sabato 20 settembre 2014

Muro di Bambola

“E' decorazione l'arte, è volontà di esprimersi”

    - Carmelo Bene


Oggi voglio incominciare questo post con un muro fatto di bambole in cui mi sono imbattuto questo giovedì in via De Amicis a Milano. Leggo in rete che le bambole sono state create dalle mamme detenute di San Vittore, presso l'istituto a custodia attenuata. Questo muro rappresenta il muro di silenzio che spesso circonda la violenza sul cosiddetto sesso debole. E questo è già il mio secondo scritto su Seeing Emptiness che incomincia con una immagine legata alla violenza sul sesso femminile.

Una sex worker racconta in un articolo pubblicato in rete di come è diventata una chat girl, inizialmente per realizzare le sue fantasie erotiche di dominazione, e dell'umanità che ha incontrato, in chat, compreso un ragazzo che grazie a lei ha scoperto di essere genderqueer e che ha imparato cosa vuole dai propri 'travestimenti'. Più vado avanti a leggere queste cose, e più trovo, sento che noi dell'eros, dell'amore, di tutte queste cose insomma, non abbiamo capito nulla. Ancora.

Ho un soggetto maschile che posso sfruttare in (un) futuro (prossimo). E' come me, fisicamente, sicuramente non ha il fisico del modello. Ma mi piacerebbe esplorare l'erotismo maschile proprio con lui. Molti dei miei artisti preferiti sono omosessuali. Fassbinder – che è anche il soprannome che mi ha dato Annalisa, della quale vedete altri scatti qui – ma anche Ginsberg, Genet, Giorno, tutta gente che mi ha fatto capire molto dell'omosessualità ma non solo.

Io ho fame di sapere. Per questo. Ma poi oggi pensavo anche che non ci sono molti fotografi famosi, o antologizzati, omosessuali. E mi sto chiedendo: ma la fotografia è un'arte omofoba? Per questo vorrei realizzare quel progetto erotico con un uomo. Una modella che amo tantissimo scriveva che tra modella e fotografo c'è sempre tensione erotica, che è normale. Sarebbe interessante capire che tensione ci potrebbe essere tra me e il mio modello.

Non vi sembri strano leggere che la fotografia potrebbe essere un'arte maschilista perché non ha mai espresso artisti omosessuali. Se per questo nella storia della fotografia edita dal Moma di New York, tradotta anche in italiano e pubblicata da Einaudi, non si parla né di Nan Goldin né di Tina Modotti. Ma qualcuno di voi potrebbe obiettarmi: ma allora il jazz, che ha creato poche sassofoniste, è un'arte maschilista? Beh, nonostante abbia prodotto dei geni, purtroppo lo è.

Certo, oggi come oggi ci sono fotografe donne, alcune più brave di molti loro colleghi uomini. Per fortuna. Ma non è questo il punto. Intanto mi sembra di capire che nel mondo anglosassone le riviste che hanno come target la comunità LGBT se ne escano sempre con servizi legati a personalità che 'ce l'hanno fatta', credo che nessuno andrebbe a intervistare e fotografare persone costrette a prostituirsi perché discriminate, come ancora succede a molti transgender.

E tutto questo ha già un nome, che è 'double standard'. Lo stesso doppio standard che sto iniziando a vedere nella fotografia erotica. Per ora la mia forte sensazione è che la sessualità maschile sia molto più repressa di quella femminile. Le immagini degli uomini legate all'eros non sono mai gioiose. Una giovane modella, che posa per fotografi e pittori, con cui ho iniziato uno scambio di impressioni, mi ha dato nomi e link. Ma solo in un caso ho visto modelli maschili.

E quelli che ho visto sono... fissi. Cercherò altre rappresentazioni del maschile, io ho già in mente una eccellenza, che è Sakiko Nomura, fotografa che adoro, ma in genere, da quello che ho visto, ho la impressione che gli uomini si lascino meno andare quando si tratta di rappresentare le proprie emozioni. Nella vita reale intendo. E questo è un problema. Che non riguarda Sakiko ma che altrove si sente. Dovessi trarre delle conseguenze comunque direi: gli uomini non godono.

O non si divertono, o non si esplorano, o non si conoscono. Il motivo credo che sia nel fatto che gli uomini hanno un erotismo diverso da quello femminile. Me lo ha suggerito la letteratura erotica che ho frequentato – Klossowski, Bataille, Sade – ma sopratutto una cosa che mi è successa giovedì pomeriggio, giornata dedicata alle foto in città e che mi ha fatto riflettere. Intanto dovete sapere che quando vado in giro a scattare io ho sempre in testa delle immagini. Almeno ultimamente.

Non dico che ho in testa delle fotografie, potrei per farmi capire affermare che ho in testa determinate sensazioni che sono in parte legate al mio immaginario, in parte a quello che spero di trovare, in parte a ciò cui mi hanno portato i miei lavori precedenti, in parte ancora a ciò che cerco nella vita in generale, a quello che vorrei incontrare, a quanto vorrei diventasse materia di un mio confronto con la realtà, ai miei ideali insomma.

Ma giovedì, mentre andavo in giro, sentivo che ero lontano dal vedere e catturare quello che volevo. Ogni tanto sentivo che mi sfuggivano persino le inquadrature, che quella testa era troppo sulla sinistra anche se le mani si protendevano correttamente verso l'altro lato dell'inquadratura, le strade mi sembravano tutte troppo dritte e lunghe, e mi sembrava di limitarmi a correre attraverso di esse senza fermarmi a pensare, a cercare. Ma non avevo voglia di fermarmi.

Ho incontrato anche dei problemi in post produzione, perché le foto non venivano come volevo. Avevo in mente un certo tipo di risultato ma le fotografie andavano in un'altra direzione, che ho dovuto assecondare. Ho dovuto lasciarle decantare un giorno, mentre mi recavo presso una associazione in cerca di soggetti per un mio reportage, per capire se erano veramente delle foto in cui mi sarei potuto riconoscere, ma mi sarebbe dispiaciuto lasciarle da parte.

Questo senso di distanza, di cose che svaniscono e di altre che lasciano loro posto, per me è l'erotismo maschile. Non so dirvi di preciso in che cosa differisca dall'erotismo femminile perché da esso mi sono lasciato sempre avvolgere senza capirlo ancora fino in fondo. Ma da quello che vedo tramite le immagini l'erotismo femminile è anche gioco, provocazione, sensazione, mentre l'erotismo maschile per me è innanzitutto allontanarsi da sé, senso della perdita.

Per questo nel vedere foto di artisti suggeritimi dalla mia nuova amica ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a cose che non avrei voluto replicare, perché mi suggerivano comunque sempre uno stare all'interno di parametri. Anche quelli che apparentemente coi parametri ci giocavano di più. Ho visto persino un paio di scatti che sembravano uscire dalla macchina di D'Agata, ma in quel caso si trattava di scatti fatti in studio, non in mezzo alla vita vera.

Mi piacerebbe, col tempo, realizzare uno stile dove invece ci si fa beffe della rappresentazione, di qualsiasi parametro anche evoluto di essa, per cercare invece di andare al nocciolo, al cuore della questione, che sono gli affetti. Come rappresentarli? Come fare non per attirare lo sguardo dello spettatore, per emozionarlo, ma per dargli invece il senso di una necessità di cambiare per poter guardare di nuovo come la prima volta?

Saranno problemi che affronterò con il mio primo modello per l'erotismo forse, mentre oggi, come accennavo, ho ripreso, dopo la pausa estiva, i miei contatti col mondo dell'associazionismo. In un posto vicino a Milano dove varie persone vivono assieme mettendo la socialità e la vita comunitaria al posto dell'individualismo o del gruppo famigliare che potete vedere ovunque nel mondo 'mainstream'.

Chi sponsorizza e promuove attivamente questo modo di vivere nel caso concreto da me visto sono persone che hanno vissuto una esperienza di volontariato in posti lontani e poveri, e che al loro ritorno in Italia hanno pensato di non distaccarsi da quel modo di vivere. Avreste dovuto vedere gli spazi abitativi, nello spazio in cui sono entrato c'erano bei mobili di legno, solidi, spartani, un pc, un piccolo lettore cd stereo e un angolo con dei libri. Qui vivono dieci persone.

Una famiglia di sei elementi 'naturali' più altri quattro che sono ospiti, con storie differenti l'una dall'altra alle spalle. Ci sono diverse 'case' strutturate in tale modo in questa cascina, in più spazi per il gruppo tra cui una biblioteca, una cappella e un campetto da calcio. C'è anche un parco giochi per bambini visibile dal cancello d'ingresso, in cui anche i bambini provenienti da fuori sono lasciati liberi di divertirsi.

Sul treno mentre tornavo a casa ho buttato un occhio su un giornalino prodotto dalla associazione. Si parla molto di vivere in comunità, e ho pensato immediatamente a Victor Turner e all'idea di comunità cui si ispira l'antropologo inglese. Cose che avevo letto anni fa per capire meglio il jazz americano e i movimenti per i diritti civili. Non so dirvi se mi piacerebbe o meno questo modo di vivere, io che sento tantissimo il bisogno di vivere senza 'riduzioni' a discorsi delle mie sensazioni.

A meno che non si tratti di dialoghi con un'anima affine in particolare. Ma trovo interessante che proprio nella nostra società, in mezzo all'individualismo di oggi, ci siano persone che sentano il bisogno di vivere una vita in comune, accogliendo anche chi è in difficoltà o ha bisogno di un periodo di riflessione, condividendo persino i propri spazi abitativi. Mi viene da riflettere su un po' di cose cui mi è capitato di assistere.

Intanto una modella ha presentato a Milano un suo libro in cui ci dice che la ragione è un po' come un coltello e che come tale va usato, per prendere atto della realtà contro i dogmi e contro le superstizioni. Che i sentimenti e l'istinto cambiano da persona a persona, mentre con la ragione possiamo trovare un terreno comune per costruire. E penso ai dibattiti su tutti quegli occidentali che ora diventano fondamentalisti e guerrieri.

Ora, io sono junghiano e credo che ogni volta che facciamo un 'salto' lasciamo indietro qualcosa che poi dobbiamo tornare a recuperare. Io credo che se un italiano abbraccia l'Islam e va a combattere per creare uno stato confessionale, quello che gli manca non è la spiritualità ma la possibilità di vivere per realizzare una utopia. Quello che avevamo col tanto bistrattato Sessantotto, ad esempio. O anche prima. Kerouac il suo Sessantotto, per sé, lo aveva realizzato negli anni '50.

Tanto è che la Beat Generation è stato l'unico movimento culturale occidentale ad avere contatti col mondo arabo. Vuoi perché Ginsberg e Burroughs spesso erano a Tangeri. Vuoi perché coi loro viaggi avevano assorbito molto della cultura orientale. Ma proprio come insegna Burroughs, ragione spesso diventa paranoia. E con la paranoia occorre tagliare, cut up. Coltivare il non senso. Mostrare l'assurdità del senso.

Penso anche allo 'strano' rapporto tra due miei amici, con lui che le scrive 'sono diventato adulto perché ho preso delle decisioni e per una volta non mi sono perso nel pensare' – in soldoni - e proprio oggi mentre tornavo a casa leggevo invece di come quando si sta in gruppo certe volte è importante non mettersi a fare i protagonisti e saper restare non dico passivi ma, come scrive una psicologa (credo), 'l'assenza è un gesto di cura' perché quello che conta è 'la qualità dell'esserci'.

Vorrei che anche le mie fotografie non fossero fatte per gridare al mondo che ci sono e sono belle, ma che si limitassero a dare da vedere qualcosa di importante, di sostanziale, qualcosa attraverso cui un osservatore possa arrivare a percepire il mondo che lo circonda e il proprio mondo interiore in maniera differente. E' difficile parlare di anima nel mondo di oggi, ma i recenti segni di estremismi mostrano che è una qualità essenziale e che in un modo o nell'altro qualcuno ne andrà in cerca.




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