venerdì 19 dicembre 2014

There's a Riot Going On

"You can't leave 'cause your heart is there But, sure, you can't stay 'cause you been somewhere else"
-- Sly and the Family Stone


Ho conosciuto una persona incredibile questo lunedì. Una persona come non ne fanno più, o molto poche. Ma voglio coccolarmi per me stesso questo 'segreto', nutrirmene e vedere cosa fiorisce da esso. Intanto è cambiato il mio modo di lavorare sulle fotografie. Nei miei ultimi autoritratti e nel mio ultimo progetto all'aperto, questo giovedì di dicembre, ho cercato meno contrasti duri e più transizioni morbide. Non l'ho fatto in virtù di un qualche ragionamento, ma d'istinto.

Sono stato a fare fotografie in zona Bonola, una zona di Milano che frequentavo quando studiavo in università più di dieci anni fa. In quel quartiere, a ridosso del centro commerciale, c'è una biblioteca pubblica dove il sabato mi trovavo a studiare con dei miei amici che vivevano in zona. A volte mi fermavo anche a dormire da loro. Con qualcuno condividevo anche gusti musicali, ci scambiavamo cassette, e uno di loro per un po' mi aveva anche prestato una chitarra elettrica e un amplificatore. Volevamo mettere in piedi un gruppo.

In quel periodo ero appassionato di musica, andavo molto spesso a vedere concerti dal vivo coi miei amici e cercavo musicisti che sapessero comunicare con la mia anima. Se trovavo dei gruppi rock italiani che esprimevano un'anima pasoliniana – e ce n'erano, a differenza di oggi – mi ci affezionavo. Io e il mio amico avevamo fatto delle selezioni per un batterista e un secondo chitarrista – il mio amico suonava il basso – e affittavamo una sala prove dove elaborare idee, provare brani inediti, chiacchierare.

Niente di quel periodo è decollato veramente, il mio amico è andato a studiare scuola di cinema e io ho iniziato un mio percorso che mi ha portato ad avere sfiducia nell'università, ad abbandonarla, e a cercare soddisfazioni in lavori più o meno temporanei che mi portassero dei soldi in tasca per le mie esigenze quotidiane. Mi mancavano due esami e la tesi. Avevo la media del 28/30. Ma avevo una grande sfiducia nei confronti delle istituzioni, e volevo sperimentare 'la vita', al di fuori della patina dorata dello studio. Anche perché mi sarei laureato in storia, e il mio 'posto nel mondo' sarebbe stato l'insegnamento. Ci pensai bene, e decisi che non era la mia strada, anche se avevo iniziato proprio per quello a studiare. Ma a quel punto, preferivo 'l'avventura'.

Tre anni fa, quando presi in mano la mia macchina fotografica, per qualche giorno, mentre andavo in giro a scattare più o meno a caso, mi girava per la testa questa domanda: 'ma perché mi devo esprimere?'. Mi resi conto che questa domanda sotto sotto aveva in qualche modo inficiato tutti i miei tentativi post adolescenziali di essere creativo, con la musica, con la scrittura; avevo un tarlo dentro: che la vita fosse nulla. C'è la morte in fondo, no? E se la morte è la fine di tutto, perché cercare qualcosa di più della mera sopravvivenza. Mi nutrivo di creatività altrui, mi interessava l'intelligenza, la sensibilità, ma vedevo l'ombra della fine incombere su tutto.

Cercai di avvicinarmici a quella fine, perché volevo sapere fortemente se c'era qualcosa dopo. Mi sono avvicinato a diverse situazioni e dimensioni del dolore, perché ero stanco di vedere che la maggior parte della gente a me vicina le evitava, evitava di approcciarle, di rapportarcisi, tagliando fuori esseri umani dal consesso sociale e lasciandoli in balia di situazioni di potere dove essi erano succubi. Sono domande che ancora mi restano, cui vorrei trovare risposte personali, al di fuori di qualsiasi ambito codificato del sapere umano. Per questo motivo mi incantano certe personalità, perché trovo che abbiano una relazione forte con sé stessi, con la vita, con la realtà, e che traccino percorsi personali e non codificabili di vita.

Ora, cosa ho provato ieri pomeriggio ad avvicinarmi così tanto a ricordi a me famigliari? Allora, innanzitutto appena esci dalla metropolitana, ci sono un sacco di graffiti. Uno, quello che vedete in una delle mie foto, recita: 'Ognuno merita il regime che sopporta'. Mi sono sentito a mio agio. Inizialmente volevo stare lontano dal centro commerciale, e ho iniziato a girargli intorno. C'erano strade molto ampie, con palazzoni sparsi qua e là ma con molto verde in mezzo. Mi son detto 'Bene, che me ne faccio di tutto ciò?' e mi sono avvicinato a un bar dove ho consumato un caffé, vedete nelle mie foto anche un signore che leggeva il giornale seduto a un tavolino.

Mentre gironzolo, penso ai miei vecchi amici, e mi domando se mi interessi per caso risentirli. Ma credo di essere cambiato molto da allora, di essere una persona molto diversa. Ho rivisto uno di loro un paio di anni fa, ci siamo ritrovati in una sera a bere birra e a raccontarci un po' di cose. Lui è sposato adesso, ci siamo trovati bene ma abbiamo fatto delle scelte molto diverse. Io non ho bisogno di sentirmi a casa, di trovare una casa. La ricerca dell'amore per me è un'alta cosa. Ovviamente ho provato una punta di nostalgia, ma non ho grossi rimpianti per quello che ho abbandonato.

Credo anzi che per ogni persona che sa un certo tipo di scelte di vita, ci sia bisogno di almeno un'altra persona che sperimenti cose nuove, diverse. Difficile dire cosa avrei trovato, di 'diverso', nel centro commerciale quando ci sono entrato perché l'esterno non mi attraeva, fotograficamente parlando. In realtà lo sapevo, ma ho scelto di 'non giudicare'. Ci starebbe bene una emoticon con la linguetta di fuori. Bonola non è un centro commerciale rutilante, ipermoderno. E' un posto molto famigliare. Ho sentito mentre camminavo una vecchietta che si lamentava con delle amiche perché aveva rotto il telecomando e doveva comprarsene uno nuovo.

Aveva l'espressione preoccupata, di chi non può permettersi molte spese extra. Per tutto il centro commerciale c'erano bancarelle in mezzo ai corridoi con prodotti natalizi: candele a forma di fiore, statuine del presepe in legno, sciarpe, gadgettini. Un'atmosfera innocua, anche se di solito di fronte a tutte queste cose io mi domando quanto siano davvero innocue. Credo che queste atmosfere WASP vadano a braccetto con frasi come 'io voglio una vita tranquilla', cosa che mi ha sempre fatto sorridere. Proprio quindici giorni fa ho assistito a performances di persone che soffrono di disagio psichico recitare poesie e cantare e suonare, con Dori Ghezzi che diceva che questo tipo di persone sanno andare più a fondo di noi.

A me piace andare a fondo. E' bello. Ti ritrovi a coltivare qualcosa, qualcosa che ha a che fare col cuore, mentre il mondo di fuori passa ignaro di sé. Lo scriveva anche Bulgakov, che il mondo è il teatro e viceversa. Nel mondo, nella vita quotidiana, ci sono clichés di comportamento da rispettare, che fanno passare la vita su binari consolidati, ma senza che accada nulla. Rischi di diventare uno stereotipo. Bulgakov era convinto che solo nel teatro era possibile vivere, raccogliere le tensioni del mondo e poi giocare a farle scoppiare, che in fondo l'artificio è più reale della vita vera, quella dove c'è crisi economica e speri che non ti succeda niente di male, ma poi ti metti in pantofole occupandoti se puoi di godere un pochetto – non tanto, se no diventi vizioso! - di qualcosa.


Ma se devo trarre un senso da tutte le cose che ho visto e fotografato, compreso un tenero orsacchiotto in una vetrina, devo dire che beh, capisco perché Jack Kerouac abbia a un certo punto preso un sacco a pelo e si sia messo a viaggiare da solo di notte, per meditare su Buddha e sulla natura umana, lontano da tutto questo mondo di brave persone senza tanto sale. A mio modo, lo sto facendo anche io. Saranno le feste, saranno le amicizie, ma non ho provato il senso di fastidio che di solito provo quando mi trovo in mezzo alla tabula rasa mercificata, sono fortemente convinto che ci sia un mondo dietro tutto ciò, un mondo più vero, ma lo avete nascosto bene dietro questa patina. Eppure pulsa, attira persone come me, e prima o poi leverà alta la sua voce per farsi ascoltare.  



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