sabato 4 ottobre 2014

La città dietro il mare

"Il modo migliore per venirne fuori è sempre buttarsi dentro"

- R.L. Frost

Quindi da giovedì prossimo ci sarà a Milano una mostra su William Klein, alla Leica Gallery. Ho visto questa settimana il catalogo, e come al solito sono rimasto incantato nel vedere cosa il genio di New York ha realizzato nella sua città natale. Le sensazioni che mi suscitano le fotografie di Klein sono difficilmente traducibili a parole. Ci sono delle cose che solo lui ha pensato di trasporre in forma di fotografia, e parlare di 'approccio ironico' a me non basta. Per me Klein è un visionario dalla mente lucidissima, e ogni suo progetto fotografico ha spostato di un tratto i confini di quest'arte.

Non basterebbero tutti i saggi di fotografia di questo mondo per descrivere il lavoro di Klein. Si potrebbe parlare di istinto contrapposto alle regole, sì ma non è sufficiente. L'istinto non è uguale per tutti. L'istinto di Klein applicato alla sua arte fotografica è tale per cui dopo aver visto le sue foto non vedi più la realtà che ti circonda nello stesso modo. Se te ne lasci infettare. Quel piccolo scarto che sottilmente ti colpisce e non ti lascia più tornare a casa. E non è solo una questione di grandangoli, di mosso o di sfumato. Lo senti a impatto, a pelle, che le foto di Klein sono 'qualcos'altro'. Come il jazz di Ornette Coleman.

Tutti i fotografi giapponesi che ho amato di più, quelli dell'era Provoke, sono in qualche modo figli di William Klein. Sono tutti artisti che come Klein avevano una visione. Non si limitano a fare 'belle fotografie'. Fanno di più: donano la vista. Rinnovano la realtà. Anni fa quando scrivevo di musica leggevo che secondo John Cage la musica d'avanguardia avrebbe dovuto rinnovare il modo con cui ascoltiamo il traffico, i suoni della città che ci circonda. Klein fa la stessa cosa con le immagini. Ci fa vedere il mondo come per la prima volta, lasciandoci col desiderio di fare la stessa cosa.

Le mie fotografie piacciono. A parte le modelle che mi fanno i complimenti, c'è un ragazzo che mi ha proposto di organizzare una mostra con dei miei scatti urbani. Come mi sento rispetto a questa cosa? Sinceramente mi fa piacere sapere che sono arrivato da solo a un livello per cui potrei essere esposto, ma l'idea di organizzare un evento su di me non mi fa impazzire. Anche perché vedo come sono gli eventi a Milano per persone come me. Porti amici, non spargi semi. Mi è stato proposto di passare dei giorni presso una associazione milanese che si occupa di migranti richiedenti asilo, per un reportage su di loro. Dovrei stare qualche giorno con loro senza macchina per conoscerli e vedere cosa fanno.

Poi da questa conoscenza potrebbe nascere il reportage. La trovo una cosa molto interessante e spero di riuscire a farlo. Ieri sera ho visto che nel breve periodo in cui l'Italia ha stretto accordi con Gheddafi per rimandare i clandestini sulle coste libiche, ci sono state notificate dagli organismi internazionali delle violazioni per i diritti umani. E ora che Mare Nostrum è finito, Frontex Plus con i suoi steccati nazionali, veri e propri muri in certi Stati europei, e accordi simili si macchierà degli stessi delitti. Quindi un buon risultato dalle mie foto lo posso concepire in termini di informazione, di cambiamenti. Un servizio fotografico cambierà la realtà? Queste sono le domande che mi girano in testa, che qualcuno veda le mie foto e le apprezzi esteticamente non so.

La fotografia per me è un mezzo per avvicinare la realtà, per guardarla con occhi diversi. Affermazione personale e affermazione di un ideale di realtà per me vanno di pari passo. Si è una persona migliore quando si vive in un mondo migliore, e per costruire un mondo migliore bisogna convincere altri a farsene carico. Espandere l'area della coscienza si diceva negli anni Settanta. Così mentre prendo accordi con l'associazione milanese leggo che il CIE di Lampedusa potrebbe tornare agibile in meno di un mese. Le contraddizioni del nostro mondo si moltiplicano, qualcuno soffrirà e molto, i percorsi individuali, che già dieci anni fa venivano nemmeno tanto tollerati, oggi paiono proprio essere schiacciati nel nostro mondo. Mentre tutti fanno spallucce.

Ecco, il pensare a una mostra su di me mi fa riflettere sulla mia identità di essere umano. Vorrei vivere in un mondo più a misura d'uomo. Perché non si può vivere felici in un mondo ingiusto. E' tanto che non credo più al discorso relativo al lavorare sulla propria consapevolezza. Perché è un lavoro che ho già fatto. Io sono consapevole, sono una persona migliore rispetto al mio passato. Vivo meglio. E vivo in un paese vicino a Milano da cui qualsiasi omosessuale scapperebbe. Pur essendo un paese benestante. Certe volte mi chiedo cosa significhi amare qualcuno circondati da steccati e barriere mentali. E penso che bisogna lottare per abbatterle, quelle barriere. La felicità personale non è proponibile come ideale 'chiuso'.

Eppure l'amore è importante. Non si può vivere senza. Ma ho già sperimentato che l'amore è monco se non puoi cambiare il mondo che ti circonda in meglio. Me ne sono accorto tanti anni fa: era bellissimo avere qualcuno con cui passare la notte, ma sentivo il fuoco covare sotto la cenere. Nei sogni che facevo. Ma anche nella realtà che vivevamo. Per questo mi sono sempre domandato cosa fosse davvero l'amore. Non è solo un sentimento. Non è solo il desiderio di avere a fianco qualcuno con cui condividere la tua esistenza. Sicuramente per me non è il desiderio di fare una famiglia. Non in senso borghese, crearsi un nido, crearsi un rifugio. Perché quello che hai attorno te lo inquina. E quindi è il caso di occuparsene.

Inquina il modo in cui guardi l'altro, inquina il modo in cui l'altro o l'altra ti guardano. Guardatevi The Cambodian Room, il documentario su D'Agata, e osservate i dialoghi tra lui e la donna. Non c'è bisogno che la vostra lei eserciti quella professione per arrivare a quel tipo di dialogo, un tipo di dialogo dove le parole sono la parte più irrilevante, dove attorno a voi circola liberamente una domanda su chi siete e cosa state facendo in quel momento. Secondo me, se non c'è un momento in cui circola quella domanda, indipendentemente dal fatto che rispondiate o no, se non circola quella domanda non è vero amore.

Può andarti tutto bene, ma anche nella vita secondo me è così: se hai un lavoro che ti piace, soddisfazioni professionali, soddisfazioni personali, ma non c'è un momento in cui il nulla ti tocca e in cui questo contatto ti cambia, almeno in potenza – potresti andare dove vuoi a partire da quel momento - vuol dire che in fondo non te ne frega un cazzo di niente. Vuol dire che accetti quello che hai e quello che sei dandolo per scontato. Che non ci tieni. Penso addirittura che dovremmo incorporare in quello che facciamo, nei nostri mondi, dei momenti che ci aiutino a percepire il vuoto, se tutto dovesse scomparire.

Io non ho mai sopportato una vita piena. Anche quando ero a Londra e cercavo lavoro, andavo a ballare, cercavo contatti per scrivere, mi ricavavo sempre uno spazio per potermi ascoltare dentro. Anche a costo di qualche solitudine in più. Aver vissuto sei mesi da solo in cerca di fortune mi ha cambiato la vita in meglio. Come quando la notte sugli autobus traducevo l'inglese dei peruviani ai conducenti, un po' spaventati dall'avere a che fare con degli stranieri, e loro poi mi salutavano col sorriso. Quel buco indispensabile su come è fatta la realtà, se non possiamo magari farla meglio, rifarla, darle un senso diverso da quello che ci è stato insegnato.

Se ci pensate bene è anche il senso, o uno dei sensi, della fotografia di William Klein. Quel suo indugiare su cose che apparentemente non farebbero una buona fotografia. Quel fotografare cose che nessun altro avrebbe mai fotografato. Quel mettere in discussione cos'è la fotografia. L'uomo ha bisogno di certezze, e quando se le costruisce ci muore dentro. Abbiamo tutti bisogno di avere posti o situazioni che stimolino la nostra fluidità, la nostra naturale propensione al cambiamento. Vi consiglio di innamorarvi di una donna già impegnata, di dedicarvi almeno per un po' a qualcosa che non vi porterà nessun frutto visibile, di incontrare situazioni che vi facciano porre una domanda su chi siete. Perché a quelle domande nessuno potrà mai rispondere al posto vostro.

Intanto lo spazio che fino a gennaio scorso apparteneva a Forma lo scorso weekend è stato occupato da ZAM, Zona Autonoma Milano. Il collettivo milanese aveva promesso di aprirvi dei laboratori, ma dopo due giorni, il lunedì mattina, è già stato sgomberato dalle forze dell'ordine. Pacificamente questa volta. Il problema dell'occupazione è un problema che ho già sfiorato questa tarda primavera. Ho intervistato e fotografato un senza tetto, ho parlato un po' con chi lavora nella associazione che me lo ha fatto conoscere e tra i tanti argomenti ho chiesto anche delle occupazioni che a Milano non sono solo legate a collettivi come ZAM. Pare che l'Aler, l'ente comunale che gestisce le case popolari, non riesca a soddisfare tutte le richieste di alloggio – voglio restare neutro perché non ho ancora approfondito bene l'argomento – e spesso i cittadini, da soli o in gruppo, fanno da soli.

Per chi è senza fissa dimora è un po' più difficile, pare che di mezzo ci siano le difficoltà soggettive che in alcuni casi conducono all'isolamento sociale a rendere difficile organizzarsi e 'resistere'. Come una schizofrenia o altre patologie psichiatriche ad esempio. In realtà io credo che il problema sia più 'semplice'. Chi occupa per me ha una sorta di fiducia nella migliorabilità del reale, fiducia che non tutti abbiamo e che è una questione 'antropologica' comunque poco dibattuta. Si può essere 'contagiati' da questo tipo di fiducia, e lo spazio di cui parlavo sopra, lo spazio personale, è fondamentale. Purtroppo la solitudine, come 'occorrenza sociale', non sempre favorisce la propria coincidenza con quel tipo di esperienza.

Ma sarebbe interessante che i due mondi, quello del nudo bisogno, e quello della fattività, si incrociassero. Io ho appena iniziato a esplorarli entrambi a livello sociale, e sono interessato a vedere come si potrebbero ibridare e con quali risultati. Per questo motivo in questa sede parlerò poco di Forma e delle polemiche che hanno seguito al mancato rinnovo del contratto da parte di ATM Milano. Sono più interessato a quanto sarebbe potuto accadere col prolungarsi dell'occupazione e, visto che una sede di ZAM è vicina all'associazione con cui dovrei collaborare per il mio progetto sui rifugiati politici, anche se le due non hanno relazioni dirette, almeno che io sappia, potrei approfittare per farci un salto e iniziare a conoscere gente cui potrei riservare un po' di posto nella mia agenda.




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