sabato 27 settembre 2014

Il sentimento cosmico

"La totale assenza di paura è qualcosa di molto difficile da immaginare per l'individuo medio, in parte perché non siete in genere coscienti delle vostre paure, ed in parte perché siete così abituati a convivere con esse che neanche vi sovviene che la vostra vita potrebbe essere diversa"

Dal blog elenagray.blog.tiscali.it


Mi immergo nel mio mondo a colori questa settimana. Mentre sono per la strada mi ricordo quella vecchia canzone degli Africa Unite, 'Nella Mia Città', ed eccomi a catturare scene di vita e frammenti di realtà vicino a Largo Cairoli un giovedì mattina. Mi rompono il cazzo le macchine e i furgoncini che passano in queste piccole stradine. C'è gente che lavora e ovviamente sento da dentro, dalle mie viscere, levarsi un grido di sdegno contro tutti questi automatismi.

Il giorno dopo a casa vignetto violentemente le fotografie e aggiungo vari livelli, per restituire ai miei scatti quel senso di urgenza tipica delle foto fatte con macchine fotografiche point and shoot, come quella che ho su una mensola inutilizzata perché non fanno più la pellicola a 126, e che sono piaciute a una giovane modella. Mi piacerebbe avere gli occhi pieni di magia come Sarah Elise Abramson, una giovane fotografa americana molto brava che ho riempito di complimenti.

Poi però, il giorno dopo ancora, decido di tornare al bianco e nero. Mi vengono fuori questi bianchi e neri strani, che vedete qui, assomigliano molto poco ai bianchi e neri di una pellicola, ma non so di preciso cosa mi ricordano. E' sperimentazione pura, lontano da qualsiasi modello, da qualsiasi tentativo di fare l'occhiolino allo spettatore ricordandogli qualcosa di già visto. Sento molto più vivo di prima quanto siamo tutti frantumati in queste nostre vite, e forse l'elaborazione delle mie foto restituisce allo spettatore questo caos.

Mi aggiro per Milano e mi perdo tra queste strade, tra la gente che lavora e che non ha dubbi sul proprio destino, che si sente a proprio agio con le proprie appartenenze, la studio come un chirurgo che vuole scoprire il segreto di tanto restare nei ranghi. Confesso che quello che trovo un po' mi toglie il piacere di essere in città a scattare, perché almeno in questa parte di Milano è tutto dentro le righe e di rivoluzioni non ce n'è neppure l'ombra, eppure fotografare è come una droga, non posso smettere.

Verso mezzogiorno mi fermo da qualche parte per mangiare, ma ho più sete che fame e svuoto durante il pomeriggio qualche bottiglietta d'acqua. E' secco il clima, anche se la temperatura si è leggermente abbassata. Prima di incontrare un mio amico e farmi due chiacchiere visito qualche libreria e negozio di dischi, ordino un libro di sociologia e guardo le copertine. Oggi non mi va di portarmi a casa qualche oggetto culturale, voglio sentirmi nudo con i sentimenti che mi si agitano dentro.

Penso a un altro amico che dice di aver smesso di suonare perché se si guarda attorno artisticamente non trova nulla che gli comunichi qualcosa. Io ascolto vecchi dischi, non roba nuova, in questo periodo, ma penso che sia fondamentale produrre qualcosa anche solo per sé stessi. Se senti che la tua voce interiore è piccola, hai la possibilità di confrontarti in diretta con quello che sei e chiederti cosa ti serve, non hai bisogno di appartenere a un gruppo che ti dice che tutto va bene. Sei tu la tua coscienza. E questa è una cosa fondamentale.

Vado fino a Porta Venezia a piedi, la macchina fotografica nella borsa ora, dedico il mio tempo a camminare e a fumare. Il mio amico mi accoglie con qualche remora sulla mia barba, sembro un islamico mi dice. Non sa che sto seguendo, non da vicinissimo, i dibattiti che in questo periodo agitano il nostro paesello a ridosso dei raid americani contro l'Isis, e che sto iniziando a raccogliere informazioni per un futuro reportage sulla condizione degli islamici a Milano.

Ieri ho chiamato un giornalista iracheno, che da sette anni vive in Italia dopo che nel suo paese ha ricevuto minacce di morte. Tra un mese pubblica un libro, e io volevo intervistarlo e fotografarlo come primo atto di un servizio più esteso che parla delle contraddizioni del nostro mondo occidentale visti attraverso gli occhi dell'Altro. Il giornalista mi dice che non sta più concedendo interviste, neanche a colleghi famosi, perché vede che poi il mondo non si muove, non si sposta di una virgola.

Lo capisco perfettamente, anche oggi leggendo di transessuali buttati giù dal treno in India o accoltellati qui in Italia ho avuto la stessa sensazione. Eppure io non posso tirarmi indietro. Devo continuare a muovermi e incontare frammenti di realtà che possano illuminare tutto il resto. Ma non mi faccio illusioni. Dovete avere ancora un po' di pazienza per vedere i miei lavori reportagistici, ma ormai siete abituati. Però decido di iniziare la mia conversazione con il mio amico parlando proprio di Islam.

Io credo che tutti gli occidentali che in questo periodo si sono convertiti e sono andati a combattere per il califfato sentano la mancanza di utopie qui da noi. Lui è d'accordo, ma poi aggiunge 'a me stanno sul cazzo tutti, i cattolici alla Comunione e Liberazione, gli islamici, anche se ne conosco molti simpatici che lavorano qui come artisti e che sono scappati dalla paranoia dei loro paesi, i buddhisti, anche gli induisti; il mio modello umano sta diventando sempre più Fitzcarraldo, sul serio, voglio diventare così'.

Io ho studiato negli anni passati un po' di sufismo e un po' di buddhismo. Della corrente più minoritaria della religione islamica mi ha interessato molto il richiamo all'amore a alla fusione con la divinità al punto di perdere i propri confini. Sono cose che cerco di fare quando viaggio con la macchina fotografica per la città. Anche quando mi relaziono con le mie amicizie più intime. Del buddhismo mi è interessato l'accento alla compassione, all'agire non solo per se stessi ma anche per gli altri. Di tutte le religioni non comprendo il distacco dalle passioni, dall'eros, la paura che ne hanno.

Ma quando il mio amico mi parla di regressione e psicosi per quello che riguarda certe personalità che si adeguano ad un credo al punto di imbracciare un'arma, io penso che ci sia sotto altro. Sono stanco, anche quando guardo l'informazione in televisione, di credere che sia follia il motivo di tutto quello che ci sta attorno e sopratutto di usare la non ragione per non dire che ci sono in giro un sacco di esseri umani che si sentono fregati dalla razionalità e dal potere e che non ci stanno. Se commettiamo degli errori, è giusto saperlo e riparare.

Sono stanco insomma di chi trova scuse. Sopratutto quando certi atteggiamenti vengono tenuti dagli organi di stampa. L'atteggiamento nei confronti dell'Islam qui in Italia non è molto chiaro. I partiti di destra hanno più volte attaccato la religione mussulmana anche dai propri organi di informazione, ma a mio avviso si tratta di una situazione fortemente trasversale. Quando studiavo inglese in una scuola di Milano diverse volte mi è capitato di sentire miei compagni o compagne di studi levarsi contro l'uso del chador da parte delle donne islamiche che vivono in Italia.

Io sento che l'uomo contemporaneo prova diffidenza nei confronti di tutto ciò che lo costringe a riflettere. Chi è di origine araba e islamico, come chi è occidentale ma si converte all'Islam, oggi è un problema innanzitutto perché pone sul tavolo una difficoltà nostra a capirci. Il mio amico ha un bel dire che gli piacerebbe io avessi figli e li educassi perché porterei avanti un certo discorso di umanità, mentre altra gente il mondo lo fa regredire. Io credo che siamo tutti uguali e tutti con le stesse potenzialità. Poi c'è un ordine mondiale.

Nessuna autorità italiana è stata ai funerali di Vittorio Arrigoni. Ma credo che di solito la stampa o la televisione coccolino il cittadino comune nella sua inebetita incapacità di confrontarsi con l'altro. Peccato che senza questo confronto sia difficile avere anche il senso di sé. Se ho paura dell'altro avrò paura anche di me stesso. E quindi lascerò che sia qualcun altro a decidere per me. Di solito, quello stesso potere o quella stessa burocrazia contro cui mi scaglio quando parlo al bar. Ascolto frammenti di dialogo sui vari treni su cui mi muovo.

Una signora parla a un'amica di una conoscente che soffre di depressione. Io non la consolo più, dice. Io ho sempre pagato in prima persona tutto. La lascio perdere. Qualche ora più tardi su un'altra carrozza una ragazzina legge agli amici dei messaggi di un ragazzo, abbiamo litigato e mi hai lasciata qui sola, e io non riesco nemmeno a muovermi. Loro ridono. E' un mondo freddo, in cui non mi voglio per nulla riconoscere. Se quello che il mondo che mi circonda insegna ai propri figli è che basta un attacco di panico per essere fatti fuori, a me questo mondo non interessa.

In una intervista Luca Persico dei 99 Posse spiega che il commercio clandestino della droga è un grande business perchè rinchiude i ragazzi in casa con la loro dose, cosicché essi non si riuniscano in collettivi per discutere di politica, società, e altro. Se questi ragazzi che incontro o i loro genitori sono così poco lungimiranti da non capire che un disturbo psicologico è allo stesso livello e causa lo stesso effetto collaterale, non è affar mio. Una volta l'unione faceva la forza, se questo non è più vero oggi per la maggior parte della gente che mi circonda, io non posso fare finta di niente. Tantomeno posso adeguarmi.

Ieri notte mi addormento alle nove e mezza di sera col mal di testa sul divano. Mi sveglio circa a mezzanotte, e dopo aver bevuto qualcosa e preso del paracetamolo accendo la televisione. C'è questo servizio dove la giornalista con una sua amica dalle fattezze molto giovanili stanno adescando un pedofilo tramite una chat. L'amica della giornalista fa finta di avere dodici anni. Riescono a vederlo dal vivo. Ovviamente non lo possono denunciare, perché la ragazza alla fine è maggiorenne in realtà. Ma lo convincono ad andare a curarsi da una psicologa. Lui chiede anche alla giornalista il numero di telefono – non sa che è una giornalista – per avere qualcuno con cui parlare.

E io sento ancora una volta che una occasione è stata sprecata. Perché nessuno realizza un servizio per parlare di cosa è la pedofilia sul serio ad esempio? Io non l'ho ancora capito. Quest'uomo, questo pedofilo, ha un anno meno di me e vive con la madre esattamente come me. Ma a me le donne piacciono un po' più grandi, sessualmente una dodicenne non mi coinvolge. Noto che quando all'uomo viene rinfacciato il suo adescamento lui inizia a confondersi, mentre prima con la ragazza in chat sembrava molto sicuro. La giornalista parla appunto di malattia, che è perché è malato che si confonde.

Penso a un altro servizio che ho visto in rete tempo fa, con quest'altro uomo che le bambine le comprava per farci sesso, a Caracas o Buenos Aires, non ricordo male. C'era il giornalista italiano che si recava a casa di quest'uomo, c'erano pure le bambine con cui aveva fatto sesso, e gli fa delle domande sul perché lo abbia fatto. Questa estate ho parlato con un'amica di Annalisa, che lavora nel sociale, e parlavamo appunto di pedofilia tra le tante cose. Io trovo che nessuno mi abbia ancora fatto capire cosa significhi provare desiderio sessuale per un minore. O perché succede. Ho sentito che in alcuni casi si tratta di persone che hanno subito abusi da bambini e che quindi da grandi si comportano con i minori nello stesso modo con cui altri si sono comportati con loro.

Ma non mi basta. Vorrei saperne di più. E l'intervento della giornalista pur essendo lontano dalla caccia alle streghe mi lascia comunque perplesso. Una sua collaboratrice pur adulta si è esposta per lei. Ma sopratutto se cerco in rete come la pedofilia viene curata, trovo: decremento dell'impulso sessuale rivolto al bambino mediante l'eliminazione di rinforzi positivi, decremento del coinvolgimento emozionale nei confronti del bambino, miglioramento dei rapporti interpresonali con altri adulti e decremento dell'ipersessualità. In pratica ci sono due vie per curare la pedofilia: la castrazione chimica, che però funziona solo per un determinato periodo, e la psicoterapia, che è un procedimento molto lungo e complesso.

Leggo che con la psicoterapia un pedofilo dovrebbe imparare a vedere la propria vita infantile e uscirne nella maturità. Ma al di là del progressismo di cui non sono né nemico né amico o delle reazioni emotive sull'argomento, quello che mi colpisce di più è questo legame tra il male subito e il male che si può infliggere, quasi come ci fosse una sostanza metafisica trasmessa da individui ad altri individui, mi colpisce il fatto che si parli di inibizione e non di amore – può un pedofilo amare, che per me è la qualità primaria di un essere umano, può eventualmente esservi educato?

Parlavo con Annalisa di questa cosa, che per me un essere umano è tale se è in relazione con qualcuno che ama, col quale confrontare i propri pensieri e le proprie azioni. E nel rapporto con il quale eventualmente modificare i propri pensieri e le proprie azioni. Perché credete che stia realizzando un servizio fotografico sulla transessualità? Per amore del progressismo o perché me li trovo simili? Perché voglio vivere astrattamente in una società più giusta o perché mi interessa il loro destino? Che operazione è il confrontarmi con loro su quello che ho scritto di loro, per essere sicuro di averli capiti?

In quello che ho potuto leggere questo aspetto relazionale nella cura di un pedofilo non esiste. E questa cosa mi lascia con la voglia di capire un po' di più di che cosa stiamo parlando, perché sento che quello che ci stiamo lasciando sfuggire è epocale. Qualcuno ricorda il Caligola di Camus? Questo imperatore che comprende la vacuità del potere a partire dal proprio desiderio per la sorella. Cosa ci sta dicendo la pedofilia che noi non stiamo ascoltando? Ecco, trovo che in questo nostro mondo progressista ma privo di progresso non ci stiamo fermando a ascoltare certi segnali.

Ancora una volta trovo una mancanza di femminilità nel mondo in cui vivo. Scopro oggi, leggendole, le emozioni di una ragazza che stimo molto per un amore, e penso che se noi uomini fossimo più capaci di provare emozioni simili forse sapremmo essere più empatici e propositivi in molte, moltissime altre situazioni. Non avremmo allora bisogno di zittire l'altro che ci fa paura, quando ci fa paura. Non avremmo allora bisogno di zittire le nostre emozioni quando l'altro ci fa paura. Non ci fidiamo ancora di noi stessi, questo è quello che sento.





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