sabato 13 dicembre 2014

Tifiamo rivolta

"Io non so se sia nata prima la prostituzione o il capitalismo, ma Sombart ha scoperto che la donna e il denaro sono due termini dipendenti l'uno dall'altro." (Mario Mariani)



Trovo una intervista ad Antoine D'Agata su youtube e improvvisamente mi ricordo. Mi ricordo del perché ho iniziato a scattare fotografie. Del perché sono innamorato dell'arte. Riascolto The Downward Spiral dei NIN e improvvisamente ho un flash su Shinya Tsukamoto, e mi ricordo improvvisamente cosa significa guardarsi dentro. Quanto mi mancano queste cose. Giro per la mia città con in mano la macchina fotografica come un morto vivente, uno zombie alla Romero, alla ricerca di frammenti di umanità. Strappo brandelli di pelle al mondo.

Il mondo non mi corrisponde più. Lo sento lontano, distante, perso. Perso nella quotidianità, perso nell'inconsapevolezza, perso nella grigia banalità del male. Cosa c'è di mio in questo mondo perso? Cosa gronda ancora di umanità, di sangue innocente, di palpiti del cuore? Mi sembra che il cuore sia stato estirpato, questo organo inutile, e il sole che mi scalda un poco in questa mattinata decembrina poggia i suoi stanchi raggi su un bisogno di nulla, su un bisogno di dimenticare, che avvolge tiepide le presenze che incontro nei giardini in memoria dei caduti di Nassirya, vicino al centro commerciale di Bonola.

Raccolgo con la mia Nikon, una macchina fotografica che forse non è più in commercio – troppo rumorosa, forse è considerata uno scarto di produzione, e per questo mi piace tanto – due figure umane. Una vecchia signora quasi piegata da un peso invisibile, e un altro signore anziano che quasi sorride tra sé, chissà per quale motivo, mentre gli passo davanti e lo congelo con la mia attrezzatura. Ho la sensazione di vivere in un mondo frammentato, privo di unità, e infatti una cara amica mi racconta le sue ultime storie sentimentali, con un uomo che fa fatica ad accettarla per quello che è e che abdica la propria realizzazione come artista dedicandosi alla musica commerciale.

Torno a casa e come al solito ho in testa le fotografie di Moriyama, ma decido di utilizzare in postproduzione un diverso tipo di contrasto per le mie creazioni. Non assomigliano a nulla, le mie ultime foto di questa settimana, rimangono scatti presi sotto una luce forte e obliqua, l'unico giorno di sole da una settimana a questa parte, per il resto il panorama quotidiano è un cielo cupo, nemmeno nuvoloso, solo scuro, come fossimo al Polo Nord coi suoi sei mesi di inverno, e mi domando come mai la luce manchi sia fuori che dentro di noi. Mi domando come mai nessuno ne senta la mancanza, della luce.

Cosa significa vivere in questo mondo esploso? Leggo Kerouac la notte, me ne sto sul divano con addosso una coperta perché fa freddo in questo frammento di mondo piccolo borghese, come sempre, e improvvisamente mi trovo quasi a litigare col bisogno di santità di Kerouac, col suo essere un vagabondo che viaggia di notte su un sacco a pelo alla ricerca della santità. Se già negli anni Cinquanta rischiavi di venire arrestato se ti addentravi nei boschi di LA con un sacco a pelo, figurarsi oggi nel 2014 dove la gente ha l'orticaria per i vecchi freakettoni come Jack. Ci litigo perché quel bisogno di santità non ha quasi più nessuna espressione oggi, e mi chiedo ancora perché, perché oggi non si senta il bisogno di isolarsi, di estraniarsi, di rischiare.

Ho i capelli e la barba lunghi, ma resto comunque presentabile. Decido quindi di non tagliarmeli, almeno per ora. Perché rinnovarsi fuori, quando dentro c'è un richiamo forte a qualcosa di più forte del bisogno di un rinnovamento esterno? Osservo le foto di molti miei colleghi su vari social networks e trovo la fotografia contemporanea tale e quale ad altre arti oggi. Nessuno si esplora dentro come D'Agata, nessuno fa quello sforzo di scavo interiore. Si padroneggia benissimo la tecnica, ma niente di più della tecnica. Io preferisco fare foto sporche, trovarmi immerso nel nulla e fotografare il nulla. Sto pensando a un nuovo reportage, ma devo focalizzarmi bene su delle cose prima. Non voglio scattare a cazzo, solo perché è un lavoro.

Ovviamente ci sono ancora cose di cui mi innamoro, adoro un paio di modelle forse tre, perché due di sicuro hanno una testa superiore alla media e voglio vedere cosa faranno in futuro – una sta passando dall'altra parte, ha esposto due foto in una mostra a Londra, fatte con una vecchia macchina analogica, bellissime – ma parlando in generale sono molto scettico sugli uomini e le donne che mi circondano e sulla creatività. Non trovo più qualcuno che voglia partire da un frammento d'umanità per rinnovare tutta l'umanità. Ieri ho curiosato nel catalogo recente di una etichetta di quelle per le quali scrivevo anni fa. L'ho fatto perché stanco di ascoltare musica mainstream quando accendo la radio o surfo in rete. Ma ho trovato gli stessi difetti che quella musica stava incominciando a mostrare quando ho smesso di fare il critico.

Ho trovato artisti con una visione artistica sperimentale, ma i cui sentimenti, quelli espressi dalla musica, sono completamente sganciati dagli avvenimenti del mondo. Per contro, tutti gli artisti 'impegnati', quelli che ho sempre rifiutato, come al solito copiano formule musicali vecchie. Dopo essere stato a Londra e vedere quanto sono grandi le disparità sociali lì, e come il mondo dell'arte ne è distante – che fine ha fatto il punk anni Settanta, che fine hanno fatto i Clash? Non la lettera, che di gruppi punk Londra è piena, parlo dello spirito – mi sono reso conto che non era più possibile propagare un mondo dell'arte così sganciato dal mondo. Per un po' mi sono rifugiato nel passato come podcaster, prima di imbracciare la mia macchina fotografica e dire addio.

Pensate al fatto che un disegnatore di manga in Giappone dorme poche ore a notte perché deve realizzare un fumetto alla settimana, e vi renderete conto da soli di come la creatività sia ipersfruttata nel nostro mondo. Pensate a come fioriscono ovunque artisti che si richiamano all'uso dell'ironia per descrivere il nostro mondo e vi renderete conto di come l'esplorazione interiore sia poco praticata, forse addirittura scoraggiata. Cosa ci resta dentro? Perché così pochi artisti scavano per portare alla luce tutto quello che si sedimenta nelle nostre giornate passate a schivare ingiustizie sociali se possiamo e a obbedire a un padrone invisibile che utilizza la paura per scoraggiarci? Possibile che nessuno si accorga che la paura ci sta costringendo a vivere isolati e soli?


Isolati e soli anche quando si è in compagnia. Ci sono troppi discorsi fatti di parole d'ordine socialmente accettate che ci allontanano da soggetti fragili – cosa occorre per scivolare dalla loro parte e diventare fragili nessuno lo dice, ma basta veramente poco – e quindi da noi stessi – siamo noi i soggetti fragili, sempre – per farci consumatori e produttori. Siamo l'unica epoca di decadenza che non sta producendo anticorpi, fenomeni di ribellione anche artistica. Ci occupiamo di mangiare, dormire, lavorare. Dove sono i nuovi Picasso, i nuovi Eyal Sivan, i nuovi Kusturica? Chi ha voglia di raccontare la nostra infinita odissea in uno spazio non più a misura d'uomo? Chi ha voglia di salvarci da questa prostituzione fisica e mentale, dalla cooptazione di corpi e spazi all'obbedienza del pensiero neo-liberale?  



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