sabato 6 settembre 2014

Impressioni (di Settembre)

“Am I black enough for you?”

- Schoolly D


Dopo essermi limitato a rivedere vecchi scatti ad agosto, e in attesa di proseguire il mio lavoro reportagistico, mi sono recato a Milano giovedì scorso per fare un po' di foto per la strada. Qualche giorno prima avevo fatto un salto in un negozio di fotocamere nuove e usate. Non ho trovato quello che cercavo, ovvero una macchina a pellicola per iniziare a scattare in analogico, ma mi sono procurato qualche buon consiglio, su dei modelli che posso cercare senza spendere una fortuna. Non è un caso che abbia svolto questi scatti in bianco e nero. C'è molto rumore, ma è così che mi piacciono le fotografie.

Ho girato un po' per il centro, alla ricerca di varia umanità, e poi mi sono spostato in zona Barona per raccogliere scatti di graffiti. C'è un bellissimo palazzo vicino al Barrio's, che potete vedere qui, ma in quella zona ci sono molte opere murarie, più o meno elaborate. Ho amato molto Jean-Michel Basquiat, la street art e l'hip hop in generale. Anni fa ascoltavo spesso musicisti come il Wu Tang Clan, gli NWA o i Public Enemy, per non parlare di dischi di culto come Funcrusher Plus dei Company Flow o The Cold Vein dei Cannibal Ox. Ogni tanto uso la rete per scoprire artisti contemporanei, ma se vado sui nomi famosi non mi trovo a mio agio; sia le basi musicali che i testi mi sembrano molto meno incisivi di quello che potevo ascoltare ancora a inizio millennio.

Poi ci sono notevoli eccezioni, come Massimiliano detto Il Nano, da Bari – spesso rappa in dialetto – il cui mixtape del 2011 Radici Italiane gira spesso nel mio lettore MP3. Mi piace molto anche Clementino Iena. Può darsi che in futuro vediate un mio lavoro di reportage sulla vita di strada, e che certe culture vi vengano coinvolte. Per ora mi limito a immortalare alcuni risultati, come quelli che potete vedere nelle mie foto di giovedì. Le culture di strada sono sempre state un modo per veicolare controvalori e notizie fresche, senza il filtro dell'ufficialità e dei media. Graffitare una città significa riappropriarsi di spazi e sottrarli all'alienazione urbana. E' qui che nasce la consapevolezza e l'arte, non nei musei dove si va sul sicuro, proponendo nomi famosi e distorcendo l'idea che la gente dovrebbe farsi sulla cultura – o peggio ancora, alienandola dal fare cultura attivamente.

Proprio ieri in un gruppo di fotografia su Facebook una ragazza ha postato un interessante fotomontaggio realizzato direttamente con la fotocamera, senza postproduzione, e in bianco e nero, una bocca schiusa nella quale si cela un occhio. Ne è nata una diatriba, qualcuno ha scritto 'se non sei Bunuel non fare queste cose, sono solo disturbanti' e lo scrivo qui per dire a chi mi legge che questo tipo di distorsioni sono frutto proprio di come il mercato dell'arte ci ha educati a concepire l'arte stessa. Se sei un nome puoi sperimentare, se non sei nessuno come ti permetti? Come se ci fosse un copyright sulla creatività, lo stesso principio per cui per molti i graffiti sono solo sporcizia e i writers sono legittimi solo se usano le loro bombolette in spazi appositi, quando è nella logica di quest'arte l'esprimersi 'occupando' gli spazi. Sporcare e sporcarsi insomma.

Ho visto delle video interviste a degli occupanti del Valle a Roma, e ho letto commenti orribili. Una attrice diceva nell'intervista che prima di occupare il teatro aveva pensato di andarsene dall'Italia. Qualcuno ha scritto 'meglio se ne fosse andata, la legge è uguale per tutti'. Ecco, questo atteggiamento. Come sarebbe? Da quando rischiare è diventato contro la morale comune? E da quando essere contro la morale comune è un reato? Io sono contento di vivere in un paese dove c'è ancora qualcuno che si assume in prima persona dei rischi. Il rischio di sperimentare. Il rischio di vedere cosa ti può succedere se decidi che non ti basta essere nutrito col biberon. E' fondamentale per essere dei buoni cittadini essere prima di tutto degli individui. E per essere individuo devi rischiare.

E' quello che cantava Bob Dylan, 'se vuoi vivere fuori della legge devi essere onesto'. Sto riascoltando Blonde on Blonde in questi giorni. Ho scoperto Dylan quando avevo ventidue anni. Prima ascoltavo heavy metal. Poi un giorno trovo questo libro con dei testi delle sue canzoni, una edizione economica con le traduzioni e la prefazione di Fernanda Pivano. Qualche tempo dopo, avevo già recuperato i dischi della svolta elettrica – non ho mai ascoltato le sue canzoni di protesta – e mi capita tra le mani Tarantula, libro che Dylan aveva definito 'mouthbook' perché si tratta di uno scritto da leggere ad alta voce. Dal ritmo delle parole ti saltano fuori miriadi di immagini. Cose che ho sentito solo dal miglior De André. E' stato il mio primo approccio col surrealismo, anche se non in senso stretto.

Proprio ieri sera, dopo essermi messo a lavorare alle foto che corredano questo post, ho avuto la sensazione che ciò che maneggio io e i miei colleghi fotografi – ne ho conosciuti di nuovi giovedì in un baretto in via Col di Lana a Milano, mi ci sono recato dopo aver scattato tutto il giorno per farmi una birra e vedere loro che si mostravano a vicenda i loro lavori – sono proprio i sogni. Questo nobilissimo motore dell'individuo, una cosa così fragile e così importante allo stesso tempo. Questa cosa appesa, mi verrebbe da scrivere, questa cosa che fluttua nel nulla eppure quando ti passa sotto gli occhi devi fermarti a guardare. L'immagine. Ho percepito tutta la fragilità di quello che facciamo, il suo essere fondamentalmente nulla – essere e nulla, direbbe Sartre, che è il miglior accomodamento possibile della mia sensibilità, almeno per adesso, tra la mia parte maschile e la mia parte femminile.

“Se vuoi fare qualcosa di utile, vai ad aiutare i bambini che soffrono di qualche malattia” dice Laura Dern a Peter Krause nel film I giochi dei grandi, che ho visto ieri notte. Giusto in sintonia con quello che sentivo, la piccolezza di quello che faccio e che fanno tutti i creatori di immagini che mi accompagnano o che mi hanno preceduto. Eppure giocare a fare la persona adulta non è che mi attiri molto, anche se da ragazzo ho lavorato con gli handicappati – si può essere politicamente scorretti nel proprio spazio virtuale con le parole? – e ora che sono grande mi servo di una Nikon per cacciare i miei sogni. Perché ho scoperto quello che Dylan aveva sempre saputo, lavorando col disagio o vedendo chi ci lavora. Dylan aveva iniziato la sua carriera di musicista scrivendo canzoni impegnate, canzoni politiche. Questo, negli anni in cui era Elvis The Pelvis a incendiare la classe proletaria.

Ho passato molti anni della mia post adolescenza ad ascoltare, in solitudine – Dylan non era molto apprezzato tra i ragazzi della mia età, era una passione che non potevo condividere e anche per questo è stato importante per me ascoltarlo – la musica di questo menestrello. Mi affascinava il suo non volersi far trafiggere come una farfalla da uno spillo, come scriveva la Nanda nella prefazione ai testi delle sue canzoni. C'è un film di qualche anno fa, I'm not There, che rende benissimo quella sensazione. Quel giornalista che insegue incalza stringe Dylan, “ma non hai sentimenti come li abbiamo tutti, sentimenti di base come amore, odio, rispetto?” e lui o meglio Cate Blanchett in panni maschili – avete letto i miei post precedenti? Vi stupisce che mi abbia così interessato questo passaggio? - che risponde incazzata “No, non li ho. Come fai ad avere il coraggio di chiedermelo? Mi rifiuto di farmi ferire in questo modo”, e poi via, parte Ballad of a Thin Man.

Ci ho giochicchiato con la mia vecchia chitarra acustica su molte di quelle canzoni. Dylan che elettrifica la sua musica al punto che Pete Seeger cerca di tagliare i cavi che danno energia agli strumenti sul palco a Newport, Dylan che un anno dopo nella sua canzone più famosa canta “how does it feeeeeeeeeeeeel” con quel tono stralunato, Dylan che si sente dare del Giuda, Dylan che alza sempre più il volume fino a quel famoso incidente in motocicletta, Dylan che pubblica qualche anno dopo un disco intitolato Self Portrait pieno di canzoni stupide, indecifrabili, Dylan che si converte al cristianesimo e che nel 1979, mentre il mondo occidentale affronta la repressione e tutte le speranze naufragano, canta “ma tu devi servire qualcuno, può essere il Signore o può essere il demonio ma devi servire qualcuno”, eludendo ancora chi avrebbe potuto cercare in lui delle risposte, fino a suonare sardonico e addirittura sadico, Dylan che mentre abbandonavo gli studi universitari, per non essere parte del sistema che aveva lasciato bosniaci e serbi soli a massacrarsi, per non annegare in un mare di carte da leggere ideologicamente, optando per la grafica – e ironicamente uno dei primi lavori commissionatimi è stata la preparazione del materiale per un convegno di presentazione della vecchia legge Bossi-Fini – incideva un disco che iniziava con le parole “Cammino attraverso strade morte”.

Certo che l'ho sentito dal vivo Dylan, novembre 2003, parterre in piedi, ventisei euro. Mi aveva colpito sentirlo cantare “dignity can never be photographed” con la sua solita voce chioccia e roca, canzone che già conoscevo, e infatti dieci anni dopo ho acquistato la mia attuale macchina fotografica. Avevo in mente più lui che l'hip hop due giorni fa, mentre girovagavo sotto una giornata nuvolosa in cerca di frammenti di mondo da portarmi a casa e rielaborare in bianco e nero. Le foto che accompagnano Blonde on Blonde, il suo disco più bello, sono tutte granulose, e quella che sta in copertina è addirittura sfuocata. Come piacciono a me. Non vedo l'ora di trovare quella macchina a pellicola che, col tempo e l'allenamento, mi farà forse felice. Non vi sembri strano che uno come me ami Dylan, che ha lasciato l'impegno della giovinezza per esprimere solo se stesso. E' che lui per esprimere solo se stesso si è assunto dei rischi, gli stessi che sento di correre io oggi quando invece riprendo soggetti per i miei reportage.

Intanto in questi giorni al festival del cinema di Venezia è in concorso un film su Pier Paolo Pasolini. Ecco un altro artista che ho amato tantissimo: Abel Ferrara. Ho visto non so quante volte film come Il Cattivo Tenente e The Addiction, per non parlare di Occhi di Serpente. Harvey Keitel che vaga per le strade di una città che non sarà mai a misura d'uomo strafatto di eroina e crack domandandosi se esiste una redenzione. Ancora Harvey Keitel che interpreta un regista ossessionato dalla ricerca di Dio che perde la moglie e incontra la disperazione e vede la sua attrice protagonista violentata sul set restando freddo e ossessionato solo dal risultato delle sue riprese, dalla sua visione artistica, nobilissima, difficile da perseguire, anticommerciale, eppure. Lily Taylor che vaga in vicoli in bianco e nero alla ricerca di corpi di cui nutrirsi sulle note di I Wanna Get High dei Cypress Hill, e che incontra un Christopher Walken che le parla di Sartre e Beckett prima di insegnarle cos'è la fame; un cortocircuito morale tra la vittima e il carnefice, un pugno nello stomaco, questo sono i film di Abel. A partire da quell'assassino col trapano ossessionato dalla figura del padre homeless che è il senso religioso rivoltato di segno e senso nei bassifondi della no wave cinema della fine degli anni settanta. Siamo dalle parti dei cortometraggi di Richard Kern con Lydia Lunch, ma il cinema di Ferrara è molto più estatico e mistico. Si gioca con la psiche, non col corpo. E lì, si perde sul serio il controllo.

Non ne fanno più di film così, per quello non vado più molto spesso al cinema. Giusto una volta ogni tanto salta fuori un Cédric Kahn, di cui ho già scritto settimana scorsa. E pensare che tra un po' con Annalisa e Fabio dovrei girare un cortometraggio. Anche il fantasma di Pier Paolo mi ha fatto compagnia mentre scattavo in periferia. Sono una forza del passato, solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi. Tutti quei segni sui muri. Quel cielo coperto. Ricordo che quando ancora studiavo lavoravo in una mensa universitaria. Con la signora per cui lavoravo avevo parlato di lui, perché mi ero portato dietro una copia di Una Vita Violenta un giorno nella borsa. Negli anni Novanta la versione del suo omicidio per mano di un ragazzino che si voleva scopare andava ancora per la maggiore nella borghesia milanese. Interessante, no? Alla fine della giornata di giovedì comunque, ho rimediato un contatto per pubblicare le mie poesie, quando le avrò scritte. Assieme a qualche aneddoto sulla vita notturna nel quartiere Isola.

A contatto coi miei simili ho sentito la stessa fragilità per quello che facciamo che avevo percepito anni fa quando scrivevo di musica e arte. Il mondo che ci circonda non si volta col nostro segreto, come scriveva Eugenio Montale. Il nostro segreto è la fragilità di quello che facciamo. Una fotografia non migliora la vita di nessuno. Eppure, quando scatto la mia esistenza si semplifica. Ciò che ho di fronte non corrisponde mai a quello che ho in testa. Le mie sensazioni, i miei pensieri, si cancellano un poco alla volta. Anche il senso di ciò che catturo passa in secondo piano.

C'è un bellissimo passaggio in Arakimentari di Travis Klose, il documentario su Nobuyoshi Araki. Lui è seduto a un tavolo con un po' di gente, stanno bevendo, e di fianco a lui c'è una modella. Lui ha una macchina fotografica con sé, e le spiega che fotografare è zen. Avvicina l'apparecchio all'occhio e le dice “ora, mentre scatto, senti la tua mente mentre si libera dai pensieri”. La fotografia, questo modo di liberarsi della nostra parte razionale per incontrare la realtà che ci sta attorno in modo nuovo. Vorrei che tutti avessero una macchina fotografica per scattare e imparare a guardare la realtà in modo nuovo. L'anno scorso mentre facevo foto di notte ho scritto un manuale di fotografia, mi piacerebbe condividerlo con una scolaresca multietnica. Fotografare significa appropriarsi della realtà che ci circonda. Ma se stai attento capisci che questa appropriazione non avviene all'interno di un possesso. E' un atto di gratuità. Attendete ancora un po' i miei reportages e le mie poesie. Arriveranno. Intanto potete vedere qui tutti i miei primi scatti di settembre.




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