sabato 8 novembre 2014

Giù la maschera

"Ammesso che la passione umana abbia la virtù di innalzarsi al di sopra di ogni assurdo, come si può sostenere che non abbia anche quella d'innalzarsi al di sopra dei propri assurdi?" 

- Yukio Mishima


E' sabato pomeriggio. Scrivo aspirando rapide boccate dalla mia sigaretta. Sabato scorso ho declinato alla mia scrittura, per via di quanto era accaduto relativamente alle vicende processuali di Stefano Cucchi. Pochi giorni fa invece, leggo di Franco Mastrogiovanni, maestro elementare morto nel 2009 nel reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania dopo una contenzione illegale della durata di circa 80 ore. Un'altra anima innocente che abbandona questo nostro mondo disumano, un'altra ricerca di giustizia forse destinata a non trovare mai un sollievo alla propria sete.

Ripenso anche ai soggetti che ho fotografato per un reportage che forse vedrete tra un po' di tempo, senzatetto, malati di mente, piccoli spacciatori, volti comuni come il mio o il vostro, miei lettori, persone cui forse manca il senso di unicità della loro esistenza, quel senso di sacro della vita di cui i credenti si riempiono la bocca quando devono togliere diritti alle persone LGBT ad esempio, o a chi esercita la professione di un'altra fede – pare che qui in Italia ad esempio se sei donna, musulmana, e vuoi portare il velo per tua libera scelta, rischi di non trovare lavoro – ma che non sono più capaci o forse non sono mai stati capaci di elargire a questi 'ultimi'.

Scrivo ad Annalisa che prima o poi abbraccerò la fede islamica e che mi farò spacciatore di hashish. Ovviamente scherzo e ne ridiamo, ma sento quanto manca a questo nostro mondo la sensazione dell'oltre, la nozione dell'altro come esistenza concreta, come frequentazione quotidiana. Tutto qui da noi è advertising, marketing, pubblicità. Il famoso posto al sole è un posto da consumatore, e se non hai dei privilegi per consumare merci di qualità, fossero anche oggetti o produzioni artistiche, rischi di piombare nel girone dei condannati all'inquietudine della guerra tra poveri. Ci sono politici che proprio in queste settimane stanno cercando di costruirsi una solida reputazione al riguardo.

Sam Harris, uno scrittore americano che ha fatto della battaglia per l'ateismo e la razionalità la propria ragione divina, ha ora scritto un libro in cui sostiene che meditare senza lasciarsi andare alla regressione di una fede religiosa è fondamentale. Parla di meditazione come strumento per abbandonare l'ego, come nelle migliori tradizioni orientali, ma vuole dare vita a una 'scienza' laica e atea capace di utilizzare il meglio di quanto le dottrine religiose forniscono. Era una cosa cui pensavo anche io, solo che non mi trovo d'accordo con la visione di Harris perché non credo che le religioni offrano strumenti 'potenti'.

In realtà se leggete quanto dichiara Osho, meditare significa avvicinarsi alla divinità che risiede in noi. Per fare questo, Osho propone un esercizio semplicissimo: provare a smettere di respirare. In quegli attimi in cui si sospende la respirazione si incontra per qualche istante qualcosa di simile alla morte. Questo è l'incontro col divino: la sospensione della vita. Quindi io sono ancora più estremista di Harris. Non solo penso che non dobbiamo coltivare una tradizione religiosa e inserirci in essa – anche se conoscere tradizioni come il buddhismo o il sufismo ci può essere di aiuto – ma penso anche che non dobbiamo coltivare la spiritualità dandole una lingua, non dobbiamo dotarci esclusivamente di un sapere, condiviso o soggettivo.

La spiritualità vera è incontrare il nulla che sta dalla parte sbagliata della strada. Uno spacciatore è una persona spirituale, perché ha deciso di vivere nel rischio di essere dalla parte del torto. Se Stefano Cucchi è stato arrestato per possesso di sostanze stupefacenti, è stato ucciso per lo stesso motivo per cui il corpo di San Sebastiano è stato trafitto di frecce. Perché con la sua vita era una testimonianza. Anche Franco Mastrogiovanni è stato un martire, che ha incontrato, se esiste, la divinità in quelle ore in cui è stato legato nudo a un tavolo di contenzione. Solo così, solo a patto di essere rinnegati dalla socialità buona, raziocinante di progresso o dei suoi ostacoli, si può incontrare il divino.

I mistici, i santi visionari, non sono persone cui una divinità ha deciso di parlare o di mostrarsi. Sono persone che hanno compreso che la strada scelta da Dio per manifestarsi è quella del silenzio. Il silenzio della vita. E di fronte a quello specchio opaco, che non riflette nessuna immagine, hanno prodotto la propria risposta. I mistici sono persone geniali. Perché non è la volontà in loro a produrre l'Altro, a renderglielo visibile. E' l'incontro col nulla a dare vita a un eccesso. Se pensate che la vostra quotidianità sia senza senso, se avete bisogno di altro, dovete in qualche modo darvi da fare in quella direzione. Dovete incontrare la feccia, la sofferenza, il dolore, l'al di là della legge.

Non incontrerete l'essenza, il senso del vostro vagare in questo mondo, assaporandone gioie e dolori e tirando poi una vostra morale conseguente l'appagamento, o meno, delle vostre aspirazioni. Dovete coltivare un lapsus, una disfunzione che vi separi dagli altri. Essere imprenditori di voi stessi non vi salverà. Vi salverà frequentare un tossico, un ladro, innamorarvi di una persona malata. Dovete sperimentare il di meno, non il di più. Divenire minoritari, come diceva Deleuze, non significa creare una nicchia underground che vi faccia sentire dalla parte del giusto. Significa dare sfogo alle proprie tendenze masochiste. Significa imparare a farsi del male.

I segreti che imparerete non potrete comunicarli, perché ne proverete vergogna. Nessun talk show farà di voi persone importanti, persone con qualcosa da dire, con qualcosa da insegnare. Potrete solo confrontarvi con persone che hanno le vostre stesse ossessioni. Rischiando di divorarvi a vicenda. La cultura ebraica nel secolo appena passato aveva elaborato la nozione di 'Silenzio di Dio'. E' questa condizione che dovete ricercare. Solo arrivati a questo punto, potrete pensare che i vostri pensieri saranno veramente vostri. Che quanto produrrà la vostra personalità a livello di sensazioni non sia condizionato.

Se penso alle storie delle persone che ho fotografato, se penso a Cucchi o a Mastrogiovanni, tutto il resto, tutto quanto ho attorno, le persone, le parole, l'arte come viene pensata o prodotta oggi, mi paiono tutte cose irrilevanti. Provo un forte senso di insoddisfazione nel partecipare alle cose del mondo. Per questo ho deciso di dedicarmi a me stesso. Una persona che trovo molto interessante mi ha chiesto un aiuto a livello narrativo. Non farò pubblicità a questo progetto, che ritengo una piccola grazia perché mi permetterà ancora una volta di dedicarmi a un soggetto simile a quelli elencati in questo paragrafo per qualche aspetto almeno della propria esistenza.

Però ho riscoperto, cosa propedeutica a questa attività narrativa, il piacere di leggere. Giovedì, dopo la mia sessione fotografica in viale Monza, sono entrato in una libreria e mi sono appropriato di una copia di 'Confessioni di una maschera' di Yukio Mishima e di 'Il diario del ladro' di Jean Genet. Ho provato una sensazione di piacere liberatoria. La stessa che provo, dalle nove circa di sera alle due di notte, immergendomi nella lettura. Di 'Confessioni di una maschera', che è romanzo autobiografico della giovinezza di Mishima, ho letto in due sere più di cento pagine. E' un racconto bellissimo, a partire da quella lancinante citazione di Dostoevskij.

Mishima sa raccontare come nessun altro quel rimpallo di sensazioni, quel tentativo di nascondersi a se stessi fino a perdersi che è il vivere assecondando la morale comune. Quel danzare attorno a un centro di gravità che è impossibile da definire e identificare, perché nascosto dietro l'oceano della nostra vita sociale. Ma sopratutto ho provato un immenso piacere nel ritirarmi da un mondo che sento estraneo perché indifferente, colluso alle vicende di un Cucchi e di un Mastrogiovanni, per dedicarmi a qualcosa capace finalmente di scaldarmi, di farmi percepire una forza, una ricchezza interiore.

E questo lo potevano fare solo scrittori nati, cresciuti e morti nel secolo scorso. Non so perché l'arte oggi, nel nostro secolo, è diventata così disumana e impotente. Io so che di arte mi sono sempre nutrito, sin da ragazzo. E che ricordandomi cosa ha prodotto un Pasolini, o un Fabrizio De André, mi è difficile, molto difficile riconoscermi in una Emma Marrone o in un Michel Houllebecq. Ho visto Adriana Innocenti recitare Erodiade. Ve ne ho già parlato questa estate. Cosa volete che mi comunichi Silvia Gallerano, che pure è una brava macchina attoriale?

Un'amica attrice mi dice che oggi l'arte è morta. Io qualche anno fa, scrivendo per varie webzines di teatro e musica, l'arte l'ho vista agonizzare. Eppure mi ricordo di quando Branciaroli recitava la parte di Riboldi Gino tra un film di Tinto Brass e l'altro. Negli opulenti anni Ottanta sepolte tra la merda di regime c'erano immense pepite d'oro, se volevi cercare qualcosa di vivo. Poi ci sono stati gli anni Novanta, il decennio della cultura alternativa, di cui mi sono nutrito ampiamente, e poi c'è stato il G8 di Genova. Lì si è fermato tutto.

A colpi di spurghi di sangue ci hanno insegnato che essere dalla parte sbagliata della strada avrebbe significato essere passibili di violenze inaudite. Ho visto con questi miei occhi innocenti padri di famiglia diventare cupi carnefici dopo quell'avvertimento. Il mondo dell'arte in circa un decennio si è pulito. Ha epurato tutte le personalità che avrebbero potuto dare fastidio al Regime, se mai ce ne fossero state. Ha epurato i pensieri. Uno su tutti. Il pensiero del caos. Il caos che ti nasce dentro, come quando, esattamente quel che succede al protagonista di 'Confessioni di una maschera', scopri che quelli che pensi siano i tuoi veri pensieri invece non sono per nulla i tuoi pensieri.

Dove sono oggi scrittori come Moravia, come Mishima? Dov'è quella cultura che rispecchia le emozioni più profonde dell'uomo? Da chi imparare a guardarsi dentro se oggi non abbiamo più maestri? Per questo ho ripreso gusto a trascorrere le mie notti in solitaria annusando l'odore della carta. Libri vecchi, vecchia musica – Nico gira spesso nel mio stereo, la musa di Andy Warhol che sul palco introduceva i concerti dicendo 'sono qui per morire assieme a voi' – sottraendomi alla socialità, quella che ha fatto di Cucchi e Mastrogiovanni dei corpi sottratti a ogni diritto. Eclissarmi dal mondo è diventato in queste ultime serate il mio piacere più grande.

Un piacere che è nato, o rinato, dopo anni in cui mi sono concesso il silenzio della cultura. Per anni ho voluto nutrirmi esclusivamente di quanto ero in grado di produrre. Perché scattare immerso nelle strade dalla realtà significava assorbire il senso di quel che avevo intorno. Significava anche aprire il mio cuore a tutto ciò che fosse disposto ad abitarlo. E ai miei ricordi, alle mie sensazioni, privo di sovrastrutture o di discorsi. Lontano da tutto ciò che, ricoprendoci, ci impedisce di ascoltarci. Ho sviluppato un certo senso di unità rispetto a me stesso, rivedendo tante volte tutte le cose che hanno fatto di me l'essere umano che sono, come proiettando le bobine di infiniti film e lasciandomi emozionare dalle scene che mi corrispondevano di più.

Per questo motivo non sopporto l'arte finta, questo nostro contemporaneo magnificare una creatività fatta di pura superficie. Io sento che abbiamo bisogno di due cose: la possibilità di isolarci dal chiacchiericcio e metterci in relazione con persone vere, per cancellare tutte le finte istruzioni e credenze con le quali questa società fa di noi delle macchine, per godere dei nostri veri pensieri e per sperimentare cosa è la spiritualità, il senso della morte. Dall'altro lato, scavare nel nostro passato culturale per godere di tutta quell'arte che è capace di farci sentire il senso profondo del nostro essere umani. Se inizierete mai a scavare, vi renderete conto di quante cose non vi servono, di quante cose nella vostra vita sono finte e senza senso.


Riappropriatevi di voi stessi, non lasciate che sia la socialità quotidiana a decidere per voi quali sono i vostri veri bisogni. Se ne steste lontani per un po' capirete quanto siete distanti da quel che avete veramente dentro. Non fatevi raggirare, lasciate che ciò che vi circonda vi colpisca per quello che è realmente. Frequentate i reietti. Avvicinatevi al grado zero. Provate a togliervi di dosso tutte le parole che avete imparato, e quando vi troverete senza nulla per descrivere i vostri sentimenti, sentirete da dentro crescere ciò di cui avete bisogno. Se ciò non vi bastasse, avete a vostra disposizione tutto lo scibile umano. Potete sempre entrare in una biblioteca e cercare nel passato quanto il presente non è per propria colpevolezza in grado di darvi.



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