sabato 22 novembre 2014

E' Dio che li ha fatti bruciati

'Sono una forza del passato' scriveva Pier Paolo Pasolini in 'Poesia in forma di rosa'. Vago anch'io come un relitto del passato tra Amendola Fiera e Lotto alla ricerca di immagini. La sera ho avuto modo di presenziare al TdoR, il Transgender Day of Remembrance dove tutte le persone transessuali che hanno partecipato alla bella iniziativa fotografica di Valeria Abis 'Il tuo tabù è la mia famiglia' ci hanno ricordato sia le vittime di transfobia sia com'è bello stare vicino ai propri cari indipendentemente da ciò che si è, o meglio a partire da ciò che si è.

Sono stato molto contento di partecipare a questa inaugurazione alla Casa dei Diritti di via de Amicis. E' bello girare per Milano e vedere che questa città è ancora capace di essere umana, di essere accogliente, di lottare, di saper condividere il senso di quella cosa che si chiama amore. Alcune di quelle persone hanno partecipato anche a un mio progetto che vedrà la luce l'anno prossimo. Ovviamente sono stato molto contento anche di rivederle, e di vedere che stanno bene, che sono belli, che in qualche modo hanno trovato una dimensione di vita che li soddisfa.

Ho in testa Pasolini e le sue madri che educano all'omologazione invece, mentre giro per Milano. Il mio solito dialogo interiore coi fantasmi, con gli scrittori del passato, con una cultura che non è più, col grido interiore di chi non si arrende, il 'gatto che non crepa' di 'Una disperata vitalità', il grado zero dell'umano che purtuttavia continua a restare umano. Che differenza da quell''alcuni italiani resistono' dei manifesti di Casa Pound che vedo in zona Lotto, accanto ai manifesti dei concerti di musicisti che a me restano insipidi, che saranno anche simpatici ma che non mi restituiscono l'emozione della vecchia Patti Smith o l'umanità di un De André.

E in mezzo a loro, ai musicisti di oggi, più insipidi nemmeno per colpa loro – un Mannarino me lo sento simile per ispirazione, ma nessuno guarda più 'dentro al buco' oggi, come dicevano i fratelli Dardenne col loro cinema ancora a fine anni Novanta – ecco i manifesti del nuovo fascismo. L'ho visto come resistono quegli italiani. L'ho visto settimana scorsa a Tor Sapienza, con quei quaranta ragazzini cacciati a suon di bombe carta, quaranta minorenni provenienti dai quattro angoli del mondo, da luoghi di guerra, alla ricerca intanto di una propria incolumità fisica, e poi di una speranza che, come ha giustamente fatto notare Vauro, a noi italiani ora come ora manca del tutto.

In cosa crediamo noi? Settimana scorsa in zona Sesto ho incontrato un mio vecchio collega, di quando lavoravo nelle centrali operative delle compagnie di assicurazioni con contratti di massimo sei mesi, tanti anni fa. Lui ha lavorato per quella multinazionale per quasi tre anni, licenziato dieci giorni prima che per legge scattasse il tempo indeterminato. E' da due anni che non lavora, riesce a fornire qualche piccola prestazione lavorativa, per esprimerci in quella lingua arida che da noi parla il mondo del lavoro, ma è a spasso. Si stava recando in una biblioteca pubblica, per trovare il modo di trascorrere un po' del proprio tempo in modo non inutile.

Ecco, noi italiani oggi come oggi crediamo nella crisi. Crediamo che abbiamo pochi soldi. Crediamo in una legalità dove ci vediamo sempre vittime. Crediamo che la politica sia sporca a meno che a farla non sia qualcuno dal basso che parla al fondo oscuro della nostra Storia, al fascismo che ci abita da sempre, al bisogno di ordine, al rifiuto di quel caos che è la vita; vedo stigmate che diventano chakra cui nessuno attinge più, mentre in un quartiere di Roma qualcuno, preso dalla rabbia primordiale che antropologicamente ci appartiene urla 'che colpa ne ho io se Dio li ha fatti sbagliati, se li ha fatti bruciati?'.

Tutti rifiutiamo l'etichetta di razzisti, di fascisti, anche la stampa ci sta dicendo che la nostra è solo esasperazione. Io invece nel fascismo e nel razzismo ci credo. Non credo in alibi come 'mi ci stanno facendo diventare'. Non credo in una 'politica di sinistra' che a colpi di 'buonismo' e di 'superiorità e spocchia' ci stia facendo diventare tutti esasperati, poverini che siamo, ma non credo nemmeno che a chi parla alla pancia bisogna rispondere con la civiltà. Credo che alla pancia si risponde con la pancia, con gli stessi strumenti. Credo che dobbiamo riappropriarci delle nostre viscere.

Crediamo di conoscere i nostri bisogni? Non credo. Oggi sono tutti bravi a dirci di cosa abbiamo bisogno. Sembra che abbiamo tutti bisogno di soldi, di lavoro – di diritti no, è un concetto troppo da centro sociale – e bene, io vi dico che non sono questi i nostri bisogni. Non se state a leggere questo blog, o i mille altri che trovate in rete. Quello di cui avete bisogno lo trovate bene espresso nelle opere teatrali di Sarah Kane, ad esempio. Nei romanzi di Yukio Mishima. Nelle abrasioni vocali di Antonin Artaud. Nelle pennellate selvagge di Van Gogh.

Ecco degli esempi di come l'arte abbia saputo cogliere al meglio le nostre pulsioni profonde e farne una sintesi – non dell'arte, è diverso. Non possiamo lasciare la nostra pancia, i nostri istinti, le nostre pulsioni, i nostri lapsus, i nostri moti più intimi a chi ne fa un fascio di nervi da gonfiare contro un nemico qualsiasi. Auguro a tutti voi un percorso di transizione, un passaggio intimo nella parte più vera di voi stessi, dove vi confronterete coi vostri demoni e coi vostri dei. Abbiamo un universo simbolico dentro di noi, che può essere coniugato a piacere con incontri reali.

Vi auguro di poter vivere questa foresta di simboli e di facce vere, di poterli declinare l'uno nell'altro, di viaggiare sulle corde della vostra emotività più segreta e nascosta, quella che sola vi permetterà di raggiungervi e di potervi finalmente dichiarare padroni a casa vostra. Che lezione dal Pasolini della quarta e quinta parte delle sue poesie in forma di rosa, quel suo attraversare il mondo a partire da sé stesso, dalla propria intimità. Che possiate conoscere voi stessi fino a questo punto, è il miglior augurio che posso farvi.


“ … e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te … “ (Sarah Kane, dal monologo di A. in 'Crave')



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