccolo incidente, ma a breve ci incontreremo – e ho sviluppato ancora poche immagini relativamente a quello che vorrei fare con loro. Ma mi è capitato di discutere con persone che si mettono da entrambi i lati della macchina fotografica ed ho avuto piacevoli sorprese.

Autoritratto dalla serie 'Imponderabilia'
Non so se vorrei avere anche una relazione personale, intima, affettiva, con una ragazza più giovane di me dato che l'ho già avuta in passato. So per certo che le mie amiche della mia età restano per me amiche, non mi smuovono dentro sensazioni o storie così importanti al punto da farmi sbilanciare. Ma se una ragazza di dieci o quindici anni più giovane mi chiedesse di andare a letto con lei, non so se risponderei affermativamente, se lo accetterei. Da un lato, ho la sensazione che quello che trovo in loro va ben oltre una semplice relazione. Penso che una figura femminile da me incontrata durante una rappresentazione teatrale, una donna degli anni Settanta che chiedeva al proprio uomo amore e rivoluzione, sia quella che esemplifica al meglio i sentimenti che queste persone reali mi suscitano.

Quindi da un lato c'è l'amore, che non può essere una cosa che si prende solo sotto l'aspetto di metafora. Dev'essere amore reale. Dall'altra parte c'è però anche l'aspetto metaforico. C'è l'amore e c'è la rivoluzione. Oggi come artisti abbiamo imparato fin troppo bene che la rivoluzione ce la dobbiamo tenere bene dentro. Che non dobbiamo rompere i coglioni. Prima di abbandonare il mondo della critica, un amico musicista mi aveva detto che la musica oggi invita ad ascoltarsi dentro. Sono stanco di questo. Con il materiale umano di cui tratta questo post, potrei essere stanco di godere. Perché l'ho fatto in passato, ma anche perché non voglio che poi ci si chiuda nel nostro orto intimo, senza guardare e modificare il mondo che sta fuori di noi. Anche a rischio di farsi male.


Poi però mi rimane il dubbio. E' l'amore, oggi, un modo per rinchiudersi, costruirsi la propria isola felice e non pensare al resto del mondo che va a rotoli, illudendosi che il disordine mondiale non ci tocchi, e quindi una irrazionale chiusura, oppure esso può ancora essere una forza rivoluzionaria che irradia il mondo con la propria luce mostrando, almeno, la strada per poter operare un cambiamento? Questo è il lascito delle mie esperienze passate, e nello stesso tempo la domanda a partire dalla quale muove il mio futuro, come artista e come essere umano. La lingua del mio inconscio, forse, è ancora doppia. Ma ha una unica origine.  



Nessun commento:

Posta un commento