sabato 27 settembre 2014

Il sentimento cosmico

"La totale assenza di paura è qualcosa di molto difficile da immaginare per l'individuo medio, in parte perché non siete in genere coscienti delle vostre paure, ed in parte perché siete così abituati a convivere con esse che neanche vi sovviene che la vostra vita potrebbe essere diversa"

Dal blog elenagray.blog.tiscali.it


Mi immergo nel mio mondo a colori questa settimana. Mentre sono per la strada mi ricordo quella vecchia canzone degli Africa Unite, 'Nella Mia Città', ed eccomi a catturare scene di vita e frammenti di realtà vicino a Largo Cairoli un giovedì mattina. Mi rompono il cazzo le macchine e i furgoncini che passano in queste piccole stradine. C'è gente che lavora e ovviamente sento da dentro, dalle mie viscere, levarsi un grido di sdegno contro tutti questi automatismi.

Il giorno dopo a casa vignetto violentemente le fotografie e aggiungo vari livelli, per restituire ai miei scatti quel senso di urgenza tipica delle foto fatte con macchine fotografiche point and shoot, come quella che ho su una mensola inutilizzata perché non fanno più la pellicola a 126, e che sono piaciute a una giovane modella. Mi piacerebbe avere gli occhi pieni di magia come Sarah Elise Abramson, una giovane fotografa americana molto brava che ho riempito di complimenti.

Poi però, il giorno dopo ancora, decido di tornare al bianco e nero. Mi vengono fuori questi bianchi e neri strani, che vedete qui, assomigliano molto poco ai bianchi e neri di una pellicola, ma non so di preciso cosa mi ricordano. E' sperimentazione pura, lontano da qualsiasi modello, da qualsiasi tentativo di fare l'occhiolino allo spettatore ricordandogli qualcosa di già visto. Sento molto più vivo di prima quanto siamo tutti frantumati in queste nostre vite, e forse l'elaborazione delle mie foto restituisce allo spettatore questo caos.

Mi aggiro per Milano e mi perdo tra queste strade, tra la gente che lavora e che non ha dubbi sul proprio destino, che si sente a proprio agio con le proprie appartenenze, la studio come un chirurgo che vuole scoprire il segreto di tanto restare nei ranghi. Confesso che quello che trovo un po' mi toglie il piacere di essere in città a scattare, perché almeno in questa parte di Milano è tutto dentro le righe e di rivoluzioni non ce n'è neppure l'ombra, eppure fotografare è come una droga, non posso smettere.

Verso mezzogiorno mi fermo da qualche parte per mangiare, ma ho più sete che fame e svuoto durante il pomeriggio qualche bottiglietta d'acqua. E' secco il clima, anche se la temperatura si è leggermente abbassata. Prima di incontrare un mio amico e farmi due chiacchiere visito qualche libreria e negozio di dischi, ordino un libro di sociologia e guardo le copertine. Oggi non mi va di portarmi a casa qualche oggetto culturale, voglio sentirmi nudo con i sentimenti che mi si agitano dentro.

Penso a un altro amico che dice di aver smesso di suonare perché se si guarda attorno artisticamente non trova nulla che gli comunichi qualcosa. Io ascolto vecchi dischi, non roba nuova, in questo periodo, ma penso che sia fondamentale produrre qualcosa anche solo per sé stessi. Se senti che la tua voce interiore è piccola, hai la possibilità di confrontarti in diretta con quello che sei e chiederti cosa ti serve, non hai bisogno di appartenere a un gruppo che ti dice che tutto va bene. Sei tu la tua coscienza. E questa è una cosa fondamentale.

Vado fino a Porta Venezia a piedi, la macchina fotografica nella borsa ora, dedico il mio tempo a camminare e a fumare. Il mio amico mi accoglie con qualche remora sulla mia barba, sembro un islamico mi dice. Non sa che sto seguendo, non da vicinissimo, i dibattiti che in questo periodo agitano il nostro paesello a ridosso dei raid americani contro l'Isis, e che sto iniziando a raccogliere informazioni per un futuro reportage sulla condizione degli islamici a Milano.

Ieri ho chiamato un giornalista iracheno, che da sette anni vive in Italia dopo che nel suo paese ha ricevuto minacce di morte. Tra un mese pubblica un libro, e io volevo intervistarlo e fotografarlo come primo atto di un servizio più esteso che parla delle contraddizioni del nostro mondo occidentale visti attraverso gli occhi dell'Altro. Il giornalista mi dice che non sta più concedendo interviste, neanche a colleghi famosi, perché vede che poi il mondo non si muove, non si sposta di una virgola.

Lo capisco perfettamente, anche oggi leggendo di transessuali buttati giù dal treno in India o accoltellati qui in Italia ho avuto la stessa sensazione. Eppure io non posso tirarmi indietro. Devo continuare a muovermi e incontare frammenti di realtà che possano illuminare tutto il resto. Ma non mi faccio illusioni. Dovete avere ancora un po' di pazienza per vedere i miei lavori reportagistici, ma ormai siete abituati. Però decido di iniziare la mia conversazione con il mio amico parlando proprio di Islam.

Io credo che tutti gli occidentali che in questo periodo si sono convertiti e sono andati a combattere per il califfato sentano la mancanza di utopie qui da noi. Lui è d'accordo, ma poi aggiunge 'a me stanno sul cazzo tutti, i cattolici alla Comunione e Liberazione, gli islamici, anche se ne conosco molti simpatici che lavorano qui come artisti e che sono scappati dalla paranoia dei loro paesi, i buddhisti, anche gli induisti; il mio modello umano sta diventando sempre più Fitzcarraldo, sul serio, voglio diventare così'.

Io ho studiato negli anni passati un po' di sufismo e un po' di buddhismo. Della corrente più minoritaria della religione islamica mi ha interessato molto il richiamo all'amore a alla fusione con la divinità al punto di perdere i propri confini. Sono cose che cerco di fare quando viaggio con la macchina fotografica per la città. Anche quando mi relaziono con le mie amicizie più intime. Del buddhismo mi è interessato l'accento alla compassione, all'agire non solo per se stessi ma anche per gli altri. Di tutte le religioni non comprendo il distacco dalle passioni, dall'eros, la paura che ne hanno.

Ma quando il mio amico mi parla di regressione e psicosi per quello che riguarda certe personalità che si adeguano ad un credo al punto di imbracciare un'arma, io penso che ci sia sotto altro. Sono stanco, anche quando guardo l'informazione in televisione, di credere che sia follia il motivo di tutto quello che ci sta attorno e sopratutto di usare la non ragione per non dire che ci sono in giro un sacco di esseri umani che si sentono fregati dalla razionalità e dal potere e che non ci stanno. Se commettiamo degli errori, è giusto saperlo e riparare.

Sono stanco insomma di chi trova scuse. Sopratutto quando certi atteggiamenti vengono tenuti dagli organi di stampa. L'atteggiamento nei confronti dell'Islam qui in Italia non è molto chiaro. I partiti di destra hanno più volte attaccato la religione mussulmana anche dai propri organi di informazione, ma a mio avviso si tratta di una situazione fortemente trasversale. Quando studiavo inglese in una scuola di Milano diverse volte mi è capitato di sentire miei compagni o compagne di studi levarsi contro l'uso del chador da parte delle donne islamiche che vivono in Italia.

Io sento che l'uomo contemporaneo prova diffidenza nei confronti di tutto ciò che lo costringe a riflettere. Chi è di origine araba e islamico, come chi è occidentale ma si converte all'Islam, oggi è un problema innanzitutto perché pone sul tavolo una difficoltà nostra a capirci. Il mio amico ha un bel dire che gli piacerebbe io avessi figli e li educassi perché porterei avanti un certo discorso di umanità, mentre altra gente il mondo lo fa regredire. Io credo che siamo tutti uguali e tutti con le stesse potenzialità. Poi c'è un ordine mondiale.

Nessuna autorità italiana è stata ai funerali di Vittorio Arrigoni. Ma credo che di solito la stampa o la televisione coccolino il cittadino comune nella sua inebetita incapacità di confrontarsi con l'altro. Peccato che senza questo confronto sia difficile avere anche il senso di sé. Se ho paura dell'altro avrò paura anche di me stesso. E quindi lascerò che sia qualcun altro a decidere per me. Di solito, quello stesso potere o quella stessa burocrazia contro cui mi scaglio quando parlo al bar. Ascolto frammenti di dialogo sui vari treni su cui mi muovo.

Una signora parla a un'amica di una conoscente che soffre di depressione. Io non la consolo più, dice. Io ho sempre pagato in prima persona tutto. La lascio perdere. Qualche ora più tardi su un'altra carrozza una ragazzina legge agli amici dei messaggi di un ragazzo, abbiamo litigato e mi hai lasciata qui sola, e io non riesco nemmeno a muovermi. Loro ridono. E' un mondo freddo, in cui non mi voglio per nulla riconoscere. Se quello che il mondo che mi circonda insegna ai propri figli è che basta un attacco di panico per essere fatti fuori, a me questo mondo non interessa.

In una intervista Luca Persico dei 99 Posse spiega che il commercio clandestino della droga è un grande business perchè rinchiude i ragazzi in casa con la loro dose, cosicché essi non si riuniscano in collettivi per discutere di politica, società, e altro. Se questi ragazzi che incontro o i loro genitori sono così poco lungimiranti da non capire che un disturbo psicologico è allo stesso livello e causa lo stesso effetto collaterale, non è affar mio. Una volta l'unione faceva la forza, se questo non è più vero oggi per la maggior parte della gente che mi circonda, io non posso fare finta di niente. Tantomeno posso adeguarmi.

Ieri notte mi addormento alle nove e mezza di sera col mal di testa sul divano. Mi sveglio circa a mezzanotte, e dopo aver bevuto qualcosa e preso del paracetamolo accendo la televisione. C'è questo servizio dove la giornalista con una sua amica dalle fattezze molto giovanili stanno adescando un pedofilo tramite una chat. L'amica della giornalista fa finta di avere dodici anni. Riescono a vederlo dal vivo. Ovviamente non lo possono denunciare, perché la ragazza alla fine è maggiorenne in realtà. Ma lo convincono ad andare a curarsi da una psicologa. Lui chiede anche alla giornalista il numero di telefono – non sa che è una giornalista – per avere qualcuno con cui parlare.

E io sento ancora una volta che una occasione è stata sprecata. Perché nessuno realizza un servizio per parlare di cosa è la pedofilia sul serio ad esempio? Io non l'ho ancora capito. Quest'uomo, questo pedofilo, ha un anno meno di me e vive con la madre esattamente come me. Ma a me le donne piacciono un po' più grandi, sessualmente una dodicenne non mi coinvolge. Noto che quando all'uomo viene rinfacciato il suo adescamento lui inizia a confondersi, mentre prima con la ragazza in chat sembrava molto sicuro. La giornalista parla appunto di malattia, che è perché è malato che si confonde.

Penso a un altro servizio che ho visto in rete tempo fa, con quest'altro uomo che le bambine le comprava per farci sesso, a Caracas o Buenos Aires, non ricordo male. C'era il giornalista italiano che si recava a casa di quest'uomo, c'erano pure le bambine con cui aveva fatto sesso, e gli fa delle domande sul perché lo abbia fatto. Questa estate ho parlato con un'amica di Annalisa, che lavora nel sociale, e parlavamo appunto di pedofilia tra le tante cose. Io trovo che nessuno mi abbia ancora fatto capire cosa significhi provare desiderio sessuale per un minore. O perché succede. Ho sentito che in alcuni casi si tratta di persone che hanno subito abusi da bambini e che quindi da grandi si comportano con i minori nello stesso modo con cui altri si sono comportati con loro.

Ma non mi basta. Vorrei saperne di più. E l'intervento della giornalista pur essendo lontano dalla caccia alle streghe mi lascia comunque perplesso. Una sua collaboratrice pur adulta si è esposta per lei. Ma sopratutto se cerco in rete come la pedofilia viene curata, trovo: decremento dell'impulso sessuale rivolto al bambino mediante l'eliminazione di rinforzi positivi, decremento del coinvolgimento emozionale nei confronti del bambino, miglioramento dei rapporti interpresonali con altri adulti e decremento dell'ipersessualità. In pratica ci sono due vie per curare la pedofilia: la castrazione chimica, che però funziona solo per un determinato periodo, e la psicoterapia, che è un procedimento molto lungo e complesso.

Leggo che con la psicoterapia un pedofilo dovrebbe imparare a vedere la propria vita infantile e uscirne nella maturità. Ma al di là del progressismo di cui non sono né nemico né amico o delle reazioni emotive sull'argomento, quello che mi colpisce di più è questo legame tra il male subito e il male che si può infliggere, quasi come ci fosse una sostanza metafisica trasmessa da individui ad altri individui, mi colpisce il fatto che si parli di inibizione e non di amore – può un pedofilo amare, che per me è la qualità primaria di un essere umano, può eventualmente esservi educato?

Parlavo con Annalisa di questa cosa, che per me un essere umano è tale se è in relazione con qualcuno che ama, col quale confrontare i propri pensieri e le proprie azioni. E nel rapporto con il quale eventualmente modificare i propri pensieri e le proprie azioni. Perché credete che stia realizzando un servizio fotografico sulla transessualità? Per amore del progressismo o perché me li trovo simili? Perché voglio vivere astrattamente in una società più giusta o perché mi interessa il loro destino? Che operazione è il confrontarmi con loro su quello che ho scritto di loro, per essere sicuro di averli capiti?

In quello che ho potuto leggere questo aspetto relazionale nella cura di un pedofilo non esiste. E questa cosa mi lascia con la voglia di capire un po' di più di che cosa stiamo parlando, perché sento che quello che ci stiamo lasciando sfuggire è epocale. Qualcuno ricorda il Caligola di Camus? Questo imperatore che comprende la vacuità del potere a partire dal proprio desiderio per la sorella. Cosa ci sta dicendo la pedofilia che noi non stiamo ascoltando? Ecco, trovo che in questo nostro mondo progressista ma privo di progresso non ci stiamo fermando a ascoltare certi segnali.

Ancora una volta trovo una mancanza di femminilità nel mondo in cui vivo. Scopro oggi, leggendole, le emozioni di una ragazza che stimo molto per un amore, e penso che se noi uomini fossimo più capaci di provare emozioni simili forse sapremmo essere più empatici e propositivi in molte, moltissime altre situazioni. Non avremmo allora bisogno di zittire l'altro che ci fa paura, quando ci fa paura. Non avremmo allora bisogno di zittire le nostre emozioni quando l'altro ci fa paura. Non ci fidiamo ancora di noi stessi, questo è quello che sento.





sabato 20 settembre 2014

Muro di Bambola

“E' decorazione l'arte, è volontà di esprimersi”

    - Carmelo Bene


Oggi voglio incominciare questo post con un muro fatto di bambole in cui mi sono imbattuto questo giovedì in via De Amicis a Milano. Leggo in rete che le bambole sono state create dalle mamme detenute di San Vittore, presso l'istituto a custodia attenuata. Questo muro rappresenta il muro di silenzio che spesso circonda la violenza sul cosiddetto sesso debole. E questo è già il mio secondo scritto su Seeing Emptiness che incomincia con una immagine legata alla violenza sul sesso femminile.

Una sex worker racconta in un articolo pubblicato in rete di come è diventata una chat girl, inizialmente per realizzare le sue fantasie erotiche di dominazione, e dell'umanità che ha incontrato, in chat, compreso un ragazzo che grazie a lei ha scoperto di essere genderqueer e che ha imparato cosa vuole dai propri 'travestimenti'. Più vado avanti a leggere queste cose, e più trovo, sento che noi dell'eros, dell'amore, di tutte queste cose insomma, non abbiamo capito nulla. Ancora.

Ho un soggetto maschile che posso sfruttare in (un) futuro (prossimo). E' come me, fisicamente, sicuramente non ha il fisico del modello. Ma mi piacerebbe esplorare l'erotismo maschile proprio con lui. Molti dei miei artisti preferiti sono omosessuali. Fassbinder – che è anche il soprannome che mi ha dato Annalisa, della quale vedete altri scatti qui – ma anche Ginsberg, Genet, Giorno, tutta gente che mi ha fatto capire molto dell'omosessualità ma non solo.

Io ho fame di sapere. Per questo. Ma poi oggi pensavo anche che non ci sono molti fotografi famosi, o antologizzati, omosessuali. E mi sto chiedendo: ma la fotografia è un'arte omofoba? Per questo vorrei realizzare quel progetto erotico con un uomo. Una modella che amo tantissimo scriveva che tra modella e fotografo c'è sempre tensione erotica, che è normale. Sarebbe interessante capire che tensione ci potrebbe essere tra me e il mio modello.

Non vi sembri strano leggere che la fotografia potrebbe essere un'arte maschilista perché non ha mai espresso artisti omosessuali. Se per questo nella storia della fotografia edita dal Moma di New York, tradotta anche in italiano e pubblicata da Einaudi, non si parla né di Nan Goldin né di Tina Modotti. Ma qualcuno di voi potrebbe obiettarmi: ma allora il jazz, che ha creato poche sassofoniste, è un'arte maschilista? Beh, nonostante abbia prodotto dei geni, purtroppo lo è.

Certo, oggi come oggi ci sono fotografe donne, alcune più brave di molti loro colleghi uomini. Per fortuna. Ma non è questo il punto. Intanto mi sembra di capire che nel mondo anglosassone le riviste che hanno come target la comunità LGBT se ne escano sempre con servizi legati a personalità che 'ce l'hanno fatta', credo che nessuno andrebbe a intervistare e fotografare persone costrette a prostituirsi perché discriminate, come ancora succede a molti transgender.

E tutto questo ha già un nome, che è 'double standard'. Lo stesso doppio standard che sto iniziando a vedere nella fotografia erotica. Per ora la mia forte sensazione è che la sessualità maschile sia molto più repressa di quella femminile. Le immagini degli uomini legate all'eros non sono mai gioiose. Una giovane modella, che posa per fotografi e pittori, con cui ho iniziato uno scambio di impressioni, mi ha dato nomi e link. Ma solo in un caso ho visto modelli maschili.

E quelli che ho visto sono... fissi. Cercherò altre rappresentazioni del maschile, io ho già in mente una eccellenza, che è Sakiko Nomura, fotografa che adoro, ma in genere, da quello che ho visto, ho la impressione che gli uomini si lascino meno andare quando si tratta di rappresentare le proprie emozioni. Nella vita reale intendo. E questo è un problema. Che non riguarda Sakiko ma che altrove si sente. Dovessi trarre delle conseguenze comunque direi: gli uomini non godono.

O non si divertono, o non si esplorano, o non si conoscono. Il motivo credo che sia nel fatto che gli uomini hanno un erotismo diverso da quello femminile. Me lo ha suggerito la letteratura erotica che ho frequentato – Klossowski, Bataille, Sade – ma sopratutto una cosa che mi è successa giovedì pomeriggio, giornata dedicata alle foto in città e che mi ha fatto riflettere. Intanto dovete sapere che quando vado in giro a scattare io ho sempre in testa delle immagini. Almeno ultimamente.

Non dico che ho in testa delle fotografie, potrei per farmi capire affermare che ho in testa determinate sensazioni che sono in parte legate al mio immaginario, in parte a quello che spero di trovare, in parte a ciò cui mi hanno portato i miei lavori precedenti, in parte ancora a ciò che cerco nella vita in generale, a quello che vorrei incontrare, a quanto vorrei diventasse materia di un mio confronto con la realtà, ai miei ideali insomma.

Ma giovedì, mentre andavo in giro, sentivo che ero lontano dal vedere e catturare quello che volevo. Ogni tanto sentivo che mi sfuggivano persino le inquadrature, che quella testa era troppo sulla sinistra anche se le mani si protendevano correttamente verso l'altro lato dell'inquadratura, le strade mi sembravano tutte troppo dritte e lunghe, e mi sembrava di limitarmi a correre attraverso di esse senza fermarmi a pensare, a cercare. Ma non avevo voglia di fermarmi.

Ho incontrato anche dei problemi in post produzione, perché le foto non venivano come volevo. Avevo in mente un certo tipo di risultato ma le fotografie andavano in un'altra direzione, che ho dovuto assecondare. Ho dovuto lasciarle decantare un giorno, mentre mi recavo presso una associazione in cerca di soggetti per un mio reportage, per capire se erano veramente delle foto in cui mi sarei potuto riconoscere, ma mi sarebbe dispiaciuto lasciarle da parte.

Questo senso di distanza, di cose che svaniscono e di altre che lasciano loro posto, per me è l'erotismo maschile. Non so dirvi di preciso in che cosa differisca dall'erotismo femminile perché da esso mi sono lasciato sempre avvolgere senza capirlo ancora fino in fondo. Ma da quello che vedo tramite le immagini l'erotismo femminile è anche gioco, provocazione, sensazione, mentre l'erotismo maschile per me è innanzitutto allontanarsi da sé, senso della perdita.

Per questo nel vedere foto di artisti suggeritimi dalla mia nuova amica ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a cose che non avrei voluto replicare, perché mi suggerivano comunque sempre uno stare all'interno di parametri. Anche quelli che apparentemente coi parametri ci giocavano di più. Ho visto persino un paio di scatti che sembravano uscire dalla macchina di D'Agata, ma in quel caso si trattava di scatti fatti in studio, non in mezzo alla vita vera.

Mi piacerebbe, col tempo, realizzare uno stile dove invece ci si fa beffe della rappresentazione, di qualsiasi parametro anche evoluto di essa, per cercare invece di andare al nocciolo, al cuore della questione, che sono gli affetti. Come rappresentarli? Come fare non per attirare lo sguardo dello spettatore, per emozionarlo, ma per dargli invece il senso di una necessità di cambiare per poter guardare di nuovo come la prima volta?

Saranno problemi che affronterò con il mio primo modello per l'erotismo forse, mentre oggi, come accennavo, ho ripreso, dopo la pausa estiva, i miei contatti col mondo dell'associazionismo. In un posto vicino a Milano dove varie persone vivono assieme mettendo la socialità e la vita comunitaria al posto dell'individualismo o del gruppo famigliare che potete vedere ovunque nel mondo 'mainstream'.

Chi sponsorizza e promuove attivamente questo modo di vivere nel caso concreto da me visto sono persone che hanno vissuto una esperienza di volontariato in posti lontani e poveri, e che al loro ritorno in Italia hanno pensato di non distaccarsi da quel modo di vivere. Avreste dovuto vedere gli spazi abitativi, nello spazio in cui sono entrato c'erano bei mobili di legno, solidi, spartani, un pc, un piccolo lettore cd stereo e un angolo con dei libri. Qui vivono dieci persone.

Una famiglia di sei elementi 'naturali' più altri quattro che sono ospiti, con storie differenti l'una dall'altra alle spalle. Ci sono diverse 'case' strutturate in tale modo in questa cascina, in più spazi per il gruppo tra cui una biblioteca, una cappella e un campetto da calcio. C'è anche un parco giochi per bambini visibile dal cancello d'ingresso, in cui anche i bambini provenienti da fuori sono lasciati liberi di divertirsi.

Sul treno mentre tornavo a casa ho buttato un occhio su un giornalino prodotto dalla associazione. Si parla molto di vivere in comunità, e ho pensato immediatamente a Victor Turner e all'idea di comunità cui si ispira l'antropologo inglese. Cose che avevo letto anni fa per capire meglio il jazz americano e i movimenti per i diritti civili. Non so dirvi se mi piacerebbe o meno questo modo di vivere, io che sento tantissimo il bisogno di vivere senza 'riduzioni' a discorsi delle mie sensazioni.

A meno che non si tratti di dialoghi con un'anima affine in particolare. Ma trovo interessante che proprio nella nostra società, in mezzo all'individualismo di oggi, ci siano persone che sentano il bisogno di vivere una vita in comune, accogliendo anche chi è in difficoltà o ha bisogno di un periodo di riflessione, condividendo persino i propri spazi abitativi. Mi viene da riflettere su un po' di cose cui mi è capitato di assistere.

Intanto una modella ha presentato a Milano un suo libro in cui ci dice che la ragione è un po' come un coltello e che come tale va usato, per prendere atto della realtà contro i dogmi e contro le superstizioni. Che i sentimenti e l'istinto cambiano da persona a persona, mentre con la ragione possiamo trovare un terreno comune per costruire. E penso ai dibattiti su tutti quegli occidentali che ora diventano fondamentalisti e guerrieri.

Ora, io sono junghiano e credo che ogni volta che facciamo un 'salto' lasciamo indietro qualcosa che poi dobbiamo tornare a recuperare. Io credo che se un italiano abbraccia l'Islam e va a combattere per creare uno stato confessionale, quello che gli manca non è la spiritualità ma la possibilità di vivere per realizzare una utopia. Quello che avevamo col tanto bistrattato Sessantotto, ad esempio. O anche prima. Kerouac il suo Sessantotto, per sé, lo aveva realizzato negli anni '50.

Tanto è che la Beat Generation è stato l'unico movimento culturale occidentale ad avere contatti col mondo arabo. Vuoi perché Ginsberg e Burroughs spesso erano a Tangeri. Vuoi perché coi loro viaggi avevano assorbito molto della cultura orientale. Ma proprio come insegna Burroughs, ragione spesso diventa paranoia. E con la paranoia occorre tagliare, cut up. Coltivare il non senso. Mostrare l'assurdità del senso.

Penso anche allo 'strano' rapporto tra due miei amici, con lui che le scrive 'sono diventato adulto perché ho preso delle decisioni e per una volta non mi sono perso nel pensare' – in soldoni - e proprio oggi mentre tornavo a casa leggevo invece di come quando si sta in gruppo certe volte è importante non mettersi a fare i protagonisti e saper restare non dico passivi ma, come scrive una psicologa (credo), 'l'assenza è un gesto di cura' perché quello che conta è 'la qualità dell'esserci'.

Vorrei che anche le mie fotografie non fossero fatte per gridare al mondo che ci sono e sono belle, ma che si limitassero a dare da vedere qualcosa di importante, di sostanziale, qualcosa attraverso cui un osservatore possa arrivare a percepire il mondo che lo circonda e il proprio mondo interiore in maniera differente. E' difficile parlare di anima nel mondo di oggi, ma i recenti segni di estremismi mostrano che è una qualità essenziale e che in un modo o nell'altro qualcuno ne andrà in cerca.




mercoledì 17 settembre 2014

Nasce una collaborazione

"La libertà non è un beneficio della cultura: era più grande prima di qualsiasi cultura, e ha subito restrizioni con l'evolversi della civiltà"

- Sigmund Freud


Mattia e Giovanni mi hanno chiesto di apparire sul sito di Giovanni, e ho pensato di introdurre Seeing Emptiness in quel luogo come indicazione creativa e perché no, terapeutica. Sembrerà strano ma io ritengo che sia impossibile 'curare' se non si tocca l'anima. Non propongo ricette, semplicemente invito chi mi legge a seguirmi, a creare per sé un luogo come questo, in cui guardarsi dentro e creare se stesso a partire da ciò che ha dentro. E' ovviamente anche una provocazione, ma non solo. 
Quello che segue è il 'comunicato' che appare alla pagina del CDP da cui si può accedere al blog. Le foto invece le ho scattate da ragazzo con una vecchia Kodak automatica che ho recuperato oggi in una polverosa scrivania. Peccato che non producano più le pellicole che si utilizzano su questo apparecchio. 

Seeing Emptiness è il mio diario. Il suo nome nasce dalle pagine che Roland Barthes ha dedicato alla fotografia e in cui afferma che per quanto noi guardiamo, scrutiamo una foto per saperne di più su quanto essa ritrae, per conoscere la verità, per accedere a ciò che sta dietro l'immagine, per quanto scrutiamo noi non scopriamo mai niente. Dato che la fotografia è piatta, la sua essenza è di essere tutta esteriore, senza intimità, e tuttavia essa è più inaccessibile e misteriosa dell'idea di interiorità; essa è senza significato pur evocando la profondità di ogni possibile senso.

Le mie fotografie, che siano scattate per la strada, oppure frutto di un lavoro reportagistico, o ritratti di persone a me vicine, sono un modo per amplificare, per allargare questa ferita. Per tenere viva una domanda. Lavoro spesso con bianchi e neri molto contrastati, perché togliere di mezzo le tonalità grigie intermedie ci permette di amplificare la visione di questo vuoto e del pieno da cui esso promana, senza mezzi termini. Seeing Emptiness è un progetto diviso tra i siti blogspot e tumblr, il primo più orientato alle parole, il secondo alle immagini.

Queste foto sono accompagnate da un mio diario, in cui potrete leggere pensieri, riflessioni sul mio girovagare, sulla mia vita, su reportage, su libri che leggo, su prostituzione e transessualità, su musica e film, sulle mie foto, su tutto quanto entra nel mio campo visivo e psichico. Cerco anche con le parole di creare delle istantanee, di dare spazio e respiro a tutti quei pensieri momentanei che nel quotidiano della nostra socialità si potrebbero perdere perché considerati irrilevanti dalla socialità che condividiamo, che oggi si riduce a termini come 'crisi', 'lavoro', 'soldi', 'mancanza', e ultimamente, di nuovo, 'Islam' e 'paura', mai aprendo a parole come 'creatività' o 'anima'.

Invece di contribuire a una logica di difesa del vuoto, riempiendolo banalmente con delle cose prese a casaccio da ciò che la società ci offre, istituzionalmente, Seeing Emptiness vuole spronare ogni suo fruitore a guardare il suo proprio vuoto interiore, per trovare la propria confidenza con esso al di là delle parole che comunemente spendiamo, a scavare nei propri pensieri e percorsi individuali; contro la logica della paura e di una chiusura fatta di cose, propongo a ognuno di vedere cosa significa creare un proprio sé a partire dal proprio fare artistico o dai propri pensieri, perché sia tutto ciò che apparentemente non ha spazio nella logica dell'economico, ma che di fatto nasce da uno scambio e da un rapporto con la realtà, a determinarci come esseri umani.



sabato 13 settembre 2014

Chi vuole essere vivo?

"Il sentimento italiano principale non è l'amore, è l'invidia"

- Fabri Fibra


Succedono strane cose nel mondo della fotografia. Succede che un collega, di cui non faccio il nome perché non è la polemica che mi interessa, fa un fotoromanzo – a me così è sembrato e così per me resta – sul tema dello stupro. Foto e didascalie. C'è una ragazza in un parco, legge un libro, dalla narrazione sappiamo che la mattina ha lavorato e che si vuole dedicare il suo tempo libero. E poi alle sue spalle compare lui. Lo stupratore. Carnagione leggermente scura, perché anche se le statistiche dicono che gli uomini violenti sono molto spesso tra le mura domestiche, chi è altro da noi ci fa sempre paura e allora bisogna pagare pegno alle angosce collettive.

C'è molto sangue nelle foto su questa modella che si presta a simulare la violenza sessuale. Sembra uno splatter. Le foto di per sé non sono brutte. E mi è già capitato di vedere ragazze appassionate di fotografia o studentesse utilizzare sangue finto per rappresentare temi come l'autolesionismo, per progetti scolastici – questo negli Stati Uniti – o per espressività personale. Ma è un caso diverso. Lì abbiamo persone che sperimentano su di sé e che cercano di esprimere dei concetti intimi. Qui abbiamo un fumettazzo che a me sembra potrebbe incitare all'odio razziale. Il fatto che alcune donne abbiano commentato l'opera dicendo di aver provato determinate sensazioni e apprezzandolo mi fa capire solo che la violenza di genere, che è un problema reale, nella nostra mente spesso viene rappresentato da stereotipi. Anche perché in Italia i gender studies non vanno per la maggiore.

Tantissimi anni fa, io non ero ancora nato, gli Who avevano scritto una canzone intitolata Acid Queen. La protagonista della canzone, che poi nel film Tommy viene interpretata da Tina Turner, si definisce una 'zingara' (gipsy) e sarà responsabile dell'iniziazione al sesso (alla magia) del piccolo sordo, cieco e muto protagonista dell'opera rock, che date le sue caratteristiche sarà completamente in balia della donna. Ma si tratta di immagini, come poi spiega lo stesso Pete Townshend, l'autore della canzone, che vogliono evocare il senso di pericolo e di fascino che la sessualità può esercitare su un adolescente. Sono le proiezioni dei suoi turbamenti. L'utilizzo di metafore e immagini permette alla canzone di assumere una valenza universale, così come la condizione di Tommy è per il musicista, che in quegli anni si stava nutrendo della lezione del maestro spirituale Meher Baba, la condizione di ogni individuo che ancora non ha compreso e sviluppato il proprio potenziale umano.

Vedo comunque che è possibile discutere di argomenti seri solo se si offrono degli stereotipi. Io piuttosto preferisco un ritratto classico. Chissà che direbbero oggi molti professionisti della foto scattata da Gordon Parks a Ingrid Bergman – guardatela bene e poi pensate alle foto di modelle che vedete in giro. Ma questi pensieri non sono solo miei. Ho appreso in questi giorni delle difficoltà di Annalisa, la mia amica attrice, nel portare in scena un lavoro affine al teatro-canzone di Gaber. Fermo restando che non si tratta di una novità assoluta, ma che dopo Gaber solo Giulio Casale ha ripreso quel modo di mescolare musica e teatro – su disco se vogliamo essere pignoli ci ha provato Tom Zé, che però vive in Brasile, oppure in scena un tentativo l'ha fatto un altro mio amico attore, recitando frammenti di poeti spagnoli la cui biografia è paragonabile a quella di certe rockstar del passato, e infatti è stato recensito su riviste di settore, in un modo che a lui non è comunque piaciuto.

Quando sperimenti succedono strane cose. Io in questi giorni, rivedendo i miei ultimi scatti – li potete vedere qui, mi sono reso conto che sto cercando di mettere assieme due stili completamente diversi. I miei scatti di settimana scorsa sono forse più 'romantici' del solito, il bianco e nero è più 'classico', mentre in questi ultimi lavori ho provato a avvicinarmi a certa fotografia di avanguardia senza essere un avanguardista. Anche perché nel cuore ho certi anni Settanta, e quindi di avanguardia in senso stretto per me non si può parlare. Intanto ho provato ad allontanarmi dai miei soggetti. Non ho voluto lavorare sul particolare ma sullo spazio. Non so dire se sono stato più narrativo. Il motivo principale della mia scelta è stato proprio il voler sperimentare a utilizzare lo spazio come elemento su cui l'occhio dello spettatore si va poi a posare per 'specchiarsi' in quello che vede, riportando su di esso le proprie sensazioni ed emozioni.

Quando allarghi il campo non hai più a che fare con delle visioni interiori. O quanto meno, quello spazio si dilata e diventa molto più ambiguo. E inoltre devi controllare molti più dettagli. Io ho uno stile molto sporco, come potete vedere. Quando lavoro sugli scatti in postproduzione lavoro a impatto anche nei casi in cui dovrei lavorare di cesello. E in queste foto ogni tanto mentre ci lavoravo sentivo di perdere il contatto col senso di quanto stavo ritraendo. Solo dopo aver finito l'elaborazione e averle lasciate decantare un paio di giorni sono riuscito a recuperare il senso e ad avere una visione d'insieme. E' stata una sfida. Ma volevo distaccarmi dalle fotografie che amo per vedere cosa succedeva se assumevo un atteggiamento più distaccato.

Nel riguardarle mi scopro più adolescente di quello che pensavo. Da un lato è come se sbirciassi il mondo per vedere come è fatto, dall'altro ogni tanto mi rispecchio in frammenti di mondo per scoprire come sono fatto io, come in quell'albero gigante che campeggia in una delle mie fotografie. Si tratta anche di tasselli nuovi al mio mondo interiore, che non pensavo di avere in questa forma. Curioso. Non so ancora cosa farò quando inizierò a scattare in analogico. Intanto dovrò utilizzare solo certi tipi di pellicola, come la Tri X, e poi dovrò sperimentare a spingerla fino a 1600 ISO. L'ideale sarebbe che mi stampassi da solo le mie foto, cosa che non riuscirò a fare per motivi di spazio. Spero di trovarmi uno stampatore di fiducia che sia bravo.

Ho scoperto tramite vari social networks alcuni fotografi che hanno i miei stessi modelli. O alcuni di essi. Come si vede quando scattano in digitale. Sto cercando per ora di limitare i danni quando posso, senza fare foto perfette ma cercando di rendere le transizioni le più grezze possibili, per evitare che compaiano certi grumi o passaggi per i miei gusti troppo pastosi. Certo la pellicola rimane il top. Ma nelle mie condizioni attuali ho un po' paura di non riuscire a avere il controllo totale sul processo creativo. Quando sarà il momento, mi metterò alla prova. Non so se capita anche a chi di voi è fotografo come me, ma ogni volta che lavoro a una nuova serie, quelle vecchie passano sempre di più in secondo piano, non mi interessano i risultati che ho acquisito, raggiunto, la cosa più importante è per me sempre il presente.

Una associazione che mi ha aiutato col mio progetto dedicato a persone con problematiche legate al disagio mi ha invitato a fine novembre a esporre il progetto a un incontro pubblico. Ho una vaga idea di quello che sarà il mio discorso, ma alcune cose le posso accennare tranquillamente. Intanto dai dialoghi con queste persone, che ho intervistato oltre che fotografato, è emersa una certa distanza rispetto al resto del mondo – quello mainstream o che si rispecchia o che prende a modello quello mainstream – per una caratteristica particolare. Una donna mi ha detto che il dolore insegna molto. Che è dal rapporto con la nostra finitezza che ha imparato a guardare la vita. E che il mondo purtroppo non contempla il dolore, e i cambiamenti che esso attua nella nostra vita.

Un altro dei miei soggetti aveva avuto come relatore Giovanni degli Antoni. Una figura a noi ancora vicina temporalmente, ma una delle ultime nel suo genere. Le nuove generazioni nel campo della fisica non hanno prodotto figure di spicco come avviene invece per i chimici americani o per i gli economisti inglesi, che ogni anno si portano a casa i loro bei premi Nobel. “E' l'Italietta” mi dice lui. Io torno con la mente a La scomparsa di Ettore Majorana di Leonardo Sciascia, e al senso di mortalità che promana dal protagonista di questo breve romanzo. Majorana collaboratore geniale di Enrico Fermi e del suo gruppo. Majorana che scrive formule innovative la mattina presto sui pacchetti di sigarette e che poi le getta sotto gli occhi basiti dei suoi collaboratori. Majorana che ha paura della morte.

Perché Majorana sente che una volta compiuto il suo destino, una volta fatte le sue scoperte, gli resterà solo la morte, e per non morire inscena il proprio suicidio e si rifugia in un convento. Non saranno le remore morali dettate dalle possibili applicazioni delle sue ricerche a frenarlo, ma proprio la paura del destino. Paradossi del rapporto tra destino e etica: il destino pare sempre più forte. Io credo che se oggi non esistano più teste pensanti come quella di Ettore Majorana in Italia è proprio perché abbiamo perduto il senso del destino. Intendiamoci, io non credo che vivere nella superstizione e tornare a un mondo arcaico e cattolico – lo dico in senso neutro – sia una soluzione. 

Ma ritengo che, come insegna Jung, il superamento di un'epoca, di un insieme di credenze, qualsiasi progresso, ci sbilanci in una determinata direzione lasciandoci con l'ombra dei nostri fantasmi. Il Novecento ha prodotto una cultura ricchissima sotto molti punti di vista, e il 1900 vede col proprio fiorire la morte di Friedrich Nietzsche. Sarà un secolo all'insegna del dionisiaco, con due guerre mondiali, l'affrancamento di molti stati coloniali, il loro assoggettamento economico all'uno o all'altro dei due blocchi nati dalla guerra fredda, il conflitto isrealiano-palestinese che continua ancora oggi, sarà il secolo che produce geni come Carmelo Bene o Francis Bacon, Jack Kerouac o Charlie Parker, sarà il secolo delle Pantere Nere e dell'Intifada, e di molto altro.

Oggi è come se tutto questo fosse stato spazzato via. Guardo le mie foto, e cosa vedo? Io vedo frammenti di mondo che ancora potrebbero comunicare tanto, fossimo tutti disposti ad ascoltarlo. Daido Moriyama affermava che cercava di catturare immagini utilizzando il proprio inconscio. Questo significa che dall'incontro col mondo può nascere qualcosa di nuovo, una nuova visione. Io offro qui i miei frammenti di mondo, a chi il mondo lo vuole interrogare. Andare in giro con una macchina fotografica significa per me domandarsi cosa il mondo ci vuole dire, cosa ci vuole comunicare. Sento un forte senso di vuoto attorno a me, e parlo del modo con cui gli esseri umani si rapportano tra loro. Come fossero diventati indulgenti col nulla, perché incapaci di guardarsi dentro.

Ho rivisto Blow Up di Antonioni, film bellissimo e 'misterioso' la cui lettura qualche anno fa è stata portata sul livello di una impossibilità di dedicarsi all'impegno sociale in fotografia se si viene dalla fotografia di moda. Io ritengo questo tipo di lettura banale. Dire che siamo tutti circondati da specchi, e che questi ci impediscono di vedere la realtà nuda, è un falso. Il mondo ci è sempre da specchio, perdersi in essi come Don Giovanni, come aveva capito Carmelo Bene, è l'unico modo per rapportarsi alla realtà. Ma vedo molta difficoltà a perdercisi. Manca il desiderio. Eppure il desiderio è qualcosa di innato, che ci accomuna tutti. Io penso alla mia fotografia come a un modo per risvegliarlo.


"Chi guarda in uno specchio d’acqua, inizialmente vede la propria immagine. Chi guarda se stesso, rischia di incontrare se stesso. Lo specchio non lusinga, mostra diligentemente ciò che riflette, cioè quella faccia che non mostriamo mai al mondo perché la nascondiamo dietro il personaggio, la maschera dell’attore. Questa è la prima prova di coraggio nel percorso interiore. Una prova che basta a spaventare la maggior parte delle persone, perché l’incontro con se stessi appartiene a quelle cose spiacevoli che si evitano fino a quando si può proiettare il negativo sull’ambiente”. Questo è quello che scrive Jung. Se abbiamo paura di guardarci dentro e vedere come siamo fatti, cosa faremo? Lasceremo ad altri, lasceremo al potere il compito di dirci chi siamo, perché sarà meno faticoso?  





sabato 6 settembre 2014

Impressioni (di Settembre)

“Am I black enough for you?”

- Schoolly D


Dopo essermi limitato a rivedere vecchi scatti ad agosto, e in attesa di proseguire il mio lavoro reportagistico, mi sono recato a Milano giovedì scorso per fare un po' di foto per la strada. Qualche giorno prima avevo fatto un salto in un negozio di fotocamere nuove e usate. Non ho trovato quello che cercavo, ovvero una macchina a pellicola per iniziare a scattare in analogico, ma mi sono procurato qualche buon consiglio, su dei modelli che posso cercare senza spendere una fortuna. Non è un caso che abbia svolto questi scatti in bianco e nero. C'è molto rumore, ma è così che mi piacciono le fotografie.

Ho girato un po' per il centro, alla ricerca di varia umanità, e poi mi sono spostato in zona Barona per raccogliere scatti di graffiti. C'è un bellissimo palazzo vicino al Barrio's, che potete vedere qui, ma in quella zona ci sono molte opere murarie, più o meno elaborate. Ho amato molto Jean-Michel Basquiat, la street art e l'hip hop in generale. Anni fa ascoltavo spesso musicisti come il Wu Tang Clan, gli NWA o i Public Enemy, per non parlare di dischi di culto come Funcrusher Plus dei Company Flow o The Cold Vein dei Cannibal Ox. Ogni tanto uso la rete per scoprire artisti contemporanei, ma se vado sui nomi famosi non mi trovo a mio agio; sia le basi musicali che i testi mi sembrano molto meno incisivi di quello che potevo ascoltare ancora a inizio millennio.

Poi ci sono notevoli eccezioni, come Massimiliano detto Il Nano, da Bari – spesso rappa in dialetto – il cui mixtape del 2011 Radici Italiane gira spesso nel mio lettore MP3. Mi piace molto anche Clementino Iena. Può darsi che in futuro vediate un mio lavoro di reportage sulla vita di strada, e che certe culture vi vengano coinvolte. Per ora mi limito a immortalare alcuni risultati, come quelli che potete vedere nelle mie foto di giovedì. Le culture di strada sono sempre state un modo per veicolare controvalori e notizie fresche, senza il filtro dell'ufficialità e dei media. Graffitare una città significa riappropriarsi di spazi e sottrarli all'alienazione urbana. E' qui che nasce la consapevolezza e l'arte, non nei musei dove si va sul sicuro, proponendo nomi famosi e distorcendo l'idea che la gente dovrebbe farsi sulla cultura – o peggio ancora, alienandola dal fare cultura attivamente.

Proprio ieri in un gruppo di fotografia su Facebook una ragazza ha postato un interessante fotomontaggio realizzato direttamente con la fotocamera, senza postproduzione, e in bianco e nero, una bocca schiusa nella quale si cela un occhio. Ne è nata una diatriba, qualcuno ha scritto 'se non sei Bunuel non fare queste cose, sono solo disturbanti' e lo scrivo qui per dire a chi mi legge che questo tipo di distorsioni sono frutto proprio di come il mercato dell'arte ci ha educati a concepire l'arte stessa. Se sei un nome puoi sperimentare, se non sei nessuno come ti permetti? Come se ci fosse un copyright sulla creatività, lo stesso principio per cui per molti i graffiti sono solo sporcizia e i writers sono legittimi solo se usano le loro bombolette in spazi appositi, quando è nella logica di quest'arte l'esprimersi 'occupando' gli spazi. Sporcare e sporcarsi insomma.

Ho visto delle video interviste a degli occupanti del Valle a Roma, e ho letto commenti orribili. Una attrice diceva nell'intervista che prima di occupare il teatro aveva pensato di andarsene dall'Italia. Qualcuno ha scritto 'meglio se ne fosse andata, la legge è uguale per tutti'. Ecco, questo atteggiamento. Come sarebbe? Da quando rischiare è diventato contro la morale comune? E da quando essere contro la morale comune è un reato? Io sono contento di vivere in un paese dove c'è ancora qualcuno che si assume in prima persona dei rischi. Il rischio di sperimentare. Il rischio di vedere cosa ti può succedere se decidi che non ti basta essere nutrito col biberon. E' fondamentale per essere dei buoni cittadini essere prima di tutto degli individui. E per essere individuo devi rischiare.

E' quello che cantava Bob Dylan, 'se vuoi vivere fuori della legge devi essere onesto'. Sto riascoltando Blonde on Blonde in questi giorni. Ho scoperto Dylan quando avevo ventidue anni. Prima ascoltavo heavy metal. Poi un giorno trovo questo libro con dei testi delle sue canzoni, una edizione economica con le traduzioni e la prefazione di Fernanda Pivano. Qualche tempo dopo, avevo già recuperato i dischi della svolta elettrica – non ho mai ascoltato le sue canzoni di protesta – e mi capita tra le mani Tarantula, libro che Dylan aveva definito 'mouthbook' perché si tratta di uno scritto da leggere ad alta voce. Dal ritmo delle parole ti saltano fuori miriadi di immagini. Cose che ho sentito solo dal miglior De André. E' stato il mio primo approccio col surrealismo, anche se non in senso stretto.

Proprio ieri sera, dopo essermi messo a lavorare alle foto che corredano questo post, ho avuto la sensazione che ciò che maneggio io e i miei colleghi fotografi – ne ho conosciuti di nuovi giovedì in un baretto in via Col di Lana a Milano, mi ci sono recato dopo aver scattato tutto il giorno per farmi una birra e vedere loro che si mostravano a vicenda i loro lavori – sono proprio i sogni. Questo nobilissimo motore dell'individuo, una cosa così fragile e così importante allo stesso tempo. Questa cosa appesa, mi verrebbe da scrivere, questa cosa che fluttua nel nulla eppure quando ti passa sotto gli occhi devi fermarti a guardare. L'immagine. Ho percepito tutta la fragilità di quello che facciamo, il suo essere fondamentalmente nulla – essere e nulla, direbbe Sartre, che è il miglior accomodamento possibile della mia sensibilità, almeno per adesso, tra la mia parte maschile e la mia parte femminile.

“Se vuoi fare qualcosa di utile, vai ad aiutare i bambini che soffrono di qualche malattia” dice Laura Dern a Peter Krause nel film I giochi dei grandi, che ho visto ieri notte. Giusto in sintonia con quello che sentivo, la piccolezza di quello che faccio e che fanno tutti i creatori di immagini che mi accompagnano o che mi hanno preceduto. Eppure giocare a fare la persona adulta non è che mi attiri molto, anche se da ragazzo ho lavorato con gli handicappati – si può essere politicamente scorretti nel proprio spazio virtuale con le parole? – e ora che sono grande mi servo di una Nikon per cacciare i miei sogni. Perché ho scoperto quello che Dylan aveva sempre saputo, lavorando col disagio o vedendo chi ci lavora. Dylan aveva iniziato la sua carriera di musicista scrivendo canzoni impegnate, canzoni politiche. Questo, negli anni in cui era Elvis The Pelvis a incendiare la classe proletaria.

Ho passato molti anni della mia post adolescenza ad ascoltare, in solitudine – Dylan non era molto apprezzato tra i ragazzi della mia età, era una passione che non potevo condividere e anche per questo è stato importante per me ascoltarlo – la musica di questo menestrello. Mi affascinava il suo non volersi far trafiggere come una farfalla da uno spillo, come scriveva la Nanda nella prefazione ai testi delle sue canzoni. C'è un film di qualche anno fa, I'm not There, che rende benissimo quella sensazione. Quel giornalista che insegue incalza stringe Dylan, “ma non hai sentimenti come li abbiamo tutti, sentimenti di base come amore, odio, rispetto?” e lui o meglio Cate Blanchett in panni maschili – avete letto i miei post precedenti? Vi stupisce che mi abbia così interessato questo passaggio? - che risponde incazzata “No, non li ho. Come fai ad avere il coraggio di chiedermelo? Mi rifiuto di farmi ferire in questo modo”, e poi via, parte Ballad of a Thin Man.

Ci ho giochicchiato con la mia vecchia chitarra acustica su molte di quelle canzoni. Dylan che elettrifica la sua musica al punto che Pete Seeger cerca di tagliare i cavi che danno energia agli strumenti sul palco a Newport, Dylan che un anno dopo nella sua canzone più famosa canta “how does it feeeeeeeeeeeeel” con quel tono stralunato, Dylan che si sente dare del Giuda, Dylan che alza sempre più il volume fino a quel famoso incidente in motocicletta, Dylan che pubblica qualche anno dopo un disco intitolato Self Portrait pieno di canzoni stupide, indecifrabili, Dylan che si converte al cristianesimo e che nel 1979, mentre il mondo occidentale affronta la repressione e tutte le speranze naufragano, canta “ma tu devi servire qualcuno, può essere il Signore o può essere il demonio ma devi servire qualcuno”, eludendo ancora chi avrebbe potuto cercare in lui delle risposte, fino a suonare sardonico e addirittura sadico, Dylan che mentre abbandonavo gli studi universitari, per non essere parte del sistema che aveva lasciato bosniaci e serbi soli a massacrarsi, per non annegare in un mare di carte da leggere ideologicamente, optando per la grafica – e ironicamente uno dei primi lavori commissionatimi è stata la preparazione del materiale per un convegno di presentazione della vecchia legge Bossi-Fini – incideva un disco che iniziava con le parole “Cammino attraverso strade morte”.

Certo che l'ho sentito dal vivo Dylan, novembre 2003, parterre in piedi, ventisei euro. Mi aveva colpito sentirlo cantare “dignity can never be photographed” con la sua solita voce chioccia e roca, canzone che già conoscevo, e infatti dieci anni dopo ho acquistato la mia attuale macchina fotografica. Avevo in mente più lui che l'hip hop due giorni fa, mentre girovagavo sotto una giornata nuvolosa in cerca di frammenti di mondo da portarmi a casa e rielaborare in bianco e nero. Le foto che accompagnano Blonde on Blonde, il suo disco più bello, sono tutte granulose, e quella che sta in copertina è addirittura sfuocata. Come piacciono a me. Non vedo l'ora di trovare quella macchina a pellicola che, col tempo e l'allenamento, mi farà forse felice. Non vi sembri strano che uno come me ami Dylan, che ha lasciato l'impegno della giovinezza per esprimere solo se stesso. E' che lui per esprimere solo se stesso si è assunto dei rischi, gli stessi che sento di correre io oggi quando invece riprendo soggetti per i miei reportage.

Intanto in questi giorni al festival del cinema di Venezia è in concorso un film su Pier Paolo Pasolini. Ecco un altro artista che ho amato tantissimo: Abel Ferrara. Ho visto non so quante volte film come Il Cattivo Tenente e The Addiction, per non parlare di Occhi di Serpente. Harvey Keitel che vaga per le strade di una città che non sarà mai a misura d'uomo strafatto di eroina e crack domandandosi se esiste una redenzione. Ancora Harvey Keitel che interpreta un regista ossessionato dalla ricerca di Dio che perde la moglie e incontra la disperazione e vede la sua attrice protagonista violentata sul set restando freddo e ossessionato solo dal risultato delle sue riprese, dalla sua visione artistica, nobilissima, difficile da perseguire, anticommerciale, eppure. Lily Taylor che vaga in vicoli in bianco e nero alla ricerca di corpi di cui nutrirsi sulle note di I Wanna Get High dei Cypress Hill, e che incontra un Christopher Walken che le parla di Sartre e Beckett prima di insegnarle cos'è la fame; un cortocircuito morale tra la vittima e il carnefice, un pugno nello stomaco, questo sono i film di Abel. A partire da quell'assassino col trapano ossessionato dalla figura del padre homeless che è il senso religioso rivoltato di segno e senso nei bassifondi della no wave cinema della fine degli anni settanta. Siamo dalle parti dei cortometraggi di Richard Kern con Lydia Lunch, ma il cinema di Ferrara è molto più estatico e mistico. Si gioca con la psiche, non col corpo. E lì, si perde sul serio il controllo.

Non ne fanno più di film così, per quello non vado più molto spesso al cinema. Giusto una volta ogni tanto salta fuori un Cédric Kahn, di cui ho già scritto settimana scorsa. E pensare che tra un po' con Annalisa e Fabio dovrei girare un cortometraggio. Anche il fantasma di Pier Paolo mi ha fatto compagnia mentre scattavo in periferia. Sono una forza del passato, solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi. Tutti quei segni sui muri. Quel cielo coperto. Ricordo che quando ancora studiavo lavoravo in una mensa universitaria. Con la signora per cui lavoravo avevo parlato di lui, perché mi ero portato dietro una copia di Una Vita Violenta un giorno nella borsa. Negli anni Novanta la versione del suo omicidio per mano di un ragazzino che si voleva scopare andava ancora per la maggiore nella borghesia milanese. Interessante, no? Alla fine della giornata di giovedì comunque, ho rimediato un contatto per pubblicare le mie poesie, quando le avrò scritte. Assieme a qualche aneddoto sulla vita notturna nel quartiere Isola.

A contatto coi miei simili ho sentito la stessa fragilità per quello che facciamo che avevo percepito anni fa quando scrivevo di musica e arte. Il mondo che ci circonda non si volta col nostro segreto, come scriveva Eugenio Montale. Il nostro segreto è la fragilità di quello che facciamo. Una fotografia non migliora la vita di nessuno. Eppure, quando scatto la mia esistenza si semplifica. Ciò che ho di fronte non corrisponde mai a quello che ho in testa. Le mie sensazioni, i miei pensieri, si cancellano un poco alla volta. Anche il senso di ciò che catturo passa in secondo piano.

C'è un bellissimo passaggio in Arakimentari di Travis Klose, il documentario su Nobuyoshi Araki. Lui è seduto a un tavolo con un po' di gente, stanno bevendo, e di fianco a lui c'è una modella. Lui ha una macchina fotografica con sé, e le spiega che fotografare è zen. Avvicina l'apparecchio all'occhio e le dice “ora, mentre scatto, senti la tua mente mentre si libera dai pensieri”. La fotografia, questo modo di liberarsi della nostra parte razionale per incontrare la realtà che ci sta attorno in modo nuovo. Vorrei che tutti avessero una macchina fotografica per scattare e imparare a guardare la realtà in modo nuovo. L'anno scorso mentre facevo foto di notte ho scritto un manuale di fotografia, mi piacerebbe condividerlo con una scolaresca multietnica. Fotografare significa appropriarsi della realtà che ci circonda. Ma se stai attento capisci che questa appropriazione non avviene all'interno di un possesso. E' un atto di gratuità. Attendete ancora un po' i miei reportages e le mie poesie. Arriveranno. Intanto potete vedere qui tutti i miei primi scatti di settembre.