sabato 1 novembre 2014

Stefano si è 'suicidato': era portatore sano della propria libertà

"In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità".

- Gianni Tonelli, segretario generale SAP (Sindacato Autonomo di Polizia) riportato su Il Fatto Quotidiano


E' di ieri la notizia che la Corte d'Appello di Roma ha assolto tutti gli imputati nel processo per la morte di Stefano Cucchi. Oggi ne potete leggere su tutti i giornali. Per questo motivo ho deciso oggi di non scrivere il mio post settimanale, passando la palla a Mattia Zanin, che da Torino mi ha mandato questo suo scritto che muove da una mia frase di un po' di tempo fa. Visto quello che è successo alla famiglia di Stefano, non ho tanta voglia di lanciarmi in riflessioni. A voi che mi seguite auguro invece, comunque, buona lettura. Le fotografie sono mie, come al solito.


“Essere portatori sani della propria libertà”. Devo questa espressione – che mi ha colpito – a Gian Paolo Galasi, che l’ha “partorita” nel suo blog.
Mi soffermo ora unicamente sull’espressione, cercando di enucleare le immagini ed i pensieri che mi ha evocato.

Innanzitutto è una di quelle frasi che mi fanno pensare. Ogni tanto incappo in qualcosa che per me è illuminante, significativo, che per qualche motivo fa breccia su alcuni veli e mi apre linguisticamente verso l’analisi di concetti.
Mi accadde lo stesso tanti anni fa, non so perché mi viene in mente proprio ora, in cui ad una festa di laurea di un mio amico lui lesse un passo della sua tesi in filosofia, in cui citava un filosofo francese (di cui purtroppo non ricordo il nome) che disse “Bisogna essere pronti a tutto, anche alla felicità”.
Frasi, aforismi. Solitamente mi scorrono sopra come acqua tiepida. Ma talvolta si infiltrano.

Dunque, “Essere portatori sani della propria libertà” mi richiama una miriade di considerazioni, anche psicoanalitiche.
Innanzitutto mi richiama la pericolosità della libertà, il suo essere difficilmente gestibile, il suo essere una condizione esclusiva, perseguibile dai pochi che riescono a non esserne vittime.
La “libertà” non è un concetto assoluto e non voglio perdermi a disquisire se sia più libero l’asceta indiano, il miliardario, o il carcerato per cui tutto è preordinato dall’istituzione.

Diciamo che la libertà è uno stato relativo alla scelta…

Quando ero adolescente scrissi su un pezzo di carta il mio primo (e unico?) aforisma: “La possibilità è il potere scegliere di fare o non fare. La libertà è il non dover scegliere”. Un mio punto di vista, ..d’accordo. Vedevo la vera libertà come uno stato in cui non si dovesse prendere una decisione, una posizione, su qualcosa. Non si dovesse: quindi una condizione senza alcun potere o influenza da parte del mondo esterno. Eppure si dice “Sei libero di scegliere”. Il mio era un pensiero metafisico e metasociale. Proprio perché la libertà è la possibilità di prendere una posizione sui contenuti della propria esperienza, di porsi in quanto soggetto come punto dell’indeterminazione. Sì, “indeterminazione”. Il discorso sulla libertà si scontra da sempre su due grandi paradigmi fisico-filosofici, il determinismo e l’indeterminismo.

Una visione determinista della natura è quella secondo la quale ogni evento è effetto di un insieme di altri eventi che invariabilmente lo producono, che in linguaggio più scientifico equivarrebbe a dire che le leggi che governano l’universo (o un suo sottosistema), unitamente alle condizioni iniziali, sono tali da determinare univocamente tutta la sua evoluzione temporale.
Non voglio approfondire in questa sede l’eterno dibattito sul determinismo, la libertà ed il libero arbitrio. Ma questa complessità vi lascia sicuramente già intendere cosa può voler significare l’essere “portatori sani” della propria libertà.

La propria libertà, raggiunta o desiderata, è in realtà un fardello, un’enorme responsabilità.
La coscienza della “condizione di possibilità” insita nell’essere (finalmente) liberi costituisce forse una delle più grandi resistenze anche nei percorsi di “cura” psicologica.
Faccio fatica ad utilizzare il termine “cura”, in ambito psicologico. Mi sembra sempre di più un termine viziato dall’invito all’omologazione e all’adattamento e non dall’invito all’amore per la libertà del proprio pensiero. Mi piace di più pensare alla clinica come ad un’educazione, ma nel suo significato preciso di ex-ducere, ovvero di “tirare fuori” quell’autonomia di pensiero che è in potenza per ogni soggetto.

La “libertà” viene spesso vista, ed utilizzata come termine nel linguaggio, in quanto condizione desiderabile e desiderata. In realtà pochi vorrebbero veramente averne a che fare, con la libertà. Così come pochi vogliono averne veramente a che fare con il proprio inconscio. E se nel caso avete un po’ a che fare con il vostro inconscio, vi rendete sicuramente conto che forse vorreste averne poco a che fare con la vostra libertà.
Si preferisce probabilmente stare costretti e soggiogati, alla fine. C’è sempre l’alibi per non dover scegliere. La scienza lo fa di continuo, lo fa per statuto. La scienza dice di non scegliere mai. Dice di dedurre. In realtà lo fa, sceglie, o meglio lo fanno alcuni soggetti all’interno dell’organigramma della scientificità. Quelli furbi. Eppure la scienza “scopre” delle grandi cose. Io non sono ideologicamente contro la scienza. Semplicemente “decido” di non assumerla deduttivamente.

Dunque, essere “portatori sani”, cosa vuol dire?

Vuol dire sapere di essere dentro ad un desiderio la cui bontà è solamente un’utopia, per lo più.
Vuol dire accogliere la grandezza di questo richiamo e sapere di dover essere dei padri, o delle madri, portatori di questo peso pieno di luce. La libertà.

Volendo appunto dare un taglio “psicoterapeutico” a queste poche righe, mi sento dunque di avvisare coloro che hanno intenzione di intraprendere un percorso di cambiamento e di crescita individuale: siate pronti alla libertà. Siatene portatori sani, come dice Gian Paolo.
Portatori sani vuol dire avere in sé la “malattia”, conoscerla nel sapere che porta, ma esserne oltre e soprattutto assicurarsi di trasmetterla con il ceppo giusto.
Siate pronti alla libertà. È una sfida gigante.

Mattia





Appendice


Da enciclopedia Treccani:

---- Libertà

Vocabolario on line
libertà (ant. libertate e libertade) s. f. [dal lat. libertas -atis]. –

1.

a. L’esser libero, lo stato di chi è libero: amo la mia l.; non posso rinunciare alla mia l.; L. va cercando, ch’è sì cara, Come sa chi per lei vita rifiuta (Dante); se si riducono i margini della scelta individuale, aumenta il gusto della l. (Eraldo Affinati); la l. dell’uomo, dell’individuo (e per estens., la l. dell’arte, dell’artista). Si oppone direttamente a schiavitù, prigionia (anche di animali) in frasi come essere, vivere, mettere, rimettere in l.; avere, godere la l.; privare uno della l. (renderlo schiavo, o metterlo in prigione o tenerlo comunque in uno stato di detenzione); nel linguaggio giur.: l. provvisoria, nel cod. proc. pen. del 1930, provvedimento del giudice o del pubblico ministero che, in fase di istruttoria o di giudizio e in attesa dell’esito definitivo del processo, liberava l’imputato dall’obbligo della custodia preventiva, imponendogli talora la prestazione di una cauzione o di una malleveria; l. vigilata, misura di sicurezza non detentiva, stabilita in determinati casi dal giudice in sostituzione o in aggiunta alla pena della reclusione, per cui la persona è libera ma sottoposta a speciale sorveglianza da parte dell’autorità di pubblica sicurezza; l. controllata, sanzione sostitutiva di una pena detentiva di durata non superiore a 6 mesi, consistente in un complesso di obblighi e limitazioni imposti al condannato (per es., divieto di allontanarsi senza autorizzazione dal comune di residenza). Tribunale della l., espressione con cui è comunemente indicato il tribunale cui è attribuita la competenza a giudicare con procedura d’urgenza sulle impugnazioni delle ordinanze del giudice penale in materia di misure cautelari personali. Senza determinazioni, s’intende spesso per antonomasia lo stato di un popolo che si governa con leggi proprie, sia nel senso che non è asservito a una potenza straniera ed è perciò indipendente, sia nel senso che non è soggetto a un governo tirannico: l., uguaglianza, fraternità (fr. liberté, égalité, fraternité), motto coniato durante la rivoluzione francese e poi assunto a divisa della repubblica; lottare, morire per la l.; conquistare, mantenere, perdere la l.; rivendicare la l. e rivendicarsi in l.; reggersi a l.; costituirsi in l.; dare, togliere, distruggere, violare la l.; popolo maturo, immaturo alla l. (o per la l.); moti, sentimenti, palpiti di l.; l’albero della l. (v. albero2, n. 1 a); personificata: la statua della L., colossale statua nel porto di New York, raffigurante una figura femminile che sorregge col braccio destro una torcia. Viva la l.!, esclam. di sign. generico, pronunciata talora in tono scherz. o di sarcasmo.

b. In senso astratto e più generale, la facoltà di pensare, di operare, di scegliere a proprio talento, in modo autonomo; cioè, in termini filosofici, quella facoltà che è il presupposto trascendentale della possibilità e della libertà del volere, che a sua volta è fondamento di autonomia, responsabilità e imputabilità dell’agire umano nel campo religioso, morale, giuridico: Lo maggior don che Dio per sua larghezza Fesse creando ... Fu de la volontà la libertate (Dante); sotto l’aspetto più strettamente giur., la libertà del volere è considerata dal diritto penale come elemento soggettivo necessario della imputabilità di un reato e dal diritto privato come elemento determinante la validità di un negozio giuridico. Sempre in senso generale: l. piena, ampia, assoluta, relativa; concedere, limitare la l.; delitti contro la libertà. Con varie determinazioni: l. personale, religiosa, morale; l. sessuale (sia nel senso che nessuno può essere costretto ad atti sessuali non voluti – e in questo senso si parla di delitti contro la l. sessuale – sia con riferimento a chi conduce una vita sessuale non limitata dai vincoli delle norme sociali o religiose); l. d’opinione, di coscienza, di culto, di parola, d’azione, di voto. Diritti di l., diritti pubblici fondamentali che tutelano l’indipendenza dell’attività individuale da costrizioni esterne e che possono essere fatti valere nei confronti di tutti gli altri soggetti, privati o pubblici, tenuti dall’obbligo correlativo al rispetto di tale indipendenza. In sede giuridico-economica si considerano inoltre la l. di commercio, la l. di scambio, la l. di lavoro, la l. di coniazione delle monete, ecc. L. dei mari, nel diritto internazionale marittimo, principio teorico in base al quale tutte le nazioni possono navigare e commerciare, in qualunque mare, liberamente e senza limitazioni, fatta eccezione per le acque territoriali. L. dell’aria, diritto che un aeromobile ha di esercitare talune attività, connesse con le esigenze del volo, su territorio diverso da quello nazionale.

2. Con sign. più limitati:

a. L’esser libero da vincoli, freni o impedimenti: non vuole sposarsi perché preferisce la l.; concedi troppa l. ai tuoi figli; avere, non avere l. di movimenti. L’esser libero da occupazioni o impegni: il direttore gli ha concesso due ore di l.; il lavoro non mi lascia un attimo di l.; mettere in l., dispensare dal servizio un dipendente; siete in l., frase con cui talora si congedano gli allievi dopo una lezione, i partecipanti a una riunione, e sim.

b. Seguito dalla prep. da, significa spesso liberazione, affrancamento: l. dalla fame, dal dolore. In partic., l. dal bisogno, l. dalla paura, due delle quattro libertà (insieme con la l. di parola e di religione) dette l. atlantiche, proclamate, dal presidente degli Stati Uniti d’America F. D. Roosevelt nel 1941, necessarie per giungere a una pacifica convivenza fra gli uomini.

c. In qualche caso, libera facoltà: è in mia l. accettare o no; chiedo la l. di decidere. Quindi, anche, arbitrio, licenza: prendersi la l. (di dire o fare una cosa), arrogarsi un diritto, permettersi; espressione usata spesso come formula di modestia o di cortesia (per es.: scusi se mi prendo la l. di farle un’osservazione); ma riferita ad altri esprime piuttosto riprovazione (per es.: si è preso la l. di contraddirmi); con sign. più concreto, al plur., prendersi delle l., prendersi troppe l., trattare con eccessiva confidenza, mancare di rispetto (e analogam., non mi piacciono, non gradisco, non tollero certe libertà). Parlare, discorrere con troppa l., con linguaggio licenzioso, ardito.

d. Mettersi in l., indossare gli abiti di casa, levarsi la giacca, o sim., per stare più comodi o più freschi; anche, trattare familiarmente, non far cerimonie. Così, stare in l., in tutta l., senza soggezione, senza inutili riguardi; seduti, con tutta l., in una perfetta solitudine (Manzoni).

3. Di cosa, esser libero in genere: l. di un fondo da ipoteche, da servitù, ecc.; l. di manovra, di una nave (v. manovra, n. 2 a). In chimica, mettere in l., rendere allo stato libero, liberare: nella combustione si mette in l. l’anidride carbonica.

4. Nel linguaggio tecn. e scient., grado di l., locuz. usata con varî sign.: in termodinamica, è sinon. di varianza, per indicare il numero dei parametri caratteristici che si possono far variare senza turbare l’equilibrio di un sistema e quindi senza cambiare il numero e la natura delle fasi presenti; in meccanica, indica il numero dei parametri essenziali e indipendenti atti a individuare le posizioni di un sistema rigido, di un punto materiale, ecc., che equivale al numero di traslazioni o rotazioni indipendenti a cui possono essere ricondotti i movimenti che il sistema o il punto materiale sono liberi di effettuare (dati i vincoli cui sono sottoposti); in statistica, in una distribuzione di frequenze, indica il numero degli scarti dalla media indipendenti tra loro, cioè il numero totale degli scarti meno uno. L. asintotica di una teoria è la proprietà che essa ha di diventare una teoria libera, cioè senza interazioni, per certi valori limite di determinate grandezze, per es. per grandi energie.





---- Determinismo

Vocabolario on line
determinismo s. m. [der. di determinare, sul modello del ted. Determinismus]. –

1. In filosofia, termine con il quale vengono indicate quelle concezioni filosofiche secondo le quali il verificarsi dei fenomeni è necessariamente determinato secondo principî variamente formulati. Con riferimento alle dottrine cosmologiche del sec. 18°, d. cosmologico, concezione secondo la quale tutti gli avvenimenti della storia dell’universo sarebbero collegati da rapporti necessarî, di natura teleologica o connessi con la razionalità dei fenomeni naturali; più specificamente, d. meccanicistico, concezione che attribuisce validità generale alla causalità meccanica, e che si è affermata con la formulazione matematica della meccanica classica, soprattutto sulla base del risultato per cui l’evoluzione temporale di qualunque sistema meccanico sarebbe completamente determinata quando fossero note a un dato istante le coordinate di tutti i punti del sistema e le loro derivate prime (velocità); in seguito all’affermarsi della meccanica quantistica, che pone in discussione il principio classico di causalità, si sono sviluppate forme di determinismo (d. statistico o probabilistico) che però escludono una prevedibilità assoluta degli eventi. D. psicologico, locuz. con la quale si designano le concezioni filosofiche secondo cui gli atti della volontà e tutti gli atti psichici sarebbero anch’essi determinati da cause interne o esterne.

2. D. economico, locuz. con la quale è stata riassunta la concezione marxiana della storia per la quale i fenomeni ideologici, politici, religiosi, ecc. sono determinati in ultima istanza dalle condizioni economiche e, in partic., dai vigenti rapporti di produzione.




---- Deciṡióne

Vocabolario on line
deciṡióne s. f. [dal lat. decisio -onis, der. di decīdĕre: v. decidere]. –

1. Nel linguaggio giur., pronuncia del giudice, con la quale viene decisa una controversia: la d. della Cassazione, della Corte d’appello, del Tribunale, ecc. (la parola è sempre usata, invece di sentenza, per le pronuncie con le quali il Consiglio di stato e i giudici amministrativi in genere decidono una controversia).

2. Nell’uso com.:

a. Scelta cosciente e ragionata di una tra le varie possibilità di azione o di comportamento (e più in partic., sotto l’aspetto psicologico, il momento deliberativo di un atto volitivo): prendere, maturare una d.; è stata una d. affrettata; mi rimetto alle tue d., a ciò che tu stabilirai; persona incapace di decisioni, che non sa mai risolversi.

b. Risolutezza, determinazione, cioè prontezza e fermezza nel decidere: agire con decisione, con energia, risolutamente (e analogam., mostrare decisione nell’agire, nel prendere provvedimenti, e sim.).

3.

a. In statistica, teoria delle d., teoria che ha per oggetto lo studio dei criterî di scelta tra più alternative o ipotesi diverse, impiegata soprattutto nell’economia applicata per determinare politiche (procedure di decisione) volte alla massima riduzione dei costi.

b. In logica matematica, problema di decisione, ricerca di un procedimento effettivo, cioè costituito da un numero finito di passi, ognuno descrivibile in maniera precisa e applicabile a tutti i problemi dello stesso tipo, che consenta di stabilire se una certa proprietà o relazione convenga o no a certi enti, ovvero di calcolare una certa funzione.


4. ant. Divisione, separazione di una parte dal tutto, e anche la parte divisa dal tutto.




Questo post è dedicato alla memoria di Stefano Cucchi

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