sabato 11 ottobre 2014

We Are All Hiv+

"Il popolo deve difendersi contro i suoi nemici"

Patrice Lumumba


E dunque, come vi anticipavo la volta scorsa, la mostra su William Klein. Diciannove fotografie esposte con ingresso gratuito alla Leica Galerie vicino al Duomo, di cui otto tratte dal volume KLEIN+BROOKLYN+KLEIN del 2013 e per il resto vecchi e famosi scatti in bianco e nero tra cui 'Club Allegro Fortissimo' e 'Smoke+Veil', e stampe a contatto dipinte a mano. Vi confesso che ho sofferto molto, perché per Klein avrei voluto che Milano fosse capace di organizzare una grande mostra. Scattare per me significa organizzare una visione del mondo. Non ci sono più artisti visionari come Klein in giro, per quello per lui avrei sperato in Palazzo Reale, che sta a poca distanza dalla Leica Galerie tra l'altro.

Non so dove sta andando l'arte oggi, io so solo che sto tracciando un percorso parallelo a tutto e che non trovo più fratelli. Ma Klein è un prezioso padre. Come Moriyama, come D'Agata. Mi ero spostato dalla musica alla fotografia proprio per questo motivo: non solo per sperimentare in prima persona, invece che limitarmi ad annusare la creatività altrui scrivendo, ma anche perché sentivo che in fotografia certi nomi ancora presenti sul mercato come quelli che vi ho nominato sono inassimilabili al mercato stesso, pur avendo in esso una loro collocazione. In musica, per un certo tipo di discorso portato avanti anche dal mercato indie, questo oggi non è più vero. Non che non ci siano grandi figure lì. Ma sono tutte molto 'mature'.

Peter Brotzmann, sassofonista che io avevo intervistato, ha 71 anni. Lui si ricorda la Germania post nazista, la stessa descritta da Fassbinder in 'Lola'. Nate Wooley ne ha 40, è un ottimo erede di Bill Dixon ma il suo discorso artistico è prettamente musicale, avulso da ogni contesto sociale o politico. Diciamo che, i musicisti mi contesterebbero per questo ma io credo sia la verità, è quanto il mercato richiede loro. In un certo senso. In fotografia, poniamo che William Klein, che di anni ne ha 86, sia l'equivalente di Brotzmann. Non è del tutto esatto ma diciamo che Klein ha anticipato la pop art di Warhol e mille altre avanguardie, mentre Brotzmann ha trasposto Fluxus in musica ed è contemporaneo oltre che amico di Nam June Paik. D'Agata ha 53 anni e nei suoi ultimi progetti ci sono la Cambogia della prostituzione e della droga, e nell'ultimissimo Odysseia si parla di migrazioni.

Ecco, io, anche se finora qui avete visto solo street photography e scatti fatti a me stesso o ai miei amici, preferisco vivere in un mondo artistico che si occupa di quegli argomenti. Che non scardina la sperimentazione formale dal mondo reale, e che fa dell'arte un metodo per riflettere sul e analizzare il mondo reale. Di più. Mi diceva una modella, parlandomi di D'Agata che le ho fatto conoscere, di aver guardato le sue foto col nodo alla gola. Di aver visto un fotografo che si mette allo stesso livello dei propri soggetti in un modo bello e terribile allo stesso tempo. E mi augurava di non immedesimarmi mai con personaggi simili. D'Agata ha solo dodici anni più di me. Ma mi posso riconoscere nel suo lavoro, sebbene le mie foto siano molto diverse dalle sue.

Se faccio fotografia so di avere attorno persone così, che hanno portato la propria sensibilità umana al massimo. Lo scrivo per tutti coloro che mi hanno visto passare dalla musica a quest'altra forma d'arte, e che magari si sono chiesti il perché. In musica non c'è nulla di simile oggi. Non capitemi male, io continuo ad ascoltare musica in privato. Per lo più cose vecchie, cose che magari sono legate alla mia storia di ascoltatore. Ho tutti gli album di Fabrizio De André. Da quando ho recuperato 'Palermo Shooting' di Wenders, che è un bellissimo film sulla fotografia e la sua relazione con la morte, ascolto spesso il disco con l'indiano in copertina. Seguo molto i programmi dedicati all'hip hop, perché mi piace molto il concetto di una musica che nasce dalla strada e nei cui versi gli autori raccontano quello che vedono, ma è una musica che sta diventando vecchia e autoreferenziale, se parliamo di 'grandi numeri'.

Non mi sento a mio agio coi suoni, il mondo della musica è un mondo che non mi appartiene più, e che forse non mi è mai appartenuto del tutto. Il mondo della fotografia non è un mondo. Sono solo col mio percorso, ogni tanto tocco altre persone che stanno seguendo il proprio, ma ci sono delle figure come quelle di cui avete letto qui che mi lanciano addosso schegge che mi lacerano la pelle, che invece di costruire attorno a me una placenta di senso all'interno della quale muovermi mi lasciano ancora più nudo, senza fiato, e arrivare a quel livello di comunicazione non è una questione di tecnica, ma una questione di maturità umana. Non trovo nulla del genere nel mondo del suono.

Ci ho messo un anno prima di percepire che i miei progetti fotografici, che i miei scatti avevano un senso. Quelli che vedete in questo post, e che ho realizzato dopo essere uscito dalla Leica Galerie, li ho fatti contravvenendo a un consiglio che spesso viene dato ai workshop. Di solito nei corsi di fotografia ti insegnano quando sei per strada a evitare la tecnica shoot and run. Che è invece quello che ho realizzato io. Questo scattare senza guardarti indietro, o senza guardare meglio, ti mette in uno stato d'animo particolare. Non puoi sapere se hai fatto delle belle fotografie. Sai solo che stai scattando. Ti manca del tempo per settare dei parametri, come l'esposizione o l'inquadratura. Inoltre la gente si muove come te, e tutta questa velocità aggiunta ti costringe a fare.

Sei fuori dall'estetica. Sei nell'immediato. Rende l'ambiente che ti sta attorno e che stai fotografando non famigliare. Stai vivendo la fotografia come esperienza. E stai provando quella sensazione che Freud definiva unheimlich. Il perturbante per il padre della psicanalisi è quell'attimo in cui una situazione apparentemente famigliare rivela aspetti sconosciuti di sé. In pratica è il ritorno del rimosso, il ritorno dell'inconscio. Tutto il surrealismo, anche fotografico, ha giocato con questo ritorno del rimosso tramite l'arte. Le fotografie di Man Ray come l'Ulisse di Joyce ne sono tra i massimi esempi. Ora siamo pronti per fare un passo oltre. Per andare oltre l'inconscio, oltre il rimosso. Viviamo in un mondo che non è più quello che conosceva Freud, e anche l'arte deve prenderne consapevolezza e reagire.

Il mondo in cui Freud inventa la psicanalisi è un mondo borghese e patriarcale. Un mondo dove rimuovere e reprimere sono le parole d'ordine per vivere in società. Quello che vuole Freud tramite la psicoanalisi è costruire una società che dia voce al senza voce, all'inconscio. E' un sogno umanista. Il poeta arabo Adonis ha dimostrato come ci sia una forte affinità tra il sufismo e il surrealismo, dove Dio nella sua unione mistica con l'uomo è sostituito proprio dall'inconscio. Ora io penso che siamo maturi per creare un'arte dove, come diceva Brad Pitt in 'Fight Club', possiamo considerare il fatto di non piacere a Dio. O all'inconscio. E se avesse ragione Terre Thaemlitz, l'artista transgender, nel dire che qualsiasi deterritorializzazione e riterritorializzazione non sia altro che un modo per prendere il potere e rifare il potere? Per chiedere un posto in una struttura dotata di senso a priori?

Cosa significherebbe allora vivere da oggetto parziale, vivere da sintomo? Intanto dovrei parlarvi delle persone che ho fotografato per un progetto non ancora concluso e provvisoriamente intitolato 'Non mainstream portraits'. Quelle persone, che vivono per strada e magari vanno in qualche associazione a mangiare, o che vivono in comunità terapeutiche, o che hanno una vita normale ma scandita da un lutto che ha marcato un 'prima' e un 'dopo', non sono cooptabili in un discorso fatto con le parole del mainstream. Sono portatori potenziali di un proprio linguaggio che non diventerà mai maggioritario. Una donna ha smesso di dipingere dopo la morte del figlio cinque anni fa, ma anche prima non era disposta a vedere i suoi quadri, a scambiare la propria creatività con del denaro. Scriverò nei prossimi giorni l'articolo su quelle persone. Un articolo che sarà molto personale. Perché non è possibile parlare di altri senza parlare di sé.

Ora voglio sprecare un po' del mio tempo per parlare delle sentinelle in piedi e dell'Islam in Europa. Partiamo dalle manifestazioni cosiddette 'per la libertà di pensiero'. Se leggete Tempi – ma anche se solo avete visto il Tg2 – pare che gruppi e associazioni indicate come lgbt e 'di sinistra' abbiano addirittura picchiato chi si portava un libro da leggere in piedi per manifestare contro il decreto legislativo proposto da Scalfarotto. Io mi limito qui a una considerazione. Mesi fa a Venezia c'è stata una manifestazione organizzata da Forza Nuova contro le 'fiabe gay'. In realtà si trattava di quattro albi che trattano il tema omosessualità mescolati con altri 45 il cui scopo era cercare di decostruire vari tipi di stereotipi culturali.

Ma la manifestazione organizzata da Forza Nuova non lasciava adito a nessun tipo di fraintendimento. 'Culattoni!' urlato a gran voce e altre simpatie del genere, per una manifestazione che prendeva un fatto inesistente a spunto per una polemica a favore dei soliti stereotipi sulla mamma e sul papà. Fermo restando che il reato di omofobia e transfobia potrebbe aiutare ad esempio molti ragazzi che a scuola rischiano di essere bullizzati a venire tutelati dalle istituzioni – ricordo che negli USA c'è un alto tasso di abbandono scolastico per episodi di questo tipo e che ho conosciuto anche io una giovane transessuale che la scuola la ha lasciata – credo che se i cattolici vogliano manifestare per poter dire che papà e mamma sono insostituibili almeno dovrebbero prendere le distanze da un certo neofascismo.

Del resto la società italiana ha chiesto agli islamici che qui vivevano di prendere le distanze dall'IS. Mi chiedo quindi perché la stessa società non chieda ai cattolici di allontanarsi da una certa vecchia ideologia totalitaria. E' ancora un mistero per me il motivo per cui, in un Paese come l'Italia, dove la maggior parte della gente non vive in maniera così legata all'ideologia cattolica come avveniva magari sessant'anni fa, ci possa essere la tendenza a credere che tutto il mondo islamico sia di fatto intransigente e integralista. Forse per la nostra vecchia abitudine a guardarci l'ombelico e a non relazionarci con l'altro per come esso è effettivamente, limitandoci ai si dice e alle apparenze. Io tra una donna che porta il velo e una presentatrice televisiva non so dirvi chi mi sembri più sottomessa. O forse sì, ma forse andrei contro il vostro comune senso del pudore televisivo.

Trovo anche molto strano vivere in un mondo che diventa giorno dopo giorno un contenitore vuoto in cui rimanere solo perché si spera di avere, un giorno, non si sa quando, un posto – o magari perché non si sa dove altro andare – e vedere poi questo contenitore vuoto diventare improvvisamente pieno di valori quando c'è un nemico esterno che ci chiede conto di quanto sappiamo fare, o che minaccia di invaderci. Ecco che questo apporre un segno più su di un mondo dominato dall'ultraliberismo mi fa riflettere su come si diventa cagnolini del potere nostro malgrado, anzi con la nostra buona collaborazione. Preferisco approfondire in futuro con un buon servizio fotografico, quindi per ora mi limito a lasciarvi qui qualche appunto, qualche impressione, qualche macchia di senso.

Io ci ho vissuto in un quartiere detto islamico a Londra, qualche anno fa. Non era come quello che ho visto lunedì in un servizio televisivo, con l'Imam e i suoi fedeli che strappavano via i cartelli pubblicitari dei locali perché lì 'si fa musica e si beve'. Il mio quartiere era 'laico', multietnico, eppure come quello visto in tv poverissimo. Se in questi ultimi anni un certo 'integralismo', diciamo un certo 'bisogno d'ordine' – che è sempre integralista, ma lo abbiamo anche noi occidentali – si impone, io credo che questa sia una conseguenza della mancata integrazione. Non si può giocare poi con la paura dell'uomo nero per dimenticarci dei passi in avanti che non abbiamo fatto dal punto di vista sociale.

Ho vissuto a East Ham per due mesi, gli ultimi due del mio soggiorno londinese. In due case diverse. La prima era di proprietà di un musicista bangladese. Per un paio di settimane ho dormito al piano superiore. Il padrone di casa con la moglie e un amico dormiva nella stanza a fianco alla mia. Sotto di noi, una coppia di colore. Quando è arrivato il fratello, mi sono trasferito al piano di sotto, provvisoriamente, mentre la coppia di colore si trasferiva in un'altra casa. Per cercarmi un altro alloggio mi sono messo a rovistare negli annunci incollati sui muri, assieme agli annunci di lavoro, e quindi mi sono trovato in quest'altro appartamento dove condividevo una stanza con un altro ragazzo. Anche in questo appartamento gli otto occupanti, due per stanza, venivano dal Bangladesh.

Erano quasi tutti disoccupati, e tutti laureati in ingegneria informatica al loro paese. La media di permanenza a Londra era di otto anni a testa. Mantenuti dai loro famigliari. Un ragazzo aveva trovato lavoro presso Tesco, una catena di supermercati, come magazziniere. Ovviamente un lavoro notturno. Mi sono chiesto se i lavori per chi viene da fuori l'Europa per ragazzi come questi fossero tutti all'insegna dell'invisibilità, ma poi vedevo molti ragazzi lavorare nei negozi, supermercati, comunque sempre in situazioni di semplice sopravvivenza. Se nei locali del centro, dove avevo visto il figlio di Fela Kuti cantare e imbracciare il sassofono, qualche persona di colore ogni tanto alzava il pugno chiuso, qui al massimo c'era un timido faccino di Obama su qualche quotidiano.

Vi sembra strano che in queste situazioni, con persone che vivono ai limiti della povertà, possa fare successo qualche personaggio che si pone come moralizzatore di costumi e raddrizzatore di schiene? Se sì, allora non vi siete confrontati con la Roma di periferia dove alcuni ragazzi stranieri sono stati picchiati mentre cercavano di prendere un pullman, rei secondo la gente per bene di aver accesso ad aiuti dello Stato che di solito finiscono nelle mani degli enti che poi dovrebbero premurarsi di distribuirli e che invece li tengono per sé nelle proprie tasche, di essere molesti con le ragazze native e di togliere lavoro. Aggiungo che in questi giorni, per la precisione dal 13 al 18 ottobre, la polizia italiana sarà impegnata in una operazione chiamata 'Mos Maiorum'.

Tutti gli aeroporti e i posti di frontiera verranno presidiati per impedire a migranti senza permesso di soggiorno di varcare le frontiere per raggiungere il Paese dove vogliono chiedere asilo. C'è una legge da molti ritenuta incostituzionale varata in Europa secondo la quale i migranti debbono fare richiesta di asilo nella prima nazione in cui giungono, senza preoccupazione per il fatto che magari essi hanno parenti già emigrati e risiedenti in altre nazioni. Dei quindicimila migranti giunti in Italia di recente solo 47 ad esempio hanno chiesto asilo al nostro Paese. Obbligarli tutti a stare qui diventa oltre che contrario al senso comune anche insano. Chissà che, nel semestre di presidenza della Commissione Europea, il nostro governo non si occupi anche di rivedere questi trattati.


Nel frattempo questa settimana ho visitato una associazione che coi migranti ci lavora. Hanno uno studio medico dove forniscono cure e spesso medicine gratuitamente. Non si possono fermare i flussi migratori. Provarci, come cercherà di fare l'Europa con Frontex Plus una volta finita l'operazione Mare Nostrum, significherà violare dei diritti umani. Forse ora capite perché nel fare foto ho adottato la tecnica dello shoot and run. Come dicevo poco fa ad Annalisa, siamo tutti omosessuali, negri, ebrei, disabili. E' la nostra essenza, che ci piaccia o no. Il potere ci tratta come tali. Assimilare il discorso del potere e fare finta di appartenere a un mainstream qualsiasi è una trappola che dobbiamo evitare a tutti i costi.  



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