mercoledì 30 luglio 2014

La notte

“Abbandona ogni speranza”

- Osho

Autoritratto
Mentre dialogavo con Annalisa oggi mi sono messo a giocare con la mia macchina fotografica. Ne è venuto fuori questo ritratto, mentre parlavamo di un cortometraggio che andremo a girare in Liguria tra un po'. Mi ha chiesto anche quale cinema ho in mente per questo corto di cui sarò regista, abbiamo perso l'ultimo film di Garrel. Le ho risposto che ho in mente Koji Wakamatsu, e che dovremmo girare di notte.

Ieri sera ho visto Il Grande Sogno di Michele Placido. Mi è piaciuta l'idea di due personaggi così apparentemente lontani che si amano, ma se devo dirla tutta preferisco Running in Madness, Dying in Love del giapponese. Trovo che sia più atavico, con quel vagare e incontrare gli abitanti di quel villaggio così chiuso, metafora perfetta della società e dei suoi tabù. Ho incontrato per la prima volta il cinema di Wakamatsu circa dieci anni fa, e me ne sono innamorato subito.

Quel bianco e nero bellissimo – la fotografia di molti suoi vecchi film è di Hideo Ito, un mago – con quegli sprazzi di colore violento, come in Su Su Due Volte Vergine o in Angeli Violati. Il bianco e nero dell'anima, il colore del sangue. E' il cinema di chi ha fede. Fede nell'amore. Fede nella morte. Solo il primo Kim Ki-Duk mi ha trasmesso la stessa sensazione.

Penso che un giorno ci toccherà di morire, e che tutto quello che abbiamo costruito rischi di essere fottuto. A dire il vero, credo che ogni giorno la morte, quel tanto che ci si presentifica, rischi di fotterci. Ma ogni giorno mi capita di incontrare qualcuno o qualcosa che vince la morte. Può essere Annalisa, può essere Wakamatsu, può essere un mio scatto. E così, mi è venuta la fotta di sapere.

Di sapere se esiste qualcosa che può vincere anche la morte ultima. Voglio sapere, questo è il senso del mio lavoro come fotografo, compreso il mio progetto in attesa di trovare un editore sulle persone transessuali, compreso il mio progetto sulla prostituzione per il quale sto iniziando a documentarmi, se l'amore è più forte della morte. Annalisa mi ha detto che per saperlo l'unico modo è affrontarla la morte, e mi ha parlato di sua madre. Mio padre è morto anni fa, per un infarto. Anni prima avevamo smesso di parlarci. Tramite la sua vicinanza, ho sperimentato che nell'uomo c'è qualcosa che non vuole sapere, che si chiude, che giustifica l'esistente e che ci si sottomette. Ma io invece, io voglio sapere. Voglio sapere quello che avete letto qui.

Anche Giovanni, un amico mio e di Annalisa, un po' più grande di noi, dice che io e lei cerchiamo la perfezione, perché ci inquieta ad esempio che un uomo possa essere bravissimo in qualcosa ma essere un coglione come essere umano. Un mio ex amico musicista anni fa, quando scrivevo di musica e teatro, mi aveva detto 'non riesco a lavorare su tutti e due i fronti, è stancante'.

E mentre mi rifiuto di crescere, e di accettare questa frantumazione, che è anche il motivo per cui io e mio padre avevamo smesso di parlarci, sento che nel mio attraversare la morte a un certo punto c'è stato un blackout. Una interruzione del contatto. Tutto quello che si è messo in mezzo tra me e il suo corpo nudo e morto, come il parlottare di mia zia e mia madre. Ogni volta che scatto una foto a qualcuno, che faccio un ritratto, è come ritrovare parte di quel contatto interrotto.

Un amico di Annalisa mi ha chiesto di fargli dei ritratti. Ha visto le foto che ho scattato a me stesso, e mi ha detto di averle piantate in mezzo alla fronte come il buco di un bazooka. Tutto quello che vedo in me stesso, è come se lo dicessi forte e chiaro a tutti. E pensare che era partito tutto da Francesca Woodman, una suicida. Volevo rifare lei. L'ho sognata. I miei autoritratti erano un diario intimo della nostra relazione.


Lo scopo delle nostre azioni come esseri umani è vincere la morte. Perché credo che ogni volta che tu temi la morte, mentre credi di subirla in realtà decreti la morte di qualcun altro. E' una cosa che ho visto nelle relazioni umane, pubbliche e private. Una specie di legge cui nessuno finora si è sottratto. E' così che la morte vince sull'amore. Per ottenere il risultato opposto, non dobbiamo più avere paura di morire. La mia ricerca come fotografo ha a che fare con tutto questo.



domenica 27 luglio 2014

Erotothanatos

“Si è stati cattivi spettatori della vita se non si è visto anche la mano che, delicatamente, uccide”
- Nietzsche, “Al di là del bene e del male”



Autoritratto, dalla serie "C'est
la Vie qui prend le Dessus"
Ho bisogno di sentirmi sporco. Ho bisogno di sentirmi come quando sono uscito dal ventre di mia madre, sporco della sua placenta. Forse, ho solo bisogno di sentirmi sporco, allontanandomi da quella madre che mi voleva un vincente, ma che sapendo di non essere ricca mi immaginava da grande come uno dei tanti vincenti inseriti non so come in una massa di persone che chissà perché vivono una individualità ricavata dal proprio immaginario un po' pubblicitario, come se il nostro vero volto fosse la lordatura dell'advertising meno l'advertising stesso, quel tanto o poco di customizzazione necessaria per riconoscersi. E infatti non hanno tutti i torti. Per questo mi reco in questo campo di sterminio dove un fotografo quarant'anni fa smise di essere fotografo per due anni, in questa Sarajevo con la biblioteca che brucia, in quella chat erotica fatta di corpi banali, come le compagne del liceo più o meno carine ma che di certo non assomigliano a delle modelle e che non sentivano l'odore della morte come lo sentivo io, chiedendomi quale fosse il senso della socialità, sospettando che in fondo fossimo tutti soli, monadi, ma senza ancora il coraggio di abbracciare quella solitudine, di tirarvi fuori tutto quello che c'era da tirarci fuori. E che però, come queste ragazze, il senso della fine se lo portavano appresso. Lo sentivo da come si lamentavano per il poco tempo libero che avevano dopo aver studiato. E da come queste ragazze accettano di performare davanti alle webcam accese.

Ho bisogno di sentirmi sporco. Come un insetto che ha la nozione di sé come farfalla ma che non ha ali vere, perché sa che quelle ali rispondono a delle banali leggi della fisica, e quindi non sono un miracolo ma un semplice destino biologico. Non trovo persone a me simili quando sono sporco. Per questo mi piace quella sensazione, perché è come se mi facessi carico del mio destino individuale, del mio peso specifico, come quando, vecchio, starò di fronte alla morte col mio bisogno d'amore, e sarà l'amore a salvarmi dalla morte, niente altro. Per questo mi sto allenando ora, per sconfiggere la morte poi, quando ci sarà la resa dei conti vera e propria. Se tu potessi vedere come sono bello mentre precipito. Se anche tu non avessi paura di cadere come me, allora potrei amarti. Perdere qualcosa o qualcuno non è un tributo che si paga alla realtà. Lasciare le maschere prendere fuoco significa non avere più scusanti, sganciarsi da tutto, entrare in quel porto umido e dall'aria chiusa dove puoi finalmente esplorare te stesso, fare sul serio, smettere di giocare e lasciarti andare alla necessità, sentire dal tuo ventre venir fuori quello che sei sul serio, lontano da chi ti educa ad essere un uomo medio(cre).

Autoritratto, dalla serie "Imponderabilia"
Carl Gustav Jung diceva che abbiamo un'ombra, che siamo doppi. Di quel doppio dobbiamo riuscire a fare tre, come nelle gang bang. Tre è già gruppo, nel due c'è di mezzo il dialogo, l'anima, è una questione dialettica, in tre è già orgia, urlo primordiale, bukkake metafisico. Quello di cui hanno paura chi le orge le fa sul serio, perché sentire che da te promana qualcosa senza averne la sensazione fisica, la prova tangibile, è considerato osceno, e loro, gli orgiastici educati, dell'osceno vero hanno paura. C'è una televisione privata che a tarda sera trasmette un programma dedicato al sesso. Si parla di mala educazione, ma a me quel tipo di persone è sembrato sempre molto bloccato sulla condivisione, sul racconto. Anche questa cosa del sesso libero come fondamentale per unire una coppia la trovo posticcia, non me la raccontano. Credo sia tipico della libertà, implicito almeno in questo gioco, il rischio che a un certo punto uno decida di andarsene, di lasciare, di provare altro, di sentirsi libero anche da chi ti ha dato la nozione stessa della libertà. Io amo tradire, non essere fedele nemmeno a me stesso. Ho sempre trovato la coerenza poco interessante. Ma stavamo parlando dell'abisso, quello vero. Quello da amare.

Avete mai provato a trovarvi a camminare a tentoni, col cuore che batte all'impazzata insicuro del prossimo passo, della sola capacità di compierlo? Se non l'avete mai provata, quella sensazione, vuol dire che non avete mai rischiato di trovare qualcosa di indispensabile come l'ossigeno per respirare. Mi viene il sospetto che non abbiate mai respirato. A me viene subito la noia. E con la noia, il bisogno dell'orgasmo. In qualche modo, ci deve essere una esplosione, da qualche parte. Un fare tabula rasa. Ho sempre capito i tossici, gli alcoolizzati, i suicidi, ma nella massa, la loro, li trovo spesso furbi, capaci di inquinare la dose di nulla che si somministrano per sfuggire alle menzogne del quotidiano spiccio, quello che ci toccherebbe a tutti perché siamo umani e quindi anche banali, la menzogna più grande di tutte perché noi siamo fatti a immagine e somiglianza del divino cui nei secoli abbiamo dato vita, sostanza, forma, carne e sangue, con quelle stesse menzogne. Il bisogno di soldi, di un affetto non ricambiato, di lontananza, quelle stesse necessità che incontrano nella loro via alla santità spesso diventano un circuito di godimento, e allora non mi piacciono più, nella loro furbizia diventano come tutti gli altri, perché è in nome di questa stessa furbizia che vengono recuperati, che a un certo punto decidono di rientrare lì da dove erano usciti.


Ma lo sporco ha un odore che non ti lascia più, che non si dimentica, e che è secondo me il bello di quella sporcizia. Non quello che fai per sporcarti, ma la sensazione di quello che sei diventato. E' fondamentale diventare umani, restare umani. Vivi in un mondo che ti uccide a furia di upgrade, che ti suggerisce di accumulare esperienze come se fossero ciascuna una pagina di un sito web con i tuoi skills illustrati, come farai a capire che l'esperienza umana originaria è quella di essere cieco, sordo, muto con un bisogno di totalità che i tuoi sensi non possono più, se anche mai hanno potuto, soddifare, tanto meno descrivere? Dove recuperare quell'esperienza, la sensazione dell'esistenza di un mondo interiore più importante di quello esteriore, se non da una privazione, da un taglio degli arti, degli occhi, della bocca, delle orecchie, del cuore? Per rinascere occorre sapersi uccidere, tutto il resto è pessima letteratura. I più fortunati di voi troveranno un editore, ma mai una illuminazione come un Rimbaud.  


sabato 12 luglio 2014

Annalisa




Ho fotografato Annalisa, che è mia amica e attrice, due sere fa. Ci siamo trovati perché dovevo intervistarla per un mio progetto, e a lei servivano un paio di fotografie per un suo curriculum. Il pomeriggio avevo discusso con una modella che mi piace tantissimo del suo lavoro, lei mi dice che fa erotismo ma a me quell'etichetta sta stretta.

Una ragazza che la ha intervistata mi ha fatto notare che se un corpo ti apre a sensazioni che non conosci quella è l'essenza dell'erotismo, altrimenti è solo anatomia o pornografia. Ma il corpo di lei è l'unico che mi apre a quel tipo di sensazioni. In verità c'è una modella portoghese, un po' più giovane di lei, che con la sua presenza nelle sue immagini – ma lei è sempre vestita – mi lascia con una forte sensazione di felicità.

Credo che da giovani siamo tutti più rivoluzionari, io ci ho messo molto per staccarmi dalle pastoie dei discorsi condivisi e recuperare quello spirito senza la fragilità e la dipendenza dal mondo adulto e dai suoi schemi, dalle sue violenze, che è l'altra caratteristica dell'adolescenza, posto che a ventitré o ventiquattro anni sei già più adulto anche se il nostro mondo ha allungato quell'età, e ogni volta che incontro ragazze giovani che esprimono se stesse con la propria fisicità quasi mi identifico col loro operare, col loro essere.

La modella venticinquenne mi ha detto che è impossibile cercare di catturare l'essenza di un individuo con una fotografia direttamente, che se ci provi rischi di ottenere un risultato banale. Che l'unico modo è lavorare sulla luce, sulla tecnica, e che se ci lavori bene puoi ottenere invece il risultato di illuminare qualche aspetto dell'anima del soggetto contro cui punti la macchina fotografica.

Io che in questo periodo sto fotografando soggetti 'fragili', persone con problemi di alcool, di droga, ex senzatetto, persone agli arresti domiciliari, artisti con alle spalle vari tentativi di suicidio, sto covando i miei scatti che all'inizio non mi comunicavano nulla perché sento che è difficile anche parlando un po' con loro arrivare all'essenza di quello che siamo con un dialogo, sento che invece bisognerebbe osare. Osare mescolarsi di più con le loro vite. Cosa non sempre possibile, almeno per ora.

Credo che quando scatti puoi visualizzare, a fianco di quello che la tua macchina fotografica registra, una specie di essenza della persona che stai fotografando, e che tu possa cercare di far sì che la distanza tra le due immagini diminuisca. Solo che c'è bisogno di molto silenzio per cogliere l'essenza di qualcuno. Bisogna ascoltarsi dentro, per sentire quella corrispondenza, e occorre in qualche modo tacitare quello che sia Osho che i mistici Sufi chiamano il parlottìo esteriore, i discorsi che si agitano nella testa, frutto delle abitudini e delle condivisioni sociali.

Ho fotografato sette soggetti per un progetto che mi sto lasciando macerare dentro, sto pensando a come procedere per recuperare gli altri soggetti ma rivedendo i miei scatti in settimana mi hanno comunicato un po' di più rispetto a quando li avevo presi. Non so dire esattamente cosa si è posto tra me e loro, ma qualcosa mi sfuggiva. Certo che ad esempio incontrare un uomo che è stato anche musicista e che mi elenca le medicine che ha preso nella sua vita quando potrebbe raccontarmi della sua chitarra e della voce della sua ex compagna è un poco straniante, ad esempio.

Quando ho fotografato Annalisa era sera tardi. Ho montato il flash sulla macchina fotografica, l'ho regolato un attimo mentre scattavo ma senza preoccuparmi di ottenere la luce perfetta. Questa foto del suo primo piano ad esempio, con l'ombra che si somma alla massa dei suoi capelli. Quando l'ho vista nel viewfinder della macchina, ho pensato 'va bene così'. Così imperfetta, così poco aderente alle regole del linguaggio della fotografia.

L'ho prodotta in bianco e nero alle due di notte, tornato a casa dal mio incontro con lei, assieme all'altra foto a figura intera, e me le sono tenute di notte dentro di me, chiedendomi se ero veramente soddisfatto del lavoro svolto, di quelle piccole imperfezioni che secondo me potrebbero se le incorporassi nel mio stile dare più carattere a fotografie fatte tutte in serie, con perizia tecnica ma poca anima. Perché per me catturare l'anima di una persona, quella che la modella mi diceva è impossibile cogliere direttamente, per me passa tramite l'errore.



Negli anni zero c'è stata una corrente della musica elettronica che si chiamava glitch music. Venivano campionati i suoni degli hard disk crashati, e tramite questi suoni venivano costruiti ritmi, o textures. Vorrei realizzare qualcosa di simile con la fotografia, quindi mi devo sbilanciare. Questi miei tentativi mi mettono un po' a disagio, anche se ci sono molti fotografi che lavorano come me, addirittura utilizzando macchine fotografiche non professionali per limitare la tecnica, per giovarsi appunto di eventuali errori.

Il ritratto del volto di Annalisa è finito sui suoi social network, l'ha utilizzato non solo per il suo curriculum ma anche per i suoi profili. Ha qualcosa di selvaggio, di non classico, ed è così che io vedo lei. Vedo una personalità libera dagli schemi, che si rapporta con se stessa a partire dai propri sentimenti anziché a partire da narrazioni che la ingabbiano. Per questo quella luce che illumina il collo invece che il volto, proprio sotto il suo sorriso aperto, e quell'ombra scura dietro i suoi capelli, aumentandone la massa invece che distinguendola dallo sfondo, sono perfette per lei.

Perché lei tracima dai suoi confini e si espone per questo motivo, quindi questo senso di minaccia, la luce sul collo, e di dimensione doppia, l'ombra dietro, sono più rappresentative di lei che non una raffigurazione classica. Ma ci ho pensato molto quella notte, fino alle cinque e mezza di mattina. Avevo la sensazione di aver fatto un tentativo, e di non sapere se l'esperimento era riuscito. Sento molto i limiti dei miei strumenti tecnici, come quei pianisti bravissimi che a tratti hanno l'impulso di distruggere il loro pianoforte.

Come è possibile catturare qualcosa di libero come la nostra essenza, come è possibile comunicarla ad altri esseri umani? Sicuramente frequentare Annalisa mi aiuta molto ad essere più indulgente nei confronti della mia fotografia, perché se a lei piace come l'ho raffigurata questo vuol dire che c'è una corrispondenza tra quel che sento di lei e quel che lei è, e i miei tentativi di catturarla non sono andati a vuoto.

La modella mi diceva che quando si tenta di scavare troppo – lei è anche fotografa – poi si ottengono risultati banali. Eppure una parte di me è combattuta, io vorrei sul serio scavare e arrivare all'essere, non cedere a questa perversione tutta occidentale di relazionarsi con la forma per dare conto della sostanza, che cela tutto il suo rapporto perverso con la religione cristiana. Tant'è che la modella mi diceva che alla fine lei non fa nulla di trascendentale, mentre per me trascendentale lo è.

Sono pieno di domande, vorrei capire molte cose, vorrei confrontarmi con amici fotografi che hanno percepito le mie stesse sensazioni, e capire come hanno risolto queste tensioni, questo non accontentarsi del visibile, questo bisogno di capire, sentire e possedere quello che c'è dietro. Oggi pomeriggio devo andare lontano da casa, devo vendere un mio strumento musicale a una ragazza molto più giovane di me che era molto contenta quando le avevo comunicato che le avrei portato la mia chitarra vicino a casa sua.


Quell'entusiasmo mi ha fatto rinascere, tanto che mi porterò dietro la macchina fotografica per vedere cosa riuscirò a catturare delle stazioni ferroviarie che incontrerò sul mio cammino. Sarò in viaggio tutto il pomeriggio, rientrerò a casa dopo cena. A volte anche recuperare la dimensione del gioco è importante, io non credo nella fotografia come 'duro lavoro', perché anche se i fotografi che amo di più vengono da Paesi che quell'etica del lavoro la hanno patita, come gli Stati Uniti o il Giappone, è anche vero che loro quell'etica la hanno trascesa, hanno fatto un altro gioco.