sabato 25 ottobre 2014

In direzione ostinata e contraria

"Cosa vuole l'anarchico? La libertà - la libertà per sé e per gli altri, per l'umanità intera" 

- Fernando Pessoa


Genova due volte. Iniziamo con una premessa. Io a Genova ci sono stato l'anno scorso, per fare delle fotografie. Mi sono innamorato di quella città. Mi piacerebbe andarci a vivere. Coi suoi vicoli stretti pieni di strani sottoboschi di varia umanità, con quella molteplicità di piani che mi ricorda certi saggi di Deleuze, con il suo essere stato la città di Tenco e De André. Genova è immensa, una città in cui perdersi per non ritrovarsi mai più. Una città da cui uscire diversi da come ci si è entrati. Ricordo ancora la sensazione che ho provato attraversandola con la mia macchina fotografica, quel senso di imprendibilità, di impossibilità a narrare qualcosa di più grande di te che da un certo momento in poi arriva a possederti. Genova città magica.

Città di prostituzione regolamentata sin dai giorni delle Repubbliche Marinare, con le ragazze rigorosamente vestite di giallo la domenica a messa. Fino alla legge Merlin, c'era una casa dove erano bene accetti anche i clienti minorenni. Città piena di baretti per cani sciolti alla Bukowski, magari senza la grazia della scrittura, senza il dono della poesia, città di innocenti, come avrebbe scritto Pasolini, città dove forse è ancora possibile trovare una alcova per rifugiarsi dalle asprezze della vita, con il centro storico meno borghese che vi capiterà di vedere, sicuramente stride con la mia Milano, le cui strade sono molto più ampie e in alto c'è una porzione di cielo molto più visibile, a lasciarti con un desiderio di infinito, o con un senso di deserto, più grande. Genova invece è la città della speranza, forse. A vederla almeno da passante.

Dopo i disastri del Bisagno io ho avuto la tentazione di prendere in mano una pala, infilarmi gli stivali e andarci di nuovo, non da fotografo. Ma ho avuto la sensazione che mi sarei sentito uno straniero, e che il mio legame sentimentale con quel luogo non avrebbe costituito un motivo valido per gli autoctoni per vedermi lì. Chissà, magari sarei stato bene accetto, ma ho avuto la sensazione che quel dolore era un dolore privato, e forse anche un dolore piccolo borghese. No, non è un giudizio che deriva da una visione politica delle cose, sono solo le mie impressioni più intime. Perché vedo cosa succede sui posti di lavoro, e sto diventando sospettoso nei confronti di quella mentalità. Come accennavo tempo fa, ma con nuova carne sulle ossa a dare adito a nuovi ragionamenti sul caso.

Omofobia, transfobia e tante altre malattie sociali si estrinsecano spesso col negare una dignità a chi ci ricorda la limitatezza delle nostre vedute, inconsapevolmente magari, e questa negazione della dignità spesso assume proprio la forma di negare un lavoro. Per non parlare di quei lavori come la prostituzione che sono considerati moralisticamente e non per quel che sono, anche solo perché ci ricordano che tra uomini e donne c'è una forte disparità che i discorsi xenofobi sull'altro, sull'islamico ad esempio, non possono comunque farci dimenticare. Quindi il lavoro nel mondo in cui viviamo è uno strumento di controllo sociale. Solo chi aderisce agli ideali 'borghesi', come si sarebbe detto una volta, ha il diritto ad un lavoro – lo spettro della crisi funziona in questo senso, vedasi le varie manifestazioni che incitano al lavoro agli italiani ad esempio – e a chi un lavoro ce l'ha è chiesto di adeguarsi e non rompere.

Vi sembra una presa di posizione ideologica la mia? E' che io ad esempio ho un'amica che agli occhi delle colleghe è colpevole di fare anche un lavoro artistico. Bastano due minuti di ritardo la mattina perché le altre donne con cui condivide il lavoro di ufficio si lamentino perché lei farebbe 'la figa', quella che la sera si diverte perché non ha figli da crescere. Questa dittatura dell'uomo comune insomma, che distorce anche la realtà. Ma sfido chiunque di voi a fare qualcosa di artistico, anche gratis, e poi sopravvivere in un posto di lavoro 'normale'. Nel nostro mondo non puoi tenere il piede in due scarpe. L'arte è per gli irrisolti, per chi non vuole crescere, aprire la partita Iva e pagare le tasse come tutti. Insomma, nel vostro mondo, lo dico a voi che mi leggete perché io faccio mondo a parte, esistono problemi di serie A e problemi di serie B. I problemi veri, seri, sono solo quelli che hanno tutti i WASP (White Anglo Saxon Protestant), quelli che soffrono dell'etica protestante del lavoro.

Spero per voi che non abbiate mai un attimo di depressione, perché non solo troverete specialisti interessati solo a rimpinzarvi di pillole, non uno che vi parli di Carl Gustav Jung o di archetipi, ma sarete anche considerati dei bambini viziati. Facilmente ricattabili poi: un po' di mobbing e il vostro problema sarà risolto. Vi si butterà via, voi bambini, con l'acqua sporca. Non va meglio necessariamente a chi fa un lavoro artistico, come a quell'altra mia amica modella che mi parla di prostituzione intellettuale: ogni volta che ho un impulso creativo, mi dice, lo uccido perché so che non ci pagherò le bollette. Io mi chiedo come abbia fatto Marina Abramovich ad arrivare ad aprire un istituto. E non voglio immaginare cosa succederebbe se fossimo nei suoi anni d'oro, e il Fatto Quotidiano dovesse recensire le sue performances. Mi immagino i commenti dei lettori su quegli articoli.

Io è da anni che seguo un percorso solitario. Nessuno mi chiede più col mobbing sul posto di lavoro o in altre forme di adeguarmi, di ragionare in una maniera comprensibile e consumabile da parte delle masse, di adorare la famiglia naturale e gli sforzi per pagare le tasse, e non mi trovo nemmeno nella posizione di sfruttare ragazze espressive nel modo in cui le mie agenzie me lo chiederebbero per vendere le mie opere. Però una signora egiziana di cinquant'anni lunedì mi ha chiesto di aiutarla a trovare dei contatti con la stampa per raccontare la sua storia di sofferenza, cosa che sono riuscito a procurarle. In questo mio percorso individuale, scopro ogni giorno di più che la solitudine è condizione prima per poter usare il mio cervello e le mie forze nel modo che ritengo più giusto, lontano da tabù sociali che sapete tutti quanto ci impediscono di essere noi stessi ma che accettate tutti, chi più chi meno, incuranti della dose di violenza con la quale caricate i vostri simili.

So che prima o poi ci sarà l'ennesimo giro di vite anche per me, come lo aspettate voi, ma né in un caso nè nell'altro, che arrivi o non arrivi, io mi sarò macchiato di aver fatto pressione a qualche altro essere umano perché esso assomigli al risultato di un ideale coercitivo cui sento di non appartenere come uomo. Vi guardo spesso, e mi chiedo per quale motivo non operiate allo stesso modo. Ho quarantuno anni, non sono più un bambino, eppure ci sono ideali ai quali io non ho mai abdicato. Negli anni mi è capitato di vedere anche molti artisti invece lasciarsi alle spalle un certo quantitativo di umanità dolente in nome di un minimo, dico un minimo di avanzamento di carriera, di successo, di fattività del proprio business. Non so che cosa vi succeda, perché accettiate questi compromessi, perché a me la situazione fa paura esattamente come a voi. Quindi non so perché voi avete ceduto e io no.

Ma stavo parlando di Genova, di come per una seconda volta nel giro di poche settimane mi sia tornata davanti agli occhi. La seconda è stata per una occasione piccola, estemporanea. Ha voluto il caso che questa settimana un canale televisivo nazionale abbia trasmesso in prima serata il film di Daniele Vicari sul massacro avvenuto alla scuola Diaz nel 2001. Un massacro voluto dalle forze dell'ordine contro dei semplici cittadini. Me le ricordo le reazioni di molti di voi subito dopo quegli eventi. Avevate incominciato a dirmi che 'la sinistra non ci offre soluzioni, sempre e solo conflitti'. Testuali parole. Vi ho visti incattivirvi, diventare cinici, violenti. Molta gente che avevo attorno all'epoca mi ha martellato per mesi perché io, che non ho mai avuto la tessera di nessun partito, cambiassi certe mie prese di posizione, un mio certo modo di pensare, fino a che non ho deciso di abbandonarvi.

Sto parlando a voi che mi leggete come se vi conoscessi. Non vi ritengo tutti colpevoli, ma molti sì. Perché mi ricordo. E in virtù delle vicende che vivono anche alcune persone con cui sono in contatto, quelle di cui vi narro per sommi capi attraverso questo post, dell'odio che circola tra noi esseri umani. Voi avete odiato i ragazzi che sono stati picchiati a Genova perché vi hanno fatto percepire quanto barbaro e crudele è il potere. E li avete odiati perché questa crudeltà non volevate percepirla così vivamente. Li avete odiati perché vi hanno fatto capire che forse era il caso di prendere posizione. Li avete odiati perché vi hanno fatto sentire che anche voi avreste potuto, un giorno o l'altro, essere delle vittime come lo sono stati loro. E avete provato paura. Ma non ve la siete presa con il Potere. Ve la siete presa con i 'comunisti'. Così è per l'arte, così è per i 'diversi'.

Girando per Milano a fare fotografie questa settimana ho quasi totalmente evitato di fotografare persone. Mi sembravano tutte brutte. Tutte intrise di questo odio, di questa quotidianità forzata, infelice, rancorosa. C'è un mondo attorno a noi, fatto di potenzialità inespresse. Voi non ve ne curate. Io sono contento che esistano realtà come IT, che le mie amiche modelle esprimano se stesse, che ci siano artisti che, nonostante le difficoltà, decidono di continuare a creare. Non sapete quanto siete fortunati ad averle attorno. Un giorno andrete a un teatro, vedrete raccontata una storia banale magari, una storia d'amore, e vi ricorderete di un amore che avete vissuto. E la capirete meglio quella vostra storia, perché chi stava sul palco vi ha fatto involontariamente da specchio, seguendo uno di quei misteriosi corridoi che l'arte sa creare.


Ma so anche che molti di voi non si innamorano più, nemmeno della donna che vive sotto il loro stesso tetto. Perché l'amore richiede una generosità che non volete più perseguire, perché preferite vivere come dei robot spaventati. Io ho smesso di giustificarvi. Siete voi gli assassini di voi stessi. Io mi sono sottratto al gioco e mi prendo il lusso, bataillanamente, di dirvelo. Anche perché è giusto che sappiate che voi non siete neutrali, che voi propagate il male come in The Addiction di Abel Ferrara. Siete dei vampiri. E persone come le mie amiche, quelle di cui vi ho parlato, soffrono ogni giorno per colpa vostra. E io a loro voglio bene. A voi no. Perché avete fatto scelte confidando in un tornaconto. Quindi Milano per me questo giovedì era fatta di palazzi, di mura, di specchi, le mille vetrine coi loro mille oggetti, che so in fotografie in bianco e nero assumere mille altri significati. Iniziate a esplorarli, iniziate a cercarvi, prima che sia troppo tardi e la vostra metamorfosi mostruosa sia completa.  





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