sabato 13 settembre 2014

Chi vuole essere vivo?

"Il sentimento italiano principale non è l'amore, è l'invidia"

- Fabri Fibra


Succedono strane cose nel mondo della fotografia. Succede che un collega, di cui non faccio il nome perché non è la polemica che mi interessa, fa un fotoromanzo – a me così è sembrato e così per me resta – sul tema dello stupro. Foto e didascalie. C'è una ragazza in un parco, legge un libro, dalla narrazione sappiamo che la mattina ha lavorato e che si vuole dedicare il suo tempo libero. E poi alle sue spalle compare lui. Lo stupratore. Carnagione leggermente scura, perché anche se le statistiche dicono che gli uomini violenti sono molto spesso tra le mura domestiche, chi è altro da noi ci fa sempre paura e allora bisogna pagare pegno alle angosce collettive.

C'è molto sangue nelle foto su questa modella che si presta a simulare la violenza sessuale. Sembra uno splatter. Le foto di per sé non sono brutte. E mi è già capitato di vedere ragazze appassionate di fotografia o studentesse utilizzare sangue finto per rappresentare temi come l'autolesionismo, per progetti scolastici – questo negli Stati Uniti – o per espressività personale. Ma è un caso diverso. Lì abbiamo persone che sperimentano su di sé e che cercano di esprimere dei concetti intimi. Qui abbiamo un fumettazzo che a me sembra potrebbe incitare all'odio razziale. Il fatto che alcune donne abbiano commentato l'opera dicendo di aver provato determinate sensazioni e apprezzandolo mi fa capire solo che la violenza di genere, che è un problema reale, nella nostra mente spesso viene rappresentato da stereotipi. Anche perché in Italia i gender studies non vanno per la maggiore.

Tantissimi anni fa, io non ero ancora nato, gli Who avevano scritto una canzone intitolata Acid Queen. La protagonista della canzone, che poi nel film Tommy viene interpretata da Tina Turner, si definisce una 'zingara' (gipsy) e sarà responsabile dell'iniziazione al sesso (alla magia) del piccolo sordo, cieco e muto protagonista dell'opera rock, che date le sue caratteristiche sarà completamente in balia della donna. Ma si tratta di immagini, come poi spiega lo stesso Pete Townshend, l'autore della canzone, che vogliono evocare il senso di pericolo e di fascino che la sessualità può esercitare su un adolescente. Sono le proiezioni dei suoi turbamenti. L'utilizzo di metafore e immagini permette alla canzone di assumere una valenza universale, così come la condizione di Tommy è per il musicista, che in quegli anni si stava nutrendo della lezione del maestro spirituale Meher Baba, la condizione di ogni individuo che ancora non ha compreso e sviluppato il proprio potenziale umano.

Vedo comunque che è possibile discutere di argomenti seri solo se si offrono degli stereotipi. Io piuttosto preferisco un ritratto classico. Chissà che direbbero oggi molti professionisti della foto scattata da Gordon Parks a Ingrid Bergman – guardatela bene e poi pensate alle foto di modelle che vedete in giro. Ma questi pensieri non sono solo miei. Ho appreso in questi giorni delle difficoltà di Annalisa, la mia amica attrice, nel portare in scena un lavoro affine al teatro-canzone di Gaber. Fermo restando che non si tratta di una novità assoluta, ma che dopo Gaber solo Giulio Casale ha ripreso quel modo di mescolare musica e teatro – su disco se vogliamo essere pignoli ci ha provato Tom Zé, che però vive in Brasile, oppure in scena un tentativo l'ha fatto un altro mio amico attore, recitando frammenti di poeti spagnoli la cui biografia è paragonabile a quella di certe rockstar del passato, e infatti è stato recensito su riviste di settore, in un modo che a lui non è comunque piaciuto.

Quando sperimenti succedono strane cose. Io in questi giorni, rivedendo i miei ultimi scatti – li potete vedere qui, mi sono reso conto che sto cercando di mettere assieme due stili completamente diversi. I miei scatti di settimana scorsa sono forse più 'romantici' del solito, il bianco e nero è più 'classico', mentre in questi ultimi lavori ho provato a avvicinarmi a certa fotografia di avanguardia senza essere un avanguardista. Anche perché nel cuore ho certi anni Settanta, e quindi di avanguardia in senso stretto per me non si può parlare. Intanto ho provato ad allontanarmi dai miei soggetti. Non ho voluto lavorare sul particolare ma sullo spazio. Non so dire se sono stato più narrativo. Il motivo principale della mia scelta è stato proprio il voler sperimentare a utilizzare lo spazio come elemento su cui l'occhio dello spettatore si va poi a posare per 'specchiarsi' in quello che vede, riportando su di esso le proprie sensazioni ed emozioni.

Quando allarghi il campo non hai più a che fare con delle visioni interiori. O quanto meno, quello spazio si dilata e diventa molto più ambiguo. E inoltre devi controllare molti più dettagli. Io ho uno stile molto sporco, come potete vedere. Quando lavoro sugli scatti in postproduzione lavoro a impatto anche nei casi in cui dovrei lavorare di cesello. E in queste foto ogni tanto mentre ci lavoravo sentivo di perdere il contatto col senso di quanto stavo ritraendo. Solo dopo aver finito l'elaborazione e averle lasciate decantare un paio di giorni sono riuscito a recuperare il senso e ad avere una visione d'insieme. E' stata una sfida. Ma volevo distaccarmi dalle fotografie che amo per vedere cosa succedeva se assumevo un atteggiamento più distaccato.

Nel riguardarle mi scopro più adolescente di quello che pensavo. Da un lato è come se sbirciassi il mondo per vedere come è fatto, dall'altro ogni tanto mi rispecchio in frammenti di mondo per scoprire come sono fatto io, come in quell'albero gigante che campeggia in una delle mie fotografie. Si tratta anche di tasselli nuovi al mio mondo interiore, che non pensavo di avere in questa forma. Curioso. Non so ancora cosa farò quando inizierò a scattare in analogico. Intanto dovrò utilizzare solo certi tipi di pellicola, come la Tri X, e poi dovrò sperimentare a spingerla fino a 1600 ISO. L'ideale sarebbe che mi stampassi da solo le mie foto, cosa che non riuscirò a fare per motivi di spazio. Spero di trovarmi uno stampatore di fiducia che sia bravo.

Ho scoperto tramite vari social networks alcuni fotografi che hanno i miei stessi modelli. O alcuni di essi. Come si vede quando scattano in digitale. Sto cercando per ora di limitare i danni quando posso, senza fare foto perfette ma cercando di rendere le transizioni le più grezze possibili, per evitare che compaiano certi grumi o passaggi per i miei gusti troppo pastosi. Certo la pellicola rimane il top. Ma nelle mie condizioni attuali ho un po' paura di non riuscire a avere il controllo totale sul processo creativo. Quando sarà il momento, mi metterò alla prova. Non so se capita anche a chi di voi è fotografo come me, ma ogni volta che lavoro a una nuova serie, quelle vecchie passano sempre di più in secondo piano, non mi interessano i risultati che ho acquisito, raggiunto, la cosa più importante è per me sempre il presente.

Una associazione che mi ha aiutato col mio progetto dedicato a persone con problematiche legate al disagio mi ha invitato a fine novembre a esporre il progetto a un incontro pubblico. Ho una vaga idea di quello che sarà il mio discorso, ma alcune cose le posso accennare tranquillamente. Intanto dai dialoghi con queste persone, che ho intervistato oltre che fotografato, è emersa una certa distanza rispetto al resto del mondo – quello mainstream o che si rispecchia o che prende a modello quello mainstream – per una caratteristica particolare. Una donna mi ha detto che il dolore insegna molto. Che è dal rapporto con la nostra finitezza che ha imparato a guardare la vita. E che il mondo purtroppo non contempla il dolore, e i cambiamenti che esso attua nella nostra vita.

Un altro dei miei soggetti aveva avuto come relatore Giovanni degli Antoni. Una figura a noi ancora vicina temporalmente, ma una delle ultime nel suo genere. Le nuove generazioni nel campo della fisica non hanno prodotto figure di spicco come avviene invece per i chimici americani o per i gli economisti inglesi, che ogni anno si portano a casa i loro bei premi Nobel. “E' l'Italietta” mi dice lui. Io torno con la mente a La scomparsa di Ettore Majorana di Leonardo Sciascia, e al senso di mortalità che promana dal protagonista di questo breve romanzo. Majorana collaboratore geniale di Enrico Fermi e del suo gruppo. Majorana che scrive formule innovative la mattina presto sui pacchetti di sigarette e che poi le getta sotto gli occhi basiti dei suoi collaboratori. Majorana che ha paura della morte.

Perché Majorana sente che una volta compiuto il suo destino, una volta fatte le sue scoperte, gli resterà solo la morte, e per non morire inscena il proprio suicidio e si rifugia in un convento. Non saranno le remore morali dettate dalle possibili applicazioni delle sue ricerche a frenarlo, ma proprio la paura del destino. Paradossi del rapporto tra destino e etica: il destino pare sempre più forte. Io credo che se oggi non esistano più teste pensanti come quella di Ettore Majorana in Italia è proprio perché abbiamo perduto il senso del destino. Intendiamoci, io non credo che vivere nella superstizione e tornare a un mondo arcaico e cattolico – lo dico in senso neutro – sia una soluzione. 

Ma ritengo che, come insegna Jung, il superamento di un'epoca, di un insieme di credenze, qualsiasi progresso, ci sbilanci in una determinata direzione lasciandoci con l'ombra dei nostri fantasmi. Il Novecento ha prodotto una cultura ricchissima sotto molti punti di vista, e il 1900 vede col proprio fiorire la morte di Friedrich Nietzsche. Sarà un secolo all'insegna del dionisiaco, con due guerre mondiali, l'affrancamento di molti stati coloniali, il loro assoggettamento economico all'uno o all'altro dei due blocchi nati dalla guerra fredda, il conflitto isrealiano-palestinese che continua ancora oggi, sarà il secolo che produce geni come Carmelo Bene o Francis Bacon, Jack Kerouac o Charlie Parker, sarà il secolo delle Pantere Nere e dell'Intifada, e di molto altro.

Oggi è come se tutto questo fosse stato spazzato via. Guardo le mie foto, e cosa vedo? Io vedo frammenti di mondo che ancora potrebbero comunicare tanto, fossimo tutti disposti ad ascoltarlo. Daido Moriyama affermava che cercava di catturare immagini utilizzando il proprio inconscio. Questo significa che dall'incontro col mondo può nascere qualcosa di nuovo, una nuova visione. Io offro qui i miei frammenti di mondo, a chi il mondo lo vuole interrogare. Andare in giro con una macchina fotografica significa per me domandarsi cosa il mondo ci vuole dire, cosa ci vuole comunicare. Sento un forte senso di vuoto attorno a me, e parlo del modo con cui gli esseri umani si rapportano tra loro. Come fossero diventati indulgenti col nulla, perché incapaci di guardarsi dentro.

Ho rivisto Blow Up di Antonioni, film bellissimo e 'misterioso' la cui lettura qualche anno fa è stata portata sul livello di una impossibilità di dedicarsi all'impegno sociale in fotografia se si viene dalla fotografia di moda. Io ritengo questo tipo di lettura banale. Dire che siamo tutti circondati da specchi, e che questi ci impediscono di vedere la realtà nuda, è un falso. Il mondo ci è sempre da specchio, perdersi in essi come Don Giovanni, come aveva capito Carmelo Bene, è l'unico modo per rapportarsi alla realtà. Ma vedo molta difficoltà a perdercisi. Manca il desiderio. Eppure il desiderio è qualcosa di innato, che ci accomuna tutti. Io penso alla mia fotografia come a un modo per risvegliarlo.


"Chi guarda in uno specchio d’acqua, inizialmente vede la propria immagine. Chi guarda se stesso, rischia di incontrare se stesso. Lo specchio non lusinga, mostra diligentemente ciò che riflette, cioè quella faccia che non mostriamo mai al mondo perché la nascondiamo dietro il personaggio, la maschera dell’attore. Questa è la prima prova di coraggio nel percorso interiore. Una prova che basta a spaventare la maggior parte delle persone, perché l’incontro con se stessi appartiene a quelle cose spiacevoli che si evitano fino a quando si può proiettare il negativo sull’ambiente”. Questo è quello che scrive Jung. Se abbiamo paura di guardarci dentro e vedere come siamo fatti, cosa faremo? Lasceremo ad altri, lasceremo al potere il compito di dirci chi siamo, perché sarà meno faticoso?  





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