sabato 30 agosto 2014

Un metodo pericoloso

"Presenza, presenza, è la prima parola che viene in mente di fronte a un quadro di Bacon".

- Gilles Deleuze


Autoritratto dalla serie 'Imponderabilia'
Ieri sera ho recuperato il film che David Cronenberg ha dedicato a Sabina Spielrein. Inizio col dire che il regista canadese non è un'aquila con le donne. Il personaggio interpretato da Keira Knightley non è sicuramente all'altezza di quelli portati sullo schermo tramite attori come James Spader (Crash) o James Wood (Videodrome), per non parlare del Peter Weller/William Burroughs di Naked Lunch. Sintomatico in quest'ultimo caso il modo con cui viene interpretata la misoginia/omosessualità dello scrittore americano. Decisamente Cronenberg non è un regista da donne, a differenza del mio altro mito cinematografico, David Lynch. Non è un caso che io abbia amato entrambi in maniera complementare. Peccato, però.

Intanto succede che Michael Fassbender, che nel film interpreta l'allora ventinovenne Jung, dica una cosa molto interessante, ovvero che solo un medico ferito può curare. Il concetto di 'medico ferito' è molto simile a quello di sciamano. Ci tengo a precisare che non sono un fan della psicologia. Sono stato in analisi un anno, poi ho lasciato la terapia e il mio analista è diventato mio amico (in realtà ci conoscevamo già da parecchio tempo). Nel mentre, ho letto molti dei testi su cui Giovanni si è formato come professionista, sobillato direttamente da lui. Il concetto dietro questo caldeggiarmi letture di settore stava nel fatto che per Giovanni è il soggetto stesso a sapere, se soffre, di che soffre, e quindi fornirmi strumenti per conoscere una definizione di nevrosi, di psicosi, di schizofrenia, il legame tra psicanalisi e etica, il funzionamento della vita psichica di un individuo, eccetera, fornirmi insomma strumenti di autoanalisi, era un modo per permettermi di guardarmi dentro senza dipendere dall'altro, fosse anche l'altro-che-ti-cura, scusate il neologismo. Non ci sono in giro tanti professionisti che si mettono in gioco in maniera così personale. Il nostro rapporto infatti è andato al di là dell'analisi, sconfinando nel rapporto personale.

Oltre che testi di Jacques Lacan, ho letto anche testi di Jung, per stare in tema, e di Freud. Ma ho letto anche testi di Deleuze, in particolare il suo saggio sul mio amato Francis Bacon, che mi ha aiutato a capire molto bene cosa è una schizofrenia (al punto da rendermi scettico nei confronti dell'utilizzo diagnostico del termine) e il suo saggio su sadismo e masochismo, che corregge proprio Lacan. Per lo psicanalista francese, come ribadisce anche Carmelo Bene che Lacan conosceva bene, l'essere umano è diviso perché ciò di cui parla non è ciò che pensa. Il linguaggio non permette all'individuo di rappresentare, cioè di rendere reale, ciò che lo anima. L'uomo parla sempre d'altro. Per questo spesso Carmelo Bene in scena fa dire ai suoi personaggi 'zitta' o 'taci'. Smettere di parlare, smettere di agire, cioè di muoversi nella rappresentazione, è ciò che permette a un individuo di sviluppare sé stesso. Gli autoritratti di Francis Bacon o la musica di Charlie Parker sono, ecco cosa succede quando si tace, il linguaggio dell'inconscio, diciamo del nostro io più vero. Cosa è il linguaggio dell'inconscio? E' la lingua in cui si esprime il nostro desiderio.

Deleuze fa un passo ulteriore. Tramite l'esperienza della perversione, come nel marchese de Sade, in Leopold Von Sacher Masoch, ma aggiungo io anche in Georges Bataille o in Pierre Klossowski, l'uomo sperimenta che la ferita dell'essere umano non è nella distanza tra io e sua rappresentazione. Questa ferita è precedente. E' proprio l'inconscio a essere doppio, a parlare due lingue. Così se guardiamo bene i quadri di Francis Bacon possiamo vedere e ascoltare. Isterizzazione dell'occhio dice Deleuze. La pittura diventa musica. Oppure l'opposto: il trombettista Bill Dixon dipinge col suo strumento. Il linguaggio del desiderio è sempre doppio. Parla sempre due lingue in una, come i nostri sogni. La vera arte, quella che oggi non esiste più, ha qualcosa di sciamanico. Perché ci mette in contatto con quel punto dove i due rami del nostro desiderio si separano.

Pensate a La Noia di Cédric Kahn, uno dei pochi film da me visti in questi ultimi anni capace di trasmettermi qualcosa. Charles Berling è un insegnante di filosofia che attraversa una forte crisi depressiva dopo essere stato lasciato dalla moglie. Non riesce a capire più cosa vuole. E intreccia una relazione sessuale con la giovanissima Sophie Guillemin. Con lei non riesce a comunicare. Sono troppo distanti. Ma la loro unione continua dal punto di vista sessuale permette a lui, per una serie di vicissitudini, di incontrare quasi fisicamente la morte. E' per questo motivo, in virtù di questo incontro, che in realtà è un rafforzamento, perché la morte, almeno quella del linguaggio, e in una certa misura anche quella dei sentimenti, lui la incontra quasi quotidianamente con la giovane ragazza, che egli può, alla fine, sentire che il suo vero desiderio è di vivere, anche se contro tutto ciò che costituisce la sua vita, cioè la sua separazione.

E' il senso della prosodia bop di Jack Kerouac, della poesia in versi liberi di Allen Ginsberg. Anch'io, con una persona a me molto vicina sentimentalmente e di cui ho scritto in questo blog, ho vissuto una esperienza simile. Come scrivevo un po' di tempo fa, io e lei abbiamo ricordi diversi della nostra relazione. Per lei resto l'uomo che le ha dato di più sul piano sessuale. Per me era la persona con cui ho sperimentato una libertà all'interno di una situazione esistenziale di mancanza di verità, che pian piano ha mangiato i miei sentimenti per lei e per me stesso fino a renderli nulli, iniziandomi a un percorso che è durato un decennio prima che mi riappropriassi di me stesso.

Autoritratto dalla serie 'Imponderabilia'
Ho incontrato molte giovani donne in questo periodo. Una ragazza di ventidue anni che stava perennemente su una carrozzina, ad esempio. Si era buttata dal secondo piano di casa dopo che l'avvocato le aveva comunicato che non avrebbe avuto l'affidamento del figlio. Aveva spesso delle crisi di rabbia, alle quali mi è capitato diverse volte di assistere. Lei mi risuonava dentro. Vederla immobilizzata, sentirla impotente. Ogni volta che stava male le facevo un regalo: dei fiori, un portasigarette. Ogni tanto il suo ex compagno veniva a trovarla. Una volta lui mi ha guardato spaventato, come temendo un giudizio da parte mia.

Un giudizio che io non avevo. Nel senso che vederli per me significava vedere due persone che non avevano strumenti lingustici, lei 'malata', lui 'sano', per comunicare con l'anima come Jack e Neal. Non le ho regalato Sulla Strada perché temevo non avrebbe capito. O forse, chissà. Mi sono anche trovato a pregare, io ateo, per lei. Entrare in una chiesa, come fece Nan Goldin nella chiesa della Madonna di Fatima in Portogallo, e stare di fronte a delle candele o a delle statue di santi, per me significava trovarmi di fronte a uno specchio che non rifletteva nessuna immagine, se non un fondo scuro, l'immagine del mio desiderio di guarire l'altro, impossibilitato dalla mancanza di magia del mondo reale.

O un'altra ragazza un po' più grande che soffriva di schizofrenia, credo. Viveva col suo compagno, ed era ossessionata da quanto poco lui capisse lei e le sue difficoltà. Quando entrava in crisi parlava di sé come se fosse un'altra persona, che la giudicava, che la tormentava. Quando stavo di fronte a lei le parlavo per richiamarla dal mondo in cui si era inabissata, e con successo. La sua psichiatra un giorno mi disse che avrebbe voluto fare quello che facevo io con lei. Non le ho chiesto perché non lo facesse perché conoscevo già la risposta. A lei piaceva avere di sé come terapeuta quell'immagine, ma non aveva la minima intenzione di sporcarsi le mani. Non la animava il desiderio, insomma. Diversamente da me. Perché il desiderio è doppio, e lei di sentirsi doppia non aveva nessuna voglia.

Per molto tempo ragazze come queste sono rimaste sintetizzate per me in Francesca Woodman. Fotografa geniale cui ho dedicato il progetto di cui qui vedete alcuni scatti, Francesca nelle sue fotografie diventa ectoplasma evanescente, desiderio di sparire, di volatilizzarsi, di non esistere più. Volontà di smettere di essere una ragazzina per ascoltare la voce delle proprie antenate, diventare parte di un muro, diventare un'ombra, diventare corteccia di un albero, diventare animale, diventare riflesso di sé in uno specchio, divenire sensuale, in una sola parola. Io sono qui, da questa parte dello specchio che sono le sue fotografie, e assisto impotente allo scempio, per poi trovarmi a cercarla dentro di me, a cercare me, sapendo che non mi troverò perché in quanto vivente sono destinato al divenire, e quindi non posso essere. Ma il suo piccolo grido mi raggiunge, vive in me.

Sabina Spielrein parla, prima di Sigmund Freud, di 'istinto di morte' in un articolo del 1912, intitolato La distruzione come causa della nascita. Nei lavori della Spielrein è spesso presente la figura di Sigfrido, la stessa figura protagonista di un'opera musicale di Wagner. Sigfrido è figlio di un incesto, e destinato a propria volta a un amore incestuoso. Unione del semitico e dell'ariano, l'eroe rappresenta per Sabina il raggiungimento dell'integrità psichica, la riunificazione di sé. “La rappresentazione di morte collegata col desiderio d'incesto non significa però: io muoio perché non voglio fare questo peccato, ma 'io sono morto' significa 'ho raggiunto il mio tanto desiderato ritorno nel mio creatore, io mi dissolvo in esso' … dove regna l'amore muore l'Io, il truce despota”. L'Io è il famoso Moloch di cui parla Ginsberg in Urlo del 1956:

“Moloch la cui mente è pura macchina! Moloch il cui sangue è denaro corrente! Moloch le cui dita son dieci eserciti! Moloch il cui petto è una dinamo cannibale! Moloch il cui orecchio è una tomba fumante! Moloch i cui occhi son mille finestre cieche! Moloch i cui grattacieli si ergono sulle lunghe strade come infiniti Jeovah! Moloch le cui fabbriche sognano e gracchiano nella nebbia! Moloch le cui ciminiere e antenne coronan la città! Moloch il cui amore è petrolio e pietra senza fine! Moloch la cui anima è elettricità e banche! Moloch la cui povertà è lo spettro del genio! Moloch il cui fato è una nube di asessuato idrogeno! Moloch il cui nome è Mente!”

Autoritratto dalla serie
'Imponderabilia'
Sia Freud che Jung furono fortemente influenzati dalla Spielrein e da quel suo scritto, ma in maniera molto diversa. Jung produrrà I simboli di trasformazione, in cui afferma, non diversamente da quanto dicono le teorie tantriche, che la libido non è solo energia sessuale, ma energia psichica. L'inconscio diventa per lo psichiatra svizzero quella porzione della psiche che contiene contenuti che non sono mai stati parte della coscienza: sarebbe stato compito delle esperienze associative effettuate durante la terapia a fornire ai pazienti strumenti per compiere un viaggio dentro sé stessi, per scoprire non tanto chi fossero ma chi fossero destinati a diventare. I simboli derivanti dai sogni o dalle libere associazioni avrebbero avuto proprio questo scopo.

Per Freud, invece, scoprire la pulsione di morte ha significato smettere di parlare di guarigione in psicologia. Per Freud, l'istinto di morte, l'istinto a dissolvere l'io, si sovrappone fino a coincidere con la coazione a ripetere, e la sua conclusione è che i suoi pazienti tendono a ripetere un vissuto particolarmente doloroso per non viverne il senso, il senso di una perdita dolorosa. Come meccanismo ineludibile, la coazione a ripetere nelle situazioni traumatiche impedisce a un soggetto di trascendere la ripetizione stessa ed assimilarne il senso, perchè la ripetizione dà sicurezza. Contro questo concetto di incurabilità ultima si ribellerà Wilhelm Reich, con le sue teorie sulla sessualità repressa che uniscono psicanalisi e marxismo, con cui concordo su una cosa: Freud era borghese, e per liberare i suoi pazienti avrebbe dovuto smettere di crede che la gente non si cambia o che non si può cambiare.

E' un po' quello che penso di quella ragazza sulla sedia a rotelle: come potrà lei amare il suo compagno se lei è malata e lui normale? Se la gente attorno a loro non cambia? Se non costruiscono assieme un nuovo linguaggio per parlare d'amore? Nel centro di supporto psicologico dove lei si reca si limitano a distribuire farmaci, quegli stessi farmaci che, secondo molti che lottano contro le lobby delle medicine, coi loro effetti collaterali, sono causa di molti degli omicidi o suicidi di cui potete sentire spesso parlare dagli schermi delle vostre televisioni durante i notiziari. Per questo non mi fido della psicologia oggi. Perché chi si reca presso il servizio pubblico per parlare di un problema qualsiasi si vedrà comunque rifilare pillole, altro che analisi dei sogni. La gente normale si adatta, crede che sia l'unica cura. Ho visto coi miei occhi anni fa che tra psichiatri e pubblico c'è un braccio di ferro a chi è più vittima l'uno dell'altro. Con la burocrazia, per entrambi, come unica via d'uscita, a rinsaldare un legame d'impotenza. Già. La tanto – a parole – odiata burocrazia.

Non ho mai creduto a tutti quelli che parlano di crisi oggi. Il nostro principale problema non è la crisi economica. Lo ha detto anche Roberto Saviano che con la crisi oggi non c'è nessuna certezza, e che quindi è più facile almeno in linea teorica chiedersi che cosa si vuole da se stessi, perché non ci sono più i cosiddetti lavori sicuri che ti permettono di mantenerti con certezza. Chiunque potrebbe essere o diventare artista e smettere di sognare di fare il commercialista, ad esempio. Ma questo discorso, che Saviano in diverse interviste ha detto voler rivolgere proprio a chi non lo capisce accusandolo di opportunismo, io immagino che virtualmente sia ostacolato da ogni persona che rifiuta di pensare a un concetto come quello di trasformazione di sé, e trova i maggiori nemici proprio presso chi la crisi la subisce. Non ho mai conosciuto pazienti psichiatrici di sinistra io, in provincia di Milano. Nessuno di loro pensa a 'un'altra Europa', e non parlo della lista politica, ma proprio del concetto. Ma non ne trovi nemmeno uno che ascolti un po' di hip hop, ad esempio.

C'è una ragione. Ed è proprio il fantasma della relazione tra la Spielrein e Jung a fermarli. E' la paura di fare transfert. La paura di investire se stessi e i propri più intimi desideri con la volontà di capire se stessi. Gli è stato insegnato, ad esempio attraverso la repressione del G8 di Genova nel 2001, a stare al proprio posto. La gente lo ha capito benissimo, e ora chiunque manifesti pubblicamente il proprio dissenso come all'epoca rischia di passare per black block, detto che i black block spesso erano poliziotti infiltrati, con lo scopo di creare scompiglio perché si passasse alla repressione. La gente comune, per paura, un timore che come passo successivo diventa fascino nei confronti del potere, si è vittimizzata. L'anno scorso ci sono state sommosse popolari in Grecia. Non ce ne sono state in Italia.

Io a differenza di Saviano ho deciso di essere un marginale. Di non lottare per far comprendere alla gente cosa potrebbe diventare se smettesse di avere paura. Perché ho scoperto che la gente ama la paura. La gente ama le proprie paure. Per questo, anche se tra essi annoverano persone che da prima che mi trasferissi a Londra si sono suicidate per i debiti, ostracizzano i malati di mente, i disabili, gli omosessuali, le prostitute, chi è più povero, e nutrono un timore reverenziale per chi ha il potere. Del resto il potere li aiuta, cerca di creare ghetti o situazioni in cui certi tipi di persone non siano visibili. Come le ordinanze comunali contro le prostitute sulla pubblica via – è vero, colpiscono i clienti, ma il discorso non cambia. Da un lato si cerca di battere cassa, dall'altro si invita la gente comune a 'vivere senza pensieri', altrimenti ci sono sempre certi spettri a venire agitati nell'aria assieme ai manganelli.

Autoritratto dalla serie
'Imponderabilia'
Ma la paura più grande è proprio quella di sentimenti come quelli che Jung e la Spielrein hanno provato l'uno nei confronti dell'altra. Per questo sono diverso da Saviano e sogno semmai conversioni di individui, non di masse. Gli uomini e le donne vessati dal potere hanno paura ad innamorarsi di una prostituta, di avvicinare un omosessuale, di un povero che chiede loro l'elemosina. Hanno paura di mescolare i propri rispettivi mondi. Perché sanno che si troverebbero senza un codice linguistico e sociale condiviso. In quella zona grigia potrebbe succedere di tutto, ma temono di dover essere i protagonisti di un qualche accadimento. Per questo, pur essendo di sinistra, non ho fiducia nella massa. Operai e transessuali che lottano per i propri diritti assieme non ce li vedo ancora. Non so se gli operai si fiderebbero. Da quel che ho visto anche alcune agenzie non si fidano, figurarsi quindi. Pertanto, come vedrete tra un po' da un mio servizio fotografico, ho deciso di stare dalla parte di questi ultimi. Perché mi hanno insegnato qualcosa su me stesso, non solo che il potere mi reprime, cosa che sapevo già ricordandomi di come ho vissuto gli anni del mio liceo, ma anche in positivo che la mia sessualità non è binaria ad esempio.

Sabrina Spielrein non ha cercato un medico asettico. Questo significa non essere binari. La psiche è l'anima, e non può essere curata in uno studio. Tanto meno con principi chimici. Solo l'amore è terapeutico, solo i sentimenti ci permettono di avvicinarci a quella parte di noi che abbiamo scacciato perché pensavamo di non poterla vivere, o che nessuno ci ha mai aiutato a vedere. E quando Jung l'ha rifiutata per paura, paura che quel loro amore andasse contro le convenzioni, paura di ricevere una manganellata a Genova, paura di scoprire di amare un essere che non è né uomo né donna, paura di scoprire di amare l'arte come proiezione del proprio Io e non per quello che ci comunica del nostro desiderio di conoscere, lei si è resa conto che voleva continuare ad amarlo. E' diventata lei stessa psicologa, e ha prodotto scritti che hanno influenzato sia il suo vecchio amante che il di lui maestro, perché è andata fino in fondo al proprio bisogno d'amore.

Le giovani ragazze che ho conosciuto in questi anni mi hanno chiesto di avere attenzione per loro, di amarle, di aiutarle. Chi ci stava attorno cercava di farmi capire che con loro avrei perso il mio tempo, anche e sopratutto le persone che avrebbero dovuto 'curarle'. Nello stare loro vicino ho provato tantissimo dolore, per la paura di non poter essere per loro un aiuto reale. Sono stato un 'medico ferito'. Ciò che i loro terapeuti non sono stati. Per questo i miei contatti con loro sono stati utili, hanno prodotto effetti reali; purtroppo, non c'è stato un mondo capace di accoglierle come ho fatto io, e i miei sforzi risultano a rischio di venire vanificati. Questa situazione mi ha fatto provare un forte senso di sfiducia nei confronti della psicologia e anche della gente comune.

E mi ha fatto anche incontrare un mio archetipo, quello di cui parla Jung ne Il fanciullo e la Core: due archetipi (1940-1941). Nella mitologia greca Core o Persefone, figlia della dea Demetra, viene rapita da Ade e solo dopo una lunga ricerca da parte della madre dea delle messi torna in superficie. Essendosi però cibata dei chicchi di melograno offertigli da Ade, Core trascorrerà un terzo del suo anno nel regno sotterraneo di lui, come consorte, per poi tornare sulla superficie. Core per Jung rappresenta l'anima, ovvero quell'archetipo dell'inconscio collettivo, non individuale – non deriva da figure materne, paterne, famigliari, da complessi – e rappresenta le qualità femminili inconsce presenti nella psiche maschile. Jung crede che l'incontro con l'anima rappresenti l'incontro con la propria parte creativa, intuitiva e immaginativa. Queste qualità, una volta che l'anima viene sviluppata, vengono integrate nella coscienza.

La cosa interessante è che per Jung – questo per me è il limite della psicologia in generale – queste figure femminili si incontrano nei sogni, mentre per me l'incontro è avvenuto nel reale. Intendo il termine reale così come lo intende Jacques Lacan, essendo per lui il reale quanto ci accade al di fuori della dimensione simbolica. Queste ragazze mi chiedevano di prendermi cura di loro in qualche modo, anche se io non ero il loro terapeuta, e neppure un loro parente, e per la distanza di età non potevo neppure risultare un loro amico. Ma anche il dolore che provavo per loro era fuori dal simbolico, fuori dal linguaggio: ogni volta che mi relazionavo con loro dovevo letteralmente inventarmi il modo di avvicinarle, e per farlo dovevo seguire il mio cuore.

Adesso le cose sono cambiate, da un po'. Mi capita spesso di relazionarmi con mie colleghe più giovani di me o con modelle, anche solo discutendo di aspetti tecnici del nostro comune lavoro. Non ho ancora programmato di fotografare una ragazza giovane, per ora ho un mio amico di dieci anni più grande di me in calendario – si deve riprendere da un piccolo incidente, ma a breve ci incontreremo – e ho sviluppato ancora poche immagini relativamente a quello che vorrei fare con loro. Ma mi è capitato di discutere con persone che si mettono da entrambi i lati della macchina fotografica ed ho avuto piacevoli sorprese.

Autoritratto dalla serie 'Imponderabilia'
Non so se vorrei avere anche una relazione personale, intima, affettiva, con una ragazza più giovane di me dato che l'ho già avuta in passato. So per certo che le mie amiche della mia età restano per me amiche, non mi smuovono dentro sensazioni o storie così importanti al punto da farmi sbilanciare. Ma se una ragazza di dieci o quindici anni più giovane mi chiedesse di andare a letto con lei, non so se risponderei affermativamente, se lo accetterei. Da un lato, ho la sensazione che quello che trovo in loro va ben oltre una semplice relazione. Penso che una figura femminile da me incontrata durante una rappresentazione teatrale, una donna degli anni Settanta che chiedeva al proprio uomo amore e rivoluzione, sia quella che esemplifica al meglio i sentimenti che queste persone reali mi suscitano.

Quindi da un lato c'è l'amore, che non può essere una cosa che si prende solo sotto l'aspetto di metafora. Dev'essere amore reale. Dall'altra parte c'è però anche l'aspetto metaforico. C'è l'amore e c'è la rivoluzione. Oggi come artisti abbiamo imparato fin troppo bene che la rivoluzione ce la dobbiamo tenere bene dentro. Che non dobbiamo rompere i coglioni. Prima di abbandonare il mondo della critica, un amico musicista mi aveva detto che la musica oggi invita ad ascoltarsi dentro. Sono stanco di questo. Con il materiale umano di cui tratta questo post, potrei essere stanco di godere. Perché l'ho fatto in passato, ma anche perché non voglio che poi ci si chiuda nel nostro orto intimo, senza guardare e modificare il mondo che sta fuori di noi. Anche a rischio di farsi male.


Poi però mi rimane il dubbio. E' l'amore, oggi, un modo per rinchiudersi, costruirsi la propria isola felice e non pensare al resto del mondo che va a rotoli, illudendosi che il disordine mondiale non ci tocchi, e quindi una irrazionale chiusura, oppure esso può ancora essere una forza rivoluzionaria che irradia il mondo con la propria luce mostrando, almeno, la strada per poter operare un cambiamento? Questo è il lascito delle mie esperienze passate, e nello stesso tempo la domanda a partire dalla quale muove il mio futuro, come artista e come essere umano. La lingua del mio inconscio, forse, è ancora doppia. Ma ha una unica origine.  



lunedì 25 agosto 2014

Sesso e prostituzione

"La tua intera esistenza è una storia sessuale"

Osho


Foto scattata il giugno 2013
Sto ascoltando Charlie Parker e leggendo Ginsberg in questa estate che volge al tramonto – avrete qualche sorpresa tra un po' su questo blog - mentre qualche mio amico è in vacanza – Annalisa ha visto Auschwitz e mi ha raccontato le sue impressioni – e sto ancora cercando un editore per il mio progetto sulla transessualità. Mi è capitato di iniziare a interrogarmi sulla prostituzione, vorrei fare delle fotografie in questo ambito perché se ne parla poco e sopratutto si chiede troppo poco alle dirette (o ai diretti) interessati di esprimere il loro parere sull'argomento. Non sarà facile, perché le dirette (o diretti) interessati hanno poca voglia di farsi immortalare, perché la stampa spesso cerca lo scandalo e non si pone l'obiettivo di informare, perché camminare per la strada alla ricerca di materiale umano potrebbe significare per me incontrare il coltello di un protettore o una ragazza che mi denuncia perché mi ritiene persona sospetta, corpo estraneo, punto interrogativo da cui difendersi perché sulla strada non è detto che ci sia il tempo per pensare – magari come riflesso di qualche ordinanza comunale particolarmente severa. Inconvenienti del mestiere che dovrò affrontare, come ha fatto un mio collega portoghese che ha pubblicato un progetto interessante, mentre per ora mi guardo intorno per capire bene che ottica applicare per un mio eventuale lavoro futuro sull'argomento.

L'Italia è un Paese ancora troppo benpensante, bigotto e troppo poco attento ai (propri) diritti per informarsi e divulgare opinioni di un certo livello sull'argomento, ma ci sono delle cose che si stanno muovendo. Mentre intervistavo e fotografavo i miei nuovi amici e le mie nuove amiche trans – abbiate pazienza per vedere i risultati – ho iniziato a frequentare incontri e conferenze dedicati agli addetti, e ho iniziato a pormi un po' di domande. Per non seguire pedissequamente il sentito dire, come i tentativi di introdurre leggi neoregolamentariste sulla falsariga di certe richieste leghiste, che stanno più dalla parte del battere cassa che non del fornire diritti e certezze agli individui coinvolti. Per capire cosa è questo desiderio e come viene messo in gioco, mia vecchia domanda che ritorna un po' in tutti gli ambiti dei miei lavori, anche quando sono per strada con la macchina fotografica – a voi non sembrerà, o suonerà strano, ma è così - o sul divano di casa con i miei taccuini e la mia matita, e i miei libri di poesia – ve lo dicevo che tra un po' avrete delle sorprese.

Intanto c'è il dibattito sulla legge Merlin. Il 18 giugno ho partecipato a un incontro organizzato dalla Caritas Ambrosiana intitolato 'Tratta e prostituzione: la legge Merlin ieri e oggi'. Da quanto hanno comunicato i relatori, una assistente di ricerca presso il dipartimento di sociologia di una università italiana, un docente di storia contemporanea presso un'altra università italiana, e un docente di sociologia dei diritti umani presso un'altra università italiana, c'è un netto peggioramento delle condizioni di vita di chi si prostituisce, oggi. C'è più povertà, più disagio psichico, più abuso di alcool e droga, più dipendenza dal gioco. Chi si occupa di prostituzione in Italia nel 2014 incontra anche tutto questo. E' cresciuta la domanda. Un terzo degli italiani maschi usufruisce dei servizi delle o dei sex workers. C'è una forte connessione tra la tratta e le richieste di asilo, sopratutto per quanto riguarda la rotta Maghreb-Sicilia, ma le modifiche alla legislazione attuale più recenti hanno portato a un indebolimento della tutela legale in caso di denuncia di sfruttamento della prostituzione. C'è inoltre una zona grigia piuttosto ampia che sta a cavallo tra sfruttamento e volontarismo che non viene messa in rilievo dagli interventi politici.

Per quanto riguarda le proposte di revisione della legge Merlin, ho notato che gli operatori sociali sono tutti molto a favore del mantenere la legge attuale. Ci sono dei motivi. Vi spiegherò poi cosa ne penso io, anche se ho accennato al modello neozelandese qualche post fa. Intanto, chi opera nel sociale, avvocati compresi, è favorevole alla legge Merlin in virtù di quello che c'era prima. Il Regolamento Cavour del 1860 intanto prevedeva una schedatura perpetua delle prostitute, motivo di emarginazione sociale, e una visita medica obbligatoria fatta spesso con strumenti di dubbia sicurezza per le prostitute dal punto di vista sanitario. Il tutto per mantenere efficiente la macchina economica del bordello, che qui in Italia ha radici antiche di cui vi riferirò. Secondo il regolamento Nicotra del 1891 le donne che rifiutavano le visite mediche erano considerate infette d'ufficio. Nessun controllo era previsto invece, contro ogni senso logico, per i loro clienti. Il desiderio maschile era legittimato in pieno. La mascolinità, secondo i vecchi precetti legislativi, aveva un doppio statuto, che si basava sull'idea di un essere umano dal corpo impuro e dall'anima pura. La prostituzione e il suo mercato avevano la funzione di e traevano legittimità dall'esorcizzazione del desiderio maschile. Il corpo della donna era sempre visto come pericoloso, con un dibattito al riguardo dominato dalle tesi lombrosiane (cfr. il testo di Cesare Lombroso “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale” del 1893), al punto che l'ossessione del contagio della malattia si confonde con quella del contagio del vizio, proprio perché legato a doppio filo al 'fantasma' (lo dico in senso lacaniano) del desiderio maschile, di cui era cartina da tornasole. Con le leggi volute dai governi della prima unità d'Italia, il corpo della prostituta era di proprietà pubblica, e le prostitute vivevano una vita a parte, erano ispezionabili da funzionari appositi se queste le incontravano per la strada, ed erano escluse dalla vita sociale. Per questo motivo chi lavora con associazioni che si occupano di tratta e di prostituzione oggi non vede di buon occhio l'abolizione della legge Merlin e il ritorno ai bordelli di Stato, macchine da soldi disumane strutturate in modo da 'contenere' fantasmi e credenze che, con un ritorno alla legalizzazione della prostituzione, potrebbero ridiventare gli unici contenitori all'interno dei quali inserire corpi e anime. Al di là della preoccupazione per le casse dello Stato in tempo di crisi, non credo neppure io che ci guadagneremmo.

Eppure. Eppure mi torna sempre strano quando in un dibattito non si nominano i diretti interessanti o le dirette interessate. Possibile che nessuno chieda alle prostitute che cosa pensano di tutto questo dibattito? Possibile che siano sempre elementi esterni, per quanto dotati di un loro interessante sapere, a parlare al posto delle donne e dei loro corpi? Mi sono quindi messo a cercare, e ho così scoperto che in varie parti del mondo esistono associazioni o comitati composti da sex workers, che si occupano da decenni dei diritti delle loro iscritte e dei loro iscritti (perché non se ne parla ma esiste anche una prostituzione maschile: io un ex escort nelle mie divagazioni fotografiche lo ho incontrato). Intanto, nell'ormai lontano 1975 c'era stata la protesta di Lione, durante la quale un gruppo di prostitute occupò la chiesa di Saint Nizer per denunciare il trattamento discriminatorio e violento della polizia e delle autorità pubbliche in genere. Poi qui da noi in Italia esiste, dal 1982, il Comitato per i diritti civili delle prostitute, fondato dalle ex lavoratrici di strada di Pordenone Pia Covre e Carla Corso, che produsse un documento intitolato 'Le prostitute rivendicano il diritto all'esistenza' e denunciano ancora oggi discriminazioni istituzionali e pregiudizi subite dalle sex workers italiane. Qui da noi una prostituta è facilmente screditabile se cerca di denunciare sfruttamento, né ha difesa contrattuale contro i clienti perché il contratto di prostituzione non è legittimo. E questa è solo la punta dell'iceberg. Potete recuperare documenti prodotti dal Comitato all'indirizzo internet www.lucciole.org, cosa che vi consiglio caldamente di fare perché il materiale lì riprodotto è molto interessante.

Un altro strumento da acquisire per iniziare a intavolare un dibattito serio e intelligente sull'argomento prostituzione è il libro di Giulia Garofalo Geymonat “Vendere e comprare sesso”, pubblicato a marzo di quest'anno dalla casa editrice Il Mulino. Voglio parlarvene perché mi ha illuminato e aiutato a capire molte cose. Non vi sembri strano di trovare la 'recensione' di un libro nel mio blog, che è uno strumento che offro a chi voglia capire meglio il senso del mio lavoro e del mio percorso umano, e dove quindi è naturale che confluisca tutto ciò che entra a farne parte. Innanzitutto è fondamentale capire che cosa è questo sesso che si vende o si compra, e da questo punto di vista il libro della Geymonat è molto chiaro: 'il cliente' delle centinaia di migliaia di sex workers presenti in Italia, ad esempio, 'paga non solo, e non tanto, per il sesso nel suo senso più ristretto, ma per prendere parte a una performance più o meno sofisticata, condotta da una persona che sa farlo sentire “vivo”, sia discutendo, ballando o cenando, sorridendo o umiliandolo, ascoltandolo o toccandolo'. Eppure tutti e tutte le sex workers sono passibili di uno stigma sociale, che nel caso degli uomini è meno forte che nel caso delle donne (viviamo in società che si sono sviluppate a partire da schemi patriarcali come ci ha fatto capire più di un secolo fa Friederich Engels) e che raddoppia quando chi vende sesso è uomo gay, donna lesbica o persona trans.

Lo stigma, la doppia vita e il senso di vergogna favoriscono abusi e discriminazioni sul luogo di lavoro, negli ospedali, da parte della polizia, nei tribunali, da potenziali clienti o da gente qualunque. Lo stigma dovrebbe farci ragionare su come funzionano i nostri sistemi di valori nei confronti delle categorie che avete appena visto snocciolati sotto i vostri occhi nelle righe precedenti, e quindi la prostituzione è un fenomeno che varrebbe la pena approfondire per capire meglio la società in cui viviamo. L'insulto di 'puttana' funziona anche con le donne che non vendono sesso, cosa che ci segnala che la prostituzione è considerata una delle trasgressioni femminili per eccellenza e quanto è legata ai rapporti di genere, in particolare ai rapporti di potere tra donne e uomini. Chi detiene veramente il potere tra prostituta e cliente? Le scienze sociali ci dimostrano che il modo in cui viviamo i rapporti intimi non è separato dalle relazioni economiche e di potere in cui siamo immersi. La prostituzione ci ricorda che esiste una disuguaglianza materiale fra uomini e donne, e che le donne hanno sviluppato una sessualità a vantaggio degli uomini, 'di servizio'. Come ci spiega anche l'etnologa Paola Tabet nel suo “La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico” (Rubbettino, 2005), la prostituzione è solo una delle forme di un continuum di scambi sessuo-economici che svela molto, a volte troppo, delle persone e del 'sistema'.

La prostituzione esiste perché esistono le diseguaglianze strutturali tra gli uomini e le donne. In Europa sempre più le persone 'etnicizzate' (socialmente inferiori su pretesto di appartenenza etnica), migranti e LGBT hanno sviluppato, come le donne, questa sessualità 'di servizio'. Quella su chi, tra prostituta e cliente, detiene il potere, è una domanda che rimane aperta. Sarebbe interessante trovare volta per volta delle risposte, perché in questo modo capiremmo molte cose del mondo in cui viviamo. Queste sono le premesse del libro della Geymonat, che inizia a tracciare le coordinate del 'boom' del sesso a pagamento a partire dal Medio Evo, quando con il boom delle città 'borghesi' poteri politici, militari e Chiesa entrano a piene mani nel business regolamentando corpi e anime, fino alle diverse forme di regolamentazione della prostituzione presenti nel nostro mondo contemporaneo. E' proprio nell'epoca della Divina Commedia che si sperimentano veri e propri quartieri a luci rosse e bordelli pubblici. Le sex workers da un lato sono controllate, represse e isolate, dall'altro, contradditoriamente, se ne trae il maggior guadagno possibile. Quartieri e bordelli si trovano non di rado su territori di proprietà della Chiesa, cui le prostitute devono pagare affitti e imposte. Il pensiero del teologo scolastico Tommaso d'Aquino rappresenta al meglio questa doppiezza, parlando della prostituzione come di un peccato che però serve ad evitare altri peccati. Questa visione viene rinnovata con l'Ottocento, dopo un periodo di proibizionismo dettato dalla paura del contagio da malattie infettive. Per il regolamentarismo classico infatti, i clienti sono normali cittadini che ricercano la soddisfazione di naturali istinti sessuali, mentre le prostitute sono devianti e pericolose portatrici di vizio.

Foto scattata il giugno 2013
Quattro sono i modelli di regolamentazione del lavoro sessuale presenti nel mondo contemporaneo. La criminalizzazione, o linea proibizionista, è quella di paesi come gli USA, Russia, Cina, Romania e Serbia. Qui sono criminalizzate sia le prostitute che i clienti, mentre in paesi come la Svezia, la Norvegia e l'Irlanda vengono puniti e perseguiti solo i clienti ('neoproibizionismo'). La legalizzazione è un fenomeno che vede coinvolti paesi come la Turchia, la Grecia, la Germania, l'Olanda, la Svizzera e l'Australia. L'abolizione della prostituzione, ovvero il divieto dello sfruttamento ma non della prostituzione per sé, se adulta e consenziente, è la linea di paesi come l'Italia, la Spagna, la Gran Bretagna, il Portogallo, il Belgio, la Danimarca e almeno finora la Francia. Infine è almeno secondo me il modello più interessante quello attuato dalla Nuova Zelanda, un modello di decriminalizzazione dove non c'è nessuna legge speciale per la prostituzione adulta e consenziente, e una sua quasi completa equiparazione a qualsiasi altra attività economica. All'equiparazione si aggiungono regole volte a minimizzare gli eventuali danni legati a salute, sicurezza e vulnerabilità. Il Prostitution Reform Act del 2003 ha fatto sì che in pochi anni i sex workers si sentissero più a proprio agio nel dire di no ai propri clienti e nel denunciarli in caso di abuso, con un potere contrattuale sicuramente più alto che nei paesi neoregolamentaristi dove la burocratizzazione della gestione dell'industria sessuale non riesce a seguire gli sviluppi veloci e complessi di questo tipo di settore. Un altro problema evidenziato nei Paesi regolamentaristi è il fatto che chi lavora saltuariamente in questo tipo di industria preferisce una situazione informale, e sopratutto che le sex workers prive di cittadinanza europea sono obbligate a lavorare nel sommerso, cosa che personalmente ritengo senza senso, dato che si sta parlando di più della metà della forza lavoro. Chi in Germania, Olanda, Austria e Svizzera ha un permesso di soggiorno, rischia di perderlo se si mette a lavorare nell'industria del sesso. Pensate alla ricattabilità di una donna straniera vittima di tratta. Il modello neozelandese, con l'aggiunta di un permesso di soggiorno per chi lavora anche come sex worker, potrebbe essere forse quello più interessante in assoluto. Rendere permessa la prostituzione in ogni luogo, al chiuso o in strada, per evitare di rendere i sex workers più vulnerabili – se per strada la prostituzione è vietata non ho tempo di scegliere al meglio i clienti – penso sia la soluzione, alla luce di quanto stiamo discutendo qui, più intelligente. Collaborare con le organizzazioni di sex workers per adottare approcci più conformi ai loro diritti, anche.

Se qualcuno dei miei lettori pensa che sia scandaloso mostrare carne in vendita lungo una strada illuminata a giorno, lo invito caldamente a riflettere cosa c'è sull'altro piatto della bilancia, ovvero il rischio di rendere i sex workers meno sicuri. Qui in Italia ad esempio più sex workers non possono lavorare assieme, ed isolarli in questo modo significa porli in un regime di concorrenza 'esistenziale' dove, oltre a dover indossare una maschera per proteggere i propri affari, diventa anche difficile comunicare coi 'colleghi' anche solo per segnalare un cliente che offre più soldi in caso di sesso senza protezione, figurarsi poi nei casi in cui si possono configurare abusi. Molto meglio rischiare di dover spiegare al proprio ignaro giovane figliolo non solo o non tanto cosa è il sesso a pagamento, ma anche che nel 2014 esistono comunque situazioni o zone grigie dove si possono consumare ingiustizie e che il nostro ruolo di uomini e donne dal punto di vista sociale è ancora influenzato da gerarchie e concezioni, pregiudizi e pratiche dove il ruolo di certi condizionamenti si fa ancora pesante. Penso che nessun adulto possa esimersi da un'opera di educazione attiva o almeno di riflessione, da questo punto di vista, anziché scandalizzarsi.

Qualche parola infine su Giulia Garofalo Geymonat, autrice del saggio e che, dal 2012, lavora all'Università di Lund (Svezia): nel corso della sua carriera ha pubblicato saggi su temi quali sfruttamento, violenza e resistenza organizzata nella sfera della sessualità e del sesso commerciale, con particolare attenzione all'impatto delle politiche di genere, della migrazione e della disabilità. I suoi lavori, dati anche i suoi studi di economia (Bologna) e gender studies (Utrecht) sono ispirati alle tradizioni femministe e ai queer studies. Attualmente si occupa di servizi legati alla sessualità per persone disabili e di metodi etnografici per comprendere i processi di professionalizzazione relativi all'assistenza sessuale in Europa, altro tema interessante dato che potrebbe sicuramente suscitare dibattiti. Proprio qualche giorno fa ne parlavo con una amica di Annalisa, che sta studiando per diventare educatrice, e che mi diceva di essere contraria a questo tipo di assistenza in quanto i disabili, secondo lei, hanno bisogno di affetto e di un diritto a vivere la propria affettività, e non di un facilitatore in ambito sessuale; alla mia provocazione sul fatto che ci sono persone che da quando hanno scoperto questa professione hanno sentito un richiamo molto forte verso questo tipo di lavoro mi ha suggerito che 'esistono persone che hanno anche un forte richiamo al masochismo', dicendomi inoltre che 'una donna che fa sesso dona un pezzo della sua anima, e l'anima non si può vendere o contrattare'. Leggevo che Osho, quando parla del sesso tantrico, afferma che nel sesso l'uomo e la donna sperimentano la morte dell'io, non tanto il donarsi un'anima, ma parlando con altre donne ho scoperto che esistono ancora uomini per cui un'avventura sessuale significa potere, affermare la propria capacità di conquista. Sarebbe interessante che il dibattito rimanesse aperto, dunque, su cosa è veramente il sesso, cosa è veramente il desiderio, e come questi temi si intrecciano con ciò che siamo, anche per scoprire se il mondo in cui viviamo ci ha influenzato insegnandoci falsità su noi stessi e su quello che siamo. Partire proprio dalla sessualità potrebbe essere molto interessante. Qualcuno ricorda i saggi di Michel Foucault sulle 'tecnologie del sé'?




venerdì 15 agosto 2014

Corpi e Teatro

“Col teatro non si scherza, in quanto lo scherzo è adulto e il gioco è infantile”

- Carmelo Bene


Il mio primo incontro col teatro è avvenuto quando avevo circa diciannove anni. Ricordo ancora l'Out Off dell'epoca. Piccolino. Sotterraneo. Un buco scavato sotto terra. Lì ho visto Adriana Innocenti recitare la bellissima Erodiade di Giovanni Testori. Adriana Innocenti, quando io ero post adolescente, assomigliava tantissimo a mia mamma. Mia mamma è sempre stata una donna d'acciaio. Anche quando ero piccolino e si guardava assieme un film e c'era una scena d'amore, lei scherzava sempre per via di quegli incroci di sguardi. Non le piacevano i sentimentalismi.

Non credo le piacessero nemmeno i sentimenti. Non fraintendetemi, non è che mia madre fosse fredda emotivamente. Anzi. Ma era fredda come donna, in quanto donna. Non mi ricordo ad esempio di averle mai visto scambiare un bacio o un abbraccio col mio papà. Tra l'altro io sono sempre stato un ragazzo molto sensuale. Da piccolo, a sette o otto anni, chiedevo spesso ai miei di raccontarmi come ero nato, perché sentivo strano dai loro fantasiosi racconti che il sesso non c'entrasse nulla. Mi sentivo quindi circondato da pezzi di legno, attenzione, non intendo persone incapaci di godere, ma persone incapaci di darsi, o di perdersi.

Immaginate quindi la mia sorpresa nel vedere il doppleganger di mia madre su un palco, io in terza fila, quel tardo pomeriggio, che bestemmiava dio nella sua abbondante carne per averle tolto Jokanaan, il Battista, al punto da trasformare il palazzo del potere di Gerusalemme, per una notte, in un pozzo senza fondo, buttando la figlia Salomé nelle braccia del secondo marito per poter avere, del Battista salmodiante, la testa, e lanciare verso il cielo quel suo grido disperato. Ho capito immediatamente il significato della parola osceno, perché quelle passioni forti erano incarnate da una figura che me ne ricordava un'altra, a me vicina, che pareva di tutt'altra pasta ma che con essa si fondeva quasi in un'unica carne, nella mia fantasia.

Ho capito immediatamente il significato della parola incesto, perché vidi quello che nessun figlio ha quasi mai il privilegio di vedere, la donna che gli ha donato la vita smembrata da una passione lacerante che la porta a investire il mondo, la propria individualità e anche la dimensione trascendente con un urlo sordo, un misto di disperazione e preghiera. Ho capito immediatamente il significato della parola catarsi, perché improvvisamente sotto ai miei occhi il velo della quotidianità si è frantumato lasciandomi intravedere una realtà più profonda e reale sotto le vesti composte della banalità del quotidiano. Per quello anni dopo, ad esempio, vedendo una mostra di quadri di Francis Bacon, me ne innamorai alla follia. Alla follia. Sopratutto dei suoi ritratti, quei volti attraversati da sensazioni.

Avevo circa vent'anni e stavo iniziando a esplorare l'ombra. Anzi, è stata lei a esplorare me, privilegio dato a pochi. Ho letto tutto di Giovanni Testori. Giravo per le librerie alla ricerca dei suoi testi teatrali, già un po' rari, ma se insistevi. Ero un carbonaro felice. Avevo trovato l'altra metà della luna. Quella del Caligola di Camus. Avevo un segreto da custodire. Che i miei amici, quelli con cui andavo a fare le gare di mountain bike o con cui andavo a vedere l'alba a 1385 metri di altezza non potevano capire, visto che già non comprendevano il senso di quelle chitarre elettriche che uscivano dalle mie cuffie, figurarsi se avessero potuto capire il senso del dionisiaco come lo intendeva Nietzsche.

Ricordo ancora quando un anno dopo lessi Petrolio di Pier Paolo Pasolini. Quelle frasi caustiche sugli uomini di Stato, quello che lui chiamava nelle interviste 'lo Stato fascista italiano'. Frasi come: 'il potere vale bene un paio di coglioni', a proposito di un uomo politico che dopo aver scoperto la propria omosessualità fissa un appuntamento in una clinica per farsi castrare. E' lì che, percependo il senso profondo di quello che diceva Pasolini, sono diventato nemico del potere, il che spesso ha significato nemico degli uomini. Degli individui di sesso maschile. Non sempre, ma non ho mai trovato in un uomo la stessa capacità di andare a fondo di certe donne che ho conosciuto.

Giovanni, un mio amico più grande di me di vent'anni, una volta mi ha detto: 'ma io mi sono già perso per una donna. Ho già dato. Non posso più fare certe esperienze come quando avevo vent'anni'. Come se fare esperienze significasse avere in un angolo dello studio un album con le fotografie delle esperienze estreme. Oppure, quando gli ho detto di approfondire la sua omosessualità perché sta portando, proprio in questi giorni, un testo di Jean Genet sul palcoscenico: 'ma tu attraversi l'omosessualità intellettualmente, a me con gli uomini non mi tira, c'è un punto di non identificazione'. Paraculo il tipo, non trovate? Scherzo, gli voglio bene, anche se ha un po' troppi limiti per me questa sua posizione. Io quando ho letto Querelle mi sono sentito omosessuale, ho capito in me come si gode con un uomo, e come si può vedere la realtà da quella posizione. Così, senza scandalo e senza lode. Secco.

Non vi sembri strano che io abbia coltivato in questo modo la cultura. Per dirvene una, tanti tanti anni fa ho iniziato a studiare inglese con una mia ragazza, di cui vi ho già raccontato. Lei parlava quattro lingue, e aveva deciso di insegnarmi quella d'albione facendomi leggere i capitoli del Piccolo Principe di Saint Exupery tradotti in quella lingua. Quindi, mentre la maggior parte degli italiani è analfabeta o intellettuale, mai visceralmente innamorati della cultura, io mi sono sempre trovato in mezzo a questo mix di libri, testi teatrali, quadri, musica, e amore, o per lo meno persone. Dietro ogni libro, dietro ogni copertina di un disco che ho in casa, c'è una faccia. E viceversa.

Separare queste due dimensioni mi farebbe pensare a un non vivere. L'uomo è così poco, e desidera così tanto. Inventa le religioni per paura della morte e i campi di sterminio per farci morire altri uomini al posto suo, illudendosi che a lui non toccherà. Sempre come dice il mio amico Giovanni, che lo riconosce, l'arte ci restituisce la nostra doppiezza, il nostro fare ombra, come a me ha restituito mia madre trasfigurandola e anni dopo ha permesso a una mia compagna di insegnarmi qualcosa che le apparteneva fino a che non è diventato mio. Ho letto tutte le opere di Sarah Kane in inglese, oltre ad aver vissuto a Londra per sei mesi.

Quando ho conosciuto Annalisa, lei mi ha chiesto di andare a vederla a teatro per farle delle fotografie. Io le ho chiesto di mandarmi il testo del suo spettacolo, che tra l'altro lei si è scritto da sola. Ho fatto la conoscenza del suo doppio Daurine, questa ragazza con la madre prostituta che quasi è morta sotto i suoi occhi di violenze maschili, e che per questo ha sviluppato nei confronti degli uomini sentimenti molto particolari. Quelli che ho fissato con la mia macchina fotografica, come vedete dalle due foto di lei che corredano questo articolo. Ho fotografato anche Giovanni nel suo primo spettacolo, in cui lui e altri amici che ho conosciuto di persona hanno interpretato i sensi che costituiscono la fonte di conoscenza dell'essere umano.

Con Annalisa ho rallentato i ritmi del suo spettacolo, molto concitato in scena, servendomi di esposizioni lente. Ho colto i suoi spasmi, il suo sdoppiarsi, i moti intimi del suo cuore. Mi hanno preparato le mie frequentazioni teatrali, la mia capacità di darmi in pasto. Annalisa è anche una mia amica, e con lei mi capita spesso di dialogare in un modo che mi porta a sentire le mie viscere, a arrivare all'essenza di me stesso. Mi ha detto che sono uno dei pochi uomini a aver visto Daurine, invece che La Mala, nel suo personaggio.

Quasi tutti gli uomini che hanno visto il suo spettacolo hanno percepito la donna fatale e violenta, io sarei uno dei pochi ad aver visto quella fragile, a quanto mi dice lei. Per me la chiave è stata quella canzone in cui canta 'C'è un punto che mi chiama / Sa di sangue ma mi ama'. Quel punto chiama anche me. Con lo spettacolo messo in piedi da Giovanni è stato diverso. Ho giocato con la mia lente manuale le sue prospettive. Coi volti e i corpi. Mi è piaciuto il fatto che i sensi avessero una loro memoria. Mi ha ricordato Proust.

“Pasolini conosceva - di più, ne era specialista - un segreto che noi intravedemmo solo grazie al femminismo: il segreto dei corpi. Che noi non abbiamo, ma siamo un corpo. Che quando facciamo l'amore, mangiamo, giochiamo a pallone, pensiamo pensieri e scriviamo poesie e articoli di giornale, è il nostro corpo che lo fa. Pasolini riconosceva il proprio corpo, e dunque quelli degli altri. Sapeva che esistono i popoli, le nazioni, le classi, le generazioni, e una quantità di altri vasti ingredienti della vicenda sociale, ma li guardava al dettaglio nel modo di camminare e di pettinarsi, di urtarsi per gioco o di ghignare per minaccia. Si sentiva in dovere di essere marxista, ma il suo era un marxismo delle fisionomie, dei gesti, dei comportamenti e dei dialetti.” (Adriano Sofri)








mercoledì 13 agosto 2014

Fotografie notturne

“Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste e nulla più”

- Oscar Wilde


Ho girato a piedi sulle statali e in piccoli paesi per due mesi questo inverno, di notte. Qualche volta pioveva, qualche volta c'era la nebbia. Volevo sperimentare la fotografia notturna, volevo fare qualcosa di intimo. Mi sono studiato un manuale di fotografia notturna che ho trovato su internet, in inglese. L'avevo tradotto in italiano, ne ho spedito una copia a una mia amica che fa fotografia come me ma che è un po' più giovane, e che aveva paura di non avere le lenti giuste per sperimentare.

Di certo non ero io nelle condizioni migliori. Ho obiettivi che non sono molto luminosi, il mio 18-35 mm d'ordinanza arriva al massimo a f/3.5, mentre il mio 70-210 mm manuale parte da f/4. Inoltre quando vedevo gli esempi di fotografia notturna, le stelle che con le esposizioni lunghe lasciano le scie, o i posti abbandonati con relitti e carcasse di auto o edifici, quel tipo di romanticismo insomma, sentivo che non facevano per me.

Avevo ripreso a studiare i miei libri di lamaismo tibetano. Avevo smesso circa un paio di anni prima di andare al Ghe Pel Ling dopo che ci avevano parlato di un esercizio di meditazione in cui devi immaginare che il tuo corpo venga lacerato dalle intemperie, sbattuto dai venti, ferito a morte da dei nemici. E in tutto questo devi rimanere impassibile, perché si tratta di un esercizio che ti distacca dal tuo ego. In quel preciso momento, una parte di me ha detto 'no'.

Già non ero molto convinto di quanto il buddhismo diceva dell'erotismo, che ti fa attaccare cioè a cose materiali e quindi passeggere. Credo come i surrealisti che la sessualità, il desiderio, se non si limitano al fare un gran bel botto, ci possono insegnare molto su di noi. Così come non sono molto d'accordo con Osho quando afferma che tentare di cambiare il mondo visto che siamo solo di passaggio è un modo comodo per non pensare a cambiare noi stessi.

Bisogna trovare un equilibrio tra le due cose, tra le esigenze spirituali e quello che il mondo ci mette sotto i denti tutti i giorni. Bisogna lottare contro gli uomini che gettano l'acido in faccia alle ragazze che rifiutano le loro proposte di matrimonio in India, così come bisogna dire di no a chi deturpa il nostro paesaggio in nome degli interessi mafiosi legati all'alta velocità. Così come io non ho intenzione di rinunciare ai miei sentimenti per una donna, per paura di eventuali processi di trasformazione che questo tipo di situazioni può innescarmi dentro. Ci si può mentire in nome della spiritualità. Sopratutto in occidente.

Per un qualche motivo, ho sentito con forza un forte sentimento nichilista dentro al buddhismo questo inverno, e ho trovato un forte sentimento nichilista negli spazi che sono uscito, di notte, a fotografare. Sono spazi che non hanno nessun appeal. Fondamentalmente non c'è nulla che vorresti portarti a casa, ricordare. E allora anche fotografare un muro o una strada diventa un processo legato alla sensazione, come i quadri che faceva Francis Bacon.

E' strano fotografare senza appigli alla composizione, ma è quello che mi è successo qui. Tutto è troppo grande o troppo piatto per stare nell'inquadratura della macchina fotografica. E tutto è molto semplice. Le chiese sembrano chiese, non opere di architettura. Detto da uno che trova banale anche il duomo di Milano, perché ne ha viste troppe riproduzioni. E' tutto molto essenziale. Al punto che l'essenza diventa invisibilità. E quindi fomenta l'immaginazione, come in Tideland di Terry Gilliam.

Ma non si tratta di lavorare di fantasia, si tratta proprio di dare sostanza a delle sensazioni, e qui ti rendi conto di come quello che una volta sarebbe stato chiamato il lavoro in camera oscura, ovvero la post produzione, è essenziale tanto quanto fare gli scatti giusti. Difficoltà: oltre agli ambienti così scarni ed essenziali, alle strade così strette, il fatto che in fotografia notturna si debba per forza usare un cavalletto. Questo toglie molto al mio modo di lavorare, che è basato sull'immediatezza.

Costruire la scena, pensarla così tanto, è una cosa che non ho mai fatto prima. Di solito puntavo e scattavo, lasciando che la scena venisse fuori dal mio contatto col mondo esterno. Lasciavo che lo spazio performasse. Alcuni direbbero: andavo a istinto. Dopo essermici allenato due anni, scattando ovunque e sfogliando i miei cataloghi preferiti forsennatamente per un confronto. Qui invece devo aprire le gambe del cavalletto – così, oscenamente, posizionarlo, avvitarci sopra la macchina e poi, siccome il mio cavalletto anche se scatto col telecomando ogni tanto qualche mosso lo prende, fare due o più scatti per scena in modo da essere sicuro che almeno uno sia quello giusto. Qualche volta, rivisti gli scatti il giorno dopo, dovevo tornare indietro e prendere altre immagini.

L'altro, forte limite, è che se di notte scattavo con la mia macchina fotografica digitale, di giorno studiavo un voluminoso manuale sulla fotografia su pellicola – rigorosamente in bianco e nero. Sognavo le mie emulsioni, le mie pellicole e le mie carte graduate, e poi mi trovavo a scattare con una DSLR. Questo è stato un problema sopratutto per la post produzione. Ho elaborato due volte le mie foto in bianco e nero, poi, qualche giorno fa, dopo mesi, sono tornato al colore, arrivando in qualche modo a delle immagini che riproducessero di più le sensazioni che avevo provato.

A questo punto devo raccontarvi un po' di più degli ambienti in cui ho scattato le foto che vedete in questo articolo. Quando esco di casa, in cinque minuti arrivo a una strada statale. Sulla sinistra ho un centro commerciale con tanto di piccola enoteca. Poi iniziano le industrie. Da alcune di esse di notte provengono fumi intensi con relativi odori. Dopo circa un quarto d'ora di cammino, arrivi a un bivio. Di lì ti dirigi verso la Novartis e un'altra zona industriale, con tanto di piccola azienda che produce monumenti funerari, e poi di lì arrivi a dei campi, se fai il giro ti trovi ad andare verso un'autostrada a sinistra e dritto verso Saronno.

Se invece prima di dirigerti verso quelle industrie svolti a destra, vai verso il campo da calcio del mio paese, dove questo inverno ho trovato anche un accampamento di zingari, il tempo di una sera, poi già la sera dopo erano spariti. Se attraversi il terreno a fianco del campo da calcio, e prosegui dritto, vai di nuovo verso Saronno, che è un paese con ambizioni da piccola città di provincia, pulita educata e piccolo borghese, un centro con molti negozi di abbigliamento, il supermercato, due chiese e l'ospedale, la stazione ferroviaria, i bar, le banche, e poi tantissimi palazzi, frutto di una speculazione edilizia che non ha nulla da invidiare a quella di Milano.

Visitare questi posti di notte, fate conto che io uscivo di casa verso le 21, e a piedi ci metti una buona mezz'ora, significa intanto dover snobbare la zona industriale – i muri sono troppo alti, becchi qualche comignolo ma non sono granché, oppure le industrie sono sparse in mezzo alla vegetazione, troppo lontane e scure per essere significative. Sicuramente non è la fotografia di siti industriali che ti immagini quella che otterresti. Quindi per un sacco di spazio hai a disposizione solo la strada, qualche distributore di benzina, qualche cumulo di spazzatura, ma fondamentalmente la strada, magari un piccolo cimitero.

Poi quando arrivi nel paese più grande, magari incontri qualche marocchino che ti chiede della tua macchina fotografica, prima di scappare inseguito da uno o due carabinieri. Gira poca gente la sera, tranne magari quando c'è quella particolare notte bianca che gli anarchici della zona sui loro manifesti dipingono come una scusa per irregimentare la vita notturna della gente, dopo averla proibita a furia di ordinanze nei rimanenti giorni dell'anno. Credo abbiano ragione.

Certo, c'è un centro anarchico in una vecchia fabbrica dell'Alfa Romeo, vicino a un grosso cimitero sulla strada che porta al comune. Fare queste strade di notte, magari con la nebbia o un filo di pioggia – non ha fatto particolarmente freddo ma è piovuto molto questo inverno – ti lascia addosso una strana sensazione. Intanto ho provato un forte senso di distacco da tutto quello che ho esperito come fotografia, gli spazi urbani o gli spazi intimi.

E' come essere immerso in un ambiente che ti è totalmente indifferente, eppure quando lo attraversi, come sempre, qualcosa hai in testa, o nel corpo. Pensieri, o sensazioni. La notte di sicuro, più del giorno, ne è il terreno di coltura ideale. Se prima di frequentare questi posti io lasciavo collidere i miei pensieri e le mie sensazioni con l'ambiente circostante, qui tutto questo avviene a un livello più … astratto. Hai meno cose cui aggrapparti che in una grande città. Hai anche più cose dentro.

Quindi le visioni sono più intense – anche per questo il colore rispetto al bianco e nero si è dimostrato vincente, in certi casi ho sconvolto completamente l'ordine e la qualità dei colori catturati dalla mia macchina fotografica: se in precedenza la collisione tra l'ambiente e i miei pensieri avveniva in macchina, qui tutto è stato spostato in post produzione, che per me non significa essere meno immediati – e sicuramente il mondo esterno è ancora più trasfigurato. Ho avuto la tentazione di scrivere un testo per ogni foto, non perché le foto di per sé non fossero sufficienti, ma mi piacerebbe fosse qualcun altro a scriverli.

Passare dal centro anarchico al vicino cimitero, e da lì al ponte della ferrovia prima di arrivare in centro col suo comune e i suoi negozi, fa senz'altro scena, ad esempio. Hai nell'arco di un quarto d'ora un mutamento di scena molto drastico. Poi hai negozi, e case, tantissime case. Ho avuto due ragazze qui, e ancora prima ci ho studiato. Ho fatto il liceo. All'epoca quando andavo in giro avevo sempre le cuffie del walkman alle orecchie. Avevo persino contagiato un mio compagno con l'heavy metal, e un altro con l'hard rock classico.

Cose che ho riascoltato questo inverno, perché volevo ritrovare un me più giovane, ascoltarlo dentro, per sentire com'ero. Sono cambiato tantissimo, dentro. Da ragazzo avevo una sensazione di vuoto interiore molto forte, unita a una forte sensazione di rabbia. C'era poco da arrabbiarsi, o contro cui arrabbiarsi, in concreto, perché le condizioni di paesi come questo sono di quelle che favoriscono una mentalità conservatrice. Non ce li vedo degli omosessuali a manifestare in piazza per i propri diritti, ad esempio.

Anche a scuola, non me ne ricordo di omosessuali. Eravamo tutti bravi ragazzi e ragazze, con nessuna qualità da questo punto di vista, poco malessere sociale o povertà, e anche pochi sogni credo. Io sognavo di andarmene via ad esempio, cosa che ho fatto anni dopo. Ma di questo, e di cosa ho trovato, ho già discusso. Anche all'epoca trovavo sempre il modo per andarmene via, con la testa, in un modo o nell'altro. La musica era un propellente fortissimo. Anche quella che suonavo, su una chitarra pagata pochissimo e che ho rotto poi anni dopo, in università.

In un'epoca in cui non esisteva internet, avevo molti compagni di penna, con cui condividevo gusti musicali. Prevalentemente ragazze. Ci inviavamo lettere e pacchi con cassette, contenenti registrazioni di album o di concerti presi dalla radio. Qualche volta salivo su un treno diretto verso casa con dei dischi presi in un negozio che ora non c'è più, vicino la stazione, e trovavo qualche ragazzo che conosceva gli artisti che ascoltavo, e ci mettevamo a parlare di musica.

La musica era un linguaggio universale, mi faceva avvicinare anche a persone più grandi di me o a persone con cui altrimenti magari non avrei mai interagito. Era un'energia che trascendeva le singole persone, e che ci accomunava anche se magari avevamo esperienze di vita diverse. Una vita piatta poteva essere riscattata da cinque minuti di musica rock. Ho cercato di portare parte di quell'energia nelle mie foto, anche se giocando in maniera diversa.

Con le fotografie lavoro a un livello più subliminale, non mi interessa energizzare un ambiente morto, mi interessa invece portare fuori, rendere esplicite, le energie sottili che anche un ambiente morto contiene, quelle energie che nessuno vede. E poi ho lavorato moltissimo sui dettagli, sui particolari. Come quel manifesto del circo con la tigre strappato, o i cartelloni pubblicitari con quelle strisce di vernice che disegnano una partitura ritmica. O quel bambolotto manichino che sembra emergere dall'asfalto pavimentato riflesso nella vetrina.

Non ho una visione romantica della fotografia notturna, però è vero che fotografare di notte ti mette in uno stato mentale particolare. Fai anche incontri particolari. Come quel ragazzo marocchino di cui ho già parlato che si era messo a chiedermi delle cose sulle mie fotografie, e che a un certo punto si è messo a correre, inseguito dai due uomini in divisa. Probabilmente un piccolo spacciatore. Mi sembrava simpatico. E un po' mi è dispiaciuto per lui, spero se la sia cavata.