sabato 15 novembre 2014

Morire

"Credo che avessi bisogno di scavare, di forare una massa di linguaggio in cui il mio pensiero si trovasse a proprio agio. Forse volevo accusarmi nella mia lingua. "

-- Jean Genet


Le mie ricerche stanno dando i primi frutti. E' da qualche giorno che mi aleggia attorno uno strano sentore di morte, che però non riesco ad attraversare. Non riesco a morire. E' parecchio tempo che mi circondo di gente morta o quasi. Gente da un'altra parte, persone che ci hanno lasciato le loro opere ma che non sono più in mezzo a noi, persone cui si vorrebbe togliere la voce e non solo. Ma non riesco ad approfittarne. Qualcosa mi inchioda qui, in una dimensione di limbo che vorrei abbandonare.

Sto leggendo Genet, uno scrittore che amo perché con la sua testimonianza di vita e di scrittura ci ha mostrato che esiste un'altra vita, e che si può vivere in una dimensione che non sia di schiavitù, di falsi valori. Ho registrato Sesto San Giovanni con la mia macchina fotografica, periferia di Milano, ho realizzato alcune delle foto più scure mai create da me, e dire che quel giorno non volevo neppure uscire. Sento una stanchezza, una inanità, un distacco dal mondo che mi circonda che nessuna ragione può colmare.

Accendo la televisione a tarda notte e vedo un servizio sui consumatori di crack in Brasile, con la Tropa da Elite che impazza per raccogliere droga in giro per la città. Come sono belli i drogati. Uno strano morbo si è impossessato di me e trasforma i valori in disvalori. Non sopporto più la gente normale ad esempio. Quando viaggio in treno, mi isolo nei miei pensieri. Le parole e le presenze mi provocano l'orticaria. Un gruppo di donne che si lamenta perché una porta del treno non si apre, per buoni cinque minuti, mi lascia quasi sfuggire un'espressione come 'piattole'.

Piove parecchio in questi giorni, e la pioggia non mi lascia passare dalla parte degli 'ultimi', dalla parte degli uomini liberi, quelli guardati con sospetto perché chi non sa cosa sia la libertà la odia, e la vorrebbe veder negata a tutti, in nome della schiavitù che è costretto a sopportare. Schiavitù per tutti, questo leggo sulle facce che mi sfilano davanti in una città qualsiasi del mondo in cui mio malgrado mi trovo a vivere. Il mio cuore non è più con loro, non è più con questa gente. Quasi quasi non li riconosco miei simili.

Passo parte della settimana tra le mie poesie. Ne finisco una, ne inizio altre due che cancello. Ho parecchi input per scrivere, ma le parole che butto giù sulla tastiera non sanno di disfacimento. Non sanno di emozioni. Vivono di questo limbo dove non succede niente, di questa camera di decompressione che forse un giorno si scioglierà lasciando che dal mio bozzolo io emerga farfalla proveniente da un universo distante, da un luogo dove l'eccesso e l'assenza di identità regnano sovrane, dove l'economia della festa – nel senso che diceva Bataille – sfregano i sensi e lasciano corpi e anime sfiniti e privi di confini.

Sono sulla soglia, il mondo che tutti vediamo quotidianamente mi provoca pruriti di allontanamento, il mondo che vedo dentro di me, fatto di corpi di uomini e donne dal colore della pelle diverso dal mio, di desideri devianti, di storie spezzate, di violenze inconfessate, si impadronisce di me ma non mi lascia perdere il senno, la ragione. E' ancora tutto troppo definito, sono ancora troppo padrone di me stesso. Forse dovrei trovare qualcuno con il mio stesso desiderio di perdermi, fare un viaggio reale in qualche luogo fuori misura.

Genet scrive del desiderio di perdersi nella propria lingua, ma io ancora non mi sento un inetto. Ci vorrebbe poco a reimpadronirmi di me. Mi basta uscire di casa con la macchina fotografica, anche se sento che quel che appare sullo schermo del mio computer quando torno a casa corrisponde a qualcosa che è al di là del bene e del male, a qualcosa che non è né giusto né sbagliato, ma è ancora sempre e solo una questione di sfumature, non è ancora una questione di morale. Mi manca l'immoralità di cui veniva tacciato certo mondo marginale fino a molto tempo fa.

Oggi quando le destre si scagliano contro extracomunitari e altri soggetti 'fragili', nel senso di facilmente attaccabili per creare un consenso e una coesione sociale attorno a coloro che per attirare a sé vengono etichettati come 'vittime' – del potere, delle tasse, delle diseguaglianze sociali – non ci si trincera più attorno ai valori come Dio, Patria, Famiglia. Ci si preoccupa sordidamente che un ragazzo che si fa le canne possa entrare in contatto con ben altre droghe, non si parla più di una immoralità dei drogati come nelle campagne contro la cannabis negli Stati Uniti negli anni Trenta.

Questo è stato un grande passo avanti per i conservatori. Hanno smesso di far sentire i 'diversi' come delle persone 'sbagliate'. Hanno capito che farli sentire come recanti un segno 'minus' è molto più prolifico. Gli zingari sarebbero dei subcittadini, gli stranieri 'violentatori' persone che non si adattano al vivere civile, che delinquono. Oggi nessuno parla più di immoralità, perché il linguaggio politico della destra è cambiato. Ha capito, come lo aveva capito Genet, che i valori si possono modificare, che possono nascere dei controvalori, e tutto questo è considerato pericoloro, da evitare.

Non si tocca più questo argomento, insomma. E' stata una mutazione antropologica fortissima. In parte, frutto anche di certe conquiste. Nessuno oggi si sognerebbe, fortunatamente, di considerare come una poco di buono una donna che abortisce, per toglierle la parola e impedirle di rivendicare dei diritti. Ma la conseguenza è che l'altro, il soggetto di un discorso fatto di esclusioni, di muri, di finte tutele per la 'gente per bene', come si sarebbe detto una volta, e come ancora si usa dire nei paesi anglosassoni, quella da aizzare a comando sfruttandone il malcontento, il soggetto da escludere non è più immorale, è semplicemente un subumano.

Colui che non obbedisce alle regole, che non si integra, che fa il furbo e che viene accolto, accettato e tutelato ideologicamente, il diverso dei nostri giorni in realtà è rintanato in comunità psichiatriche, con una scienza che parla, invece che di disturbi nati all'ombra di un abuso ad esempio, di ereditarietà genetica. Il pazzo non è più colui che disturba la quiete pubblica, ma la persona minorata. Perché quel vecchio concetto era attaccabile – tutti ormai sappiamo che la morale è soggettiva – mentre il paradigma scientifico ha un alone di oggettività ancora peggiore, ma a livello di effetti di comunicazione efficace.

E' di fronte a questo nuovo ordine che una parte di me si ribella e mi chiede di cercare nuovi valori, nuovi stimoli mentali e fisici, nel relazionarsi alla morte. Nelle mie identificazioni culturali con scrittori trapassati, con artisti che oggi non sono più vivi – perché quando ti relazioni con un messaggio anche 'alto' ma del passato tu senti un gap incolmabile, e quella barriera è quanto il mondo della 'normalità', il mondo mainstream, ha imposto a tutti gli altri mondi per renderli inintelleggibili, per impedire loro di comunicare.

E' diventato impossibile ascoltare, oggi come oggi, e per quello sento molto forte il desiderio di non parlare, di non dire più nulla. Per non accettare queste disumane regole del gioco. Per non diventare un prevaricatore. Se il linguaggio ci sterilizza, se non contempla più il desiderio in quanto scomodo, perché cedere al gioco sporco del linguaggio e negare ad esempio il fatto di avere un corpo? Perché accettare questa opera di insulsa sublimazione? Mi piacerebbe avere desideri inconfessabili, ma forse non li ho proprio perché ho già sperimentato l'inutilità della lingua.

Ho composto una poesia molto lunga, lasciandomi ispirare da Allen Ginsberg. Non solo dalla forma dei suoi componimenti, ma anche dai suoi contenuti, forte del fatto di aver studiato buddhismo come lui, ad esempio. Mi è costata tutto agosto, e solo questa settimana sono arrivato quasi ad una forma definitiva. Forse non è ancora completa, ma mi emoziona. Non mi dice mai le stesse cose, ogni volta mi procura emozioni differenti. Questa mutevolezza, questa capacità di cambiare ma di restare vivo del linguaggio, è ciò che mi manca nella lingua di tutti i giorni.

Vorrei invitare tutti a smetterla di cercare certezze. Vorrei incitare tutti a cercare emozioni sconvolgenti. Ma il linguaggio comune ci blocca. Queste parole d'ordine, la crisi, la sicurezza, la rabbia scaricata sull'altro, ci lasciano qui, in questa dimensione piatta, senza profondità, con l'illusione di dover agire per risolvere i problemi che ci affliggono, quando è la vita ad essere il vero problema. Non la nuda vita di cui parla Agamben, ma la vita fatta di un discorso che la fa scorrere tra i binari prefissati.

Dovete ribellarvi, dovete amare le vostre piaghe, tutto ciò che il discorso e le parole non nominano e che vi possono lasciare con un senso di vuoto, facendovi sentire che la sostanza della vita non è la nominazione della vita stessa. Io sento che vorrei abbandonare tutto, realmente, perché tutto quello che abbiamo, compresi i nostri corpi, sono stati corrotti dal linguaggio. Tant'è vero che, in questi giorni, io non riesco a percepire la morte, seppure in qualche modo la stia cercando. Il linguaggio è troppo forte. Definisce, taglia, include. Non riesco ancora a mettermi a margine.

Non intendo con 'vivere a margine' vivere una vita da marginale. Anche chi è marginale vive nel linguaggio. E' la stessa vita che vive a definirlo. No, io sto parlando di sottrarsi al mondo del linguaggio per vivere una sensazione, una emozione che sia vera, che esca dalle parole consuete per definirla. Sento la forza della lingua che tritura tutto, ma che non centra il bersaglio, non mi lascia dire qualcosa di nuovo. Sarà una lotta durissima. Lo vedo anche nel mondo dell'arte, dove sempre più raramente mi capita di incontrare un artista della sensazione, come Bacon.

Io intanto attendo che le barriere del linguaggio che mi tengono in piedi crollino, per lasciare emergere il mio spirito trionfante. Allora sarò libero, allora sarò faccia a faccia con ciò che mi anima – non con ciò che mi tiene in piedi – e sarò libero dalla fortuna cui il mio essere mainstream mi condanna. Invito tutti voi a trovarvi dalla parte sbagliata della strada, quella parte della strada dove, non più alimentati dalle parole, potrete iniziare a porvi il problema di cos'è quella cosa che si chiama amore e che promana da tutte le pagine de 'Il Diario del Ladro'.


Sentire il male, sentire il nulla, sentire ciò da cui poi potrà promanare una nuova vita. Non lasciatevi accalappiare dalla lingua, non lasciate che siano pensieri preconfezionati a pensarvi. Tutto il teatro di Carmelo Bene è stato un tentativo di affrancarsi dal già visto, dal già detto, un tentativo di lasciare che fossero i lapsus, gli scivolamenti, a trovare espressione. Potreste scoprire che ciò che amate di più di voi è una costruzione, e che ciò cui non date più importanza è invece l'essenziale. Vi invito a riscoprirvi nuovi, a non trascinarvi stanchi e vecchi cercando in un entusiasmo posticcio la risposta a disagi sopiti e non ascoltati. Vi invito a uscire dal regime.  



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