sabato 25 ottobre 2014

In direzione ostinata e contraria

"Cosa vuole l'anarchico? La libertà - la libertà per sé e per gli altri, per l'umanità intera" 

- Fernando Pessoa


Genova due volte. Iniziamo con una premessa. Io a Genova ci sono stato l'anno scorso, per fare delle fotografie. Mi sono innamorato di quella città. Mi piacerebbe andarci a vivere. Coi suoi vicoli stretti pieni di strani sottoboschi di varia umanità, con quella molteplicità di piani che mi ricorda certi saggi di Deleuze, con il suo essere stato la città di Tenco e De André. Genova è immensa, una città in cui perdersi per non ritrovarsi mai più. Una città da cui uscire diversi da come ci si è entrati. Ricordo ancora la sensazione che ho provato attraversandola con la mia macchina fotografica, quel senso di imprendibilità, di impossibilità a narrare qualcosa di più grande di te che da un certo momento in poi arriva a possederti. Genova città magica.

Città di prostituzione regolamentata sin dai giorni delle Repubbliche Marinare, con le ragazze rigorosamente vestite di giallo la domenica a messa. Fino alla legge Merlin, c'era una casa dove erano bene accetti anche i clienti minorenni. Città piena di baretti per cani sciolti alla Bukowski, magari senza la grazia della scrittura, senza il dono della poesia, città di innocenti, come avrebbe scritto Pasolini, città dove forse è ancora possibile trovare una alcova per rifugiarsi dalle asprezze della vita, con il centro storico meno borghese che vi capiterà di vedere, sicuramente stride con la mia Milano, le cui strade sono molto più ampie e in alto c'è una porzione di cielo molto più visibile, a lasciarti con un desiderio di infinito, o con un senso di deserto, più grande. Genova invece è la città della speranza, forse. A vederla almeno da passante.

Dopo i disastri del Bisagno io ho avuto la tentazione di prendere in mano una pala, infilarmi gli stivali e andarci di nuovo, non da fotografo. Ma ho avuto la sensazione che mi sarei sentito uno straniero, e che il mio legame sentimentale con quel luogo non avrebbe costituito un motivo valido per gli autoctoni per vedermi lì. Chissà, magari sarei stato bene accetto, ma ho avuto la sensazione che quel dolore era un dolore privato, e forse anche un dolore piccolo borghese. No, non è un giudizio che deriva da una visione politica delle cose, sono solo le mie impressioni più intime. Perché vedo cosa succede sui posti di lavoro, e sto diventando sospettoso nei confronti di quella mentalità. Come accennavo tempo fa, ma con nuova carne sulle ossa a dare adito a nuovi ragionamenti sul caso.

Omofobia, transfobia e tante altre malattie sociali si estrinsecano spesso col negare una dignità a chi ci ricorda la limitatezza delle nostre vedute, inconsapevolmente magari, e questa negazione della dignità spesso assume proprio la forma di negare un lavoro. Per non parlare di quei lavori come la prostituzione che sono considerati moralisticamente e non per quel che sono, anche solo perché ci ricordano che tra uomini e donne c'è una forte disparità che i discorsi xenofobi sull'altro, sull'islamico ad esempio, non possono comunque farci dimenticare. Quindi il lavoro nel mondo in cui viviamo è uno strumento di controllo sociale. Solo chi aderisce agli ideali 'borghesi', come si sarebbe detto una volta, ha il diritto ad un lavoro – lo spettro della crisi funziona in questo senso, vedasi le varie manifestazioni che incitano al lavoro agli italiani ad esempio – e a chi un lavoro ce l'ha è chiesto di adeguarsi e non rompere.

Vi sembra una presa di posizione ideologica la mia? E' che io ad esempio ho un'amica che agli occhi delle colleghe è colpevole di fare anche un lavoro artistico. Bastano due minuti di ritardo la mattina perché le altre donne con cui condivide il lavoro di ufficio si lamentino perché lei farebbe 'la figa', quella che la sera si diverte perché non ha figli da crescere. Questa dittatura dell'uomo comune insomma, che distorce anche la realtà. Ma sfido chiunque di voi a fare qualcosa di artistico, anche gratis, e poi sopravvivere in un posto di lavoro 'normale'. Nel nostro mondo non puoi tenere il piede in due scarpe. L'arte è per gli irrisolti, per chi non vuole crescere, aprire la partita Iva e pagare le tasse come tutti. Insomma, nel vostro mondo, lo dico a voi che mi leggete perché io faccio mondo a parte, esistono problemi di serie A e problemi di serie B. I problemi veri, seri, sono solo quelli che hanno tutti i WASP (White Anglo Saxon Protestant), quelli che soffrono dell'etica protestante del lavoro.

Spero per voi che non abbiate mai un attimo di depressione, perché non solo troverete specialisti interessati solo a rimpinzarvi di pillole, non uno che vi parli di Carl Gustav Jung o di archetipi, ma sarete anche considerati dei bambini viziati. Facilmente ricattabili poi: un po' di mobbing e il vostro problema sarà risolto. Vi si butterà via, voi bambini, con l'acqua sporca. Non va meglio necessariamente a chi fa un lavoro artistico, come a quell'altra mia amica modella che mi parla di prostituzione intellettuale: ogni volta che ho un impulso creativo, mi dice, lo uccido perché so che non ci pagherò le bollette. Io mi chiedo come abbia fatto Marina Abramovich ad arrivare ad aprire un istituto. E non voglio immaginare cosa succederebbe se fossimo nei suoi anni d'oro, e il Fatto Quotidiano dovesse recensire le sue performances. Mi immagino i commenti dei lettori su quegli articoli.

Io è da anni che seguo un percorso solitario. Nessuno mi chiede più col mobbing sul posto di lavoro o in altre forme di adeguarmi, di ragionare in una maniera comprensibile e consumabile da parte delle masse, di adorare la famiglia naturale e gli sforzi per pagare le tasse, e non mi trovo nemmeno nella posizione di sfruttare ragazze espressive nel modo in cui le mie agenzie me lo chiederebbero per vendere le mie opere. Però una signora egiziana di cinquant'anni lunedì mi ha chiesto di aiutarla a trovare dei contatti con la stampa per raccontare la sua storia di sofferenza, cosa che sono riuscito a procurarle. In questo mio percorso individuale, scopro ogni giorno di più che la solitudine è condizione prima per poter usare il mio cervello e le mie forze nel modo che ritengo più giusto, lontano da tabù sociali che sapete tutti quanto ci impediscono di essere noi stessi ma che accettate tutti, chi più chi meno, incuranti della dose di violenza con la quale caricate i vostri simili.

So che prima o poi ci sarà l'ennesimo giro di vite anche per me, come lo aspettate voi, ma né in un caso nè nell'altro, che arrivi o non arrivi, io mi sarò macchiato di aver fatto pressione a qualche altro essere umano perché esso assomigli al risultato di un ideale coercitivo cui sento di non appartenere come uomo. Vi guardo spesso, e mi chiedo per quale motivo non operiate allo stesso modo. Ho quarantuno anni, non sono più un bambino, eppure ci sono ideali ai quali io non ho mai abdicato. Negli anni mi è capitato di vedere anche molti artisti invece lasciarsi alle spalle un certo quantitativo di umanità dolente in nome di un minimo, dico un minimo di avanzamento di carriera, di successo, di fattività del proprio business. Non so che cosa vi succeda, perché accettiate questi compromessi, perché a me la situazione fa paura esattamente come a voi. Quindi non so perché voi avete ceduto e io no.

Ma stavo parlando di Genova, di come per una seconda volta nel giro di poche settimane mi sia tornata davanti agli occhi. La seconda è stata per una occasione piccola, estemporanea. Ha voluto il caso che questa settimana un canale televisivo nazionale abbia trasmesso in prima serata il film di Daniele Vicari sul massacro avvenuto alla scuola Diaz nel 2001. Un massacro voluto dalle forze dell'ordine contro dei semplici cittadini. Me le ricordo le reazioni di molti di voi subito dopo quegli eventi. Avevate incominciato a dirmi che 'la sinistra non ci offre soluzioni, sempre e solo conflitti'. Testuali parole. Vi ho visti incattivirvi, diventare cinici, violenti. Molta gente che avevo attorno all'epoca mi ha martellato per mesi perché io, che non ho mai avuto la tessera di nessun partito, cambiassi certe mie prese di posizione, un mio certo modo di pensare, fino a che non ho deciso di abbandonarvi.

Sto parlando a voi che mi leggete come se vi conoscessi. Non vi ritengo tutti colpevoli, ma molti sì. Perché mi ricordo. E in virtù delle vicende che vivono anche alcune persone con cui sono in contatto, quelle di cui vi narro per sommi capi attraverso questo post, dell'odio che circola tra noi esseri umani. Voi avete odiato i ragazzi che sono stati picchiati a Genova perché vi hanno fatto percepire quanto barbaro e crudele è il potere. E li avete odiati perché questa crudeltà non volevate percepirla così vivamente. Li avete odiati perché vi hanno fatto capire che forse era il caso di prendere posizione. Li avete odiati perché vi hanno fatto sentire che anche voi avreste potuto, un giorno o l'altro, essere delle vittime come lo sono stati loro. E avete provato paura. Ma non ve la siete presa con il Potere. Ve la siete presa con i 'comunisti'. Così è per l'arte, così è per i 'diversi'.

Girando per Milano a fare fotografie questa settimana ho quasi totalmente evitato di fotografare persone. Mi sembravano tutte brutte. Tutte intrise di questo odio, di questa quotidianità forzata, infelice, rancorosa. C'è un mondo attorno a noi, fatto di potenzialità inespresse. Voi non ve ne curate. Io sono contento che esistano realtà come IT, che le mie amiche modelle esprimano se stesse, che ci siano artisti che, nonostante le difficoltà, decidono di continuare a creare. Non sapete quanto siete fortunati ad averle attorno. Un giorno andrete a un teatro, vedrete raccontata una storia banale magari, una storia d'amore, e vi ricorderete di un amore che avete vissuto. E la capirete meglio quella vostra storia, perché chi stava sul palco vi ha fatto involontariamente da specchio, seguendo uno di quei misteriosi corridoi che l'arte sa creare.


Ma so anche che molti di voi non si innamorano più, nemmeno della donna che vive sotto il loro stesso tetto. Perché l'amore richiede una generosità che non volete più perseguire, perché preferite vivere come dei robot spaventati. Io ho smesso di giustificarvi. Siete voi gli assassini di voi stessi. Io mi sono sottratto al gioco e mi prendo il lusso, bataillanamente, di dirvelo. Anche perché è giusto che sappiate che voi non siete neutrali, che voi propagate il male come in The Addiction di Abel Ferrara. Siete dei vampiri. E persone come le mie amiche, quelle di cui vi ho parlato, soffrono ogni giorno per colpa vostra. E io a loro voglio bene. A voi no. Perché avete fatto scelte confidando in un tornaconto. Quindi Milano per me questo giovedì era fatta di palazzi, di mura, di specchi, le mille vetrine coi loro mille oggetti, che so in fotografie in bianco e nero assumere mille altri significati. Iniziate a esplorarli, iniziate a cercarvi, prima che sia troppo tardi e la vostra metamorfosi mostruosa sia completa.  





sabato 18 ottobre 2014

Anime Salve

"Titti aveva due amori uno in terra uno in cielo insomma di segno contrario uno buono uno vero" 

- Fabrizio De André


Stamattina mi sono alzato tardi. Devo avere sognato stanotte, ma come spesso accade i miei sogni non me li ricordo. Ho sentito con forza la stessa sensazione che ho provato nei giorni scorsi, sopratutto andando per Milano a scattare fotografie, dal centro vicino al Tribunale fino verso la strada che conduce all'Idroscalo, dove da ragazzo ho spesso ascoltato musica dal vivo. Oggi pomeriggio ci sarà una manifestazione dell'estrema destra contro l'immigrazione. Ci sarà anche una contromanifestazione per fortuna. Ma sentire la mia città natale così divisa e poi attraversarla e vederla così neutrale mi ha fatto un certo effetto. Ricordo quello che scriveva di Milano Giovanni Testori in 'In Exitu'.

Una città fredda, fatta di passanti, con qualche sprazzo di parco pubblico fatto di solitudini alla ricerca di un momento di riposo. Un anziano che si intrattiene con una mamma e il suo bambino. Dei ragazzi che si riconoscono su un tram. Poco, molto poco. Strappare brandelli di città con la macchina fotografica oggi significa portarsi a casa brandelli di solitudine. La fotografia non ha nulla di umanistico. Ci sono miei colleghi che immortalano vecchie professioni, volti che stanno scomparendo, in una fiducia nell'umano che non mi appartiene. Certe volte, se anonimato deve essere, penso, allora che anonimato sia. Penso che viviamo in un mondo disumano. E' quello che ho scritto per un articolo che tra un po' mi metterò a vendere, coi ritratti che lo accompagnano.

Penso ci sia una resistenza fondamentale dell'animo umano a lasciarsi cooptare dal Potere. Senzatetto, migranti, persone che soffrono di disturbi psicologici, sono persone libere che hanno nel proprio DNA una fortissima resistenza a lasciarsi cooptare dalla società. Spesso loro malgrado. Ho visto spesso coi miei occhi che di questa loro libertà rischiano di essere vittime, invece che diventarne portatori sani, contagiatori dell'ordine pubblico. Hanno qualcosa dentro che dice di no. Dice di no all'appartenere a una comunità che si riconosce solo nel proprio essere consumatrice del neoliberismo, del nuovo ordine mondiale. Delle immagini pubblicitarie. Del riconoscersi in modelli di comportamento o in modi di essere disumani. Oggi non esistono più dei contromodelli, dei controvalori. Esiste la solitudine per tutti. Tutti la accettano.

Ascolto le voci che vengono da oltre la mia finestra. Sono quasi tutte voci distorte nel tono. Il loro contenuto non mi arriva nemmeno. Mi arriva il loro essere rozze, tozze, monche, quasi animalesche. Quasi disumane. Non è solo da oggi che mi arrivano così. La maggior parte della gente che mi circonda vive ai miei occhi vite prive di senso. Perché non basta avere un lavoro, una famiglia, dei figli. Anche gli animali sanno riprodursi e procurare il cibo alla loro prole. Mi ha colpito molto al contrario vedere dei vecchi video di Fabrizio de André e sentirlo parlare di anima. Lui che era anarchico, quindi una persona non religiosa, indicando con religiosità un sentimento che oggi ha comunque un suo segmento di mercato. Mi piacerebbe che i miei lettori facessero un esperimento. Dovreste provare questo esercizio di meditazione consigliato dal Dalai Lama.

Dovete sapere che nel lamaismo tibetano il concetto fondamentale è la compassione. Un po' come nella Lettera agli Efesini di San Paolo, dove si parla di Agape, anche i tibetani credono, lo dicono i loro testi sacri, che la caratteristica fondamentale degli esseri illuminati sia il sentimento che ci fa sentire vicini e simili agli altri esseri umani, il sentimento che ci fa muovere in loro soccorso nelle cose spirituali e in quelle materiali. Se ci sentiamo sicuri di noi stessi per le nostre idee, in virtù della nostra intelligenza o delle 'lezioni' che pensiamo di aver imparato dalle nostre esperienze, siamo a rischio di poterci perdere. Ora, per generare questo sentimento, il Dalai Lama Tenzin Gyatso ci suggerisce un esercizio di meditazione. Provatelo.

Si parte dall'idea che, se esiste un ciclo delle reincarnazioni, e se questo ciclo è infinito, questo significa che ogni essere umano presente al mondo è stato, in una fase di questo ciclo, nostra madre, o che noi siamo stati la madre di ogni altro essere umano. Meditate (sì, con le gambe incrociate e gli occhi chiusi) su questo, e poi pensate a una persona cui volete bene. Poi ripensate al ciclo delle reincarnazioni, alle sue conseguenze, e pensate a una persona che ritenete 'neutra', come un vostro vicino di casa, o un vostro collega di lavoro. Ora pensate nuovamente al ciclo delle reincarnazioni, alle sue conseguenze, e a una persona che è vostro 'nemico', qualcuno che vi ha fatto o che potrebbe farvi del male.

Fatelo sul serio questo esercizio. Lo sentite come cambiano i vostri sentimenti nei confronti delle persone reali sulle quali avete meditato? Potreste addirittura scoprire di avere per la prima volta dei sentimenti, perché viviamo in un mondo che spesso ce li uccide. Lo sentite come la meditazione, come i vostri sentimenti remano 'contro' il mondo in cui vivete? Vi stupite ancora che esistano masse di alienati, che esistano persone che col mondo non si trovano a proprio agio? Non vi viene da pensare che non siano loro gli alienati, ma voi? Il buddhismo non è una religione facile. Lo sapevano i brahmini indiani che, quando il buddhismo è nato, ne hanno colto il potenziale anarchico e hanno fatto di tutto per annacquarlo. C'è un sentimento nichilistico molto forte nel buddhismo, ma è un nichilismo strano. Un nichilismo che dice 'non c'è nulla, solo il vostro cuore'.

Eppure il buddhismo, come tutte le religioni, è nemico del corpo e della sessualità. Ha paura che nascano legami forte col mondo delle apparenze, col Potere. Ma anche Osho, che ha scritto interi libri sul Tantra, le tecniche sessuali-spirituali, scrive cose immonde ad esempio sulla omosessualità. E oggi viviamo in un mondo in cui si crede che la spiritualità e il sacro siano concetti coltivati solo dalle tradizioni religiose, tradizioni di cui sta cercando di liberarsi. Da un lato per via di un movimento meramente pneumatico, per cui se religione e spiritualità non fanno più parte del business, semplicemente non è più il caso di parlarne come non si parla di depressione o di psicosi. Faccio notare che chi è religioso spesso si limita a seguire delle regole, non necessariamente a coltivare l'anima, che è fatto squisitamente individuale.

D'altro canto, a parte questo scivolamento da parte di tutto ciò che è la 'commercialità' del nostro mondo verso qualcosa di più consumabile che non sia l'anima – è quello di cui parlava decenni fa Pasolini, e le cose da allora sono solo peggiorate – e il credere pneumaticamente a questo fatto come dovuto al progresso della ragione, c'è da dire che non so quanti omosessuali sarebbero disposti a credere in sistemi filosofici che li contemplano sempre e solo come persone a metà, i cui desideri non corrisponderebbero alla 'natura' fatta come vorrebbero le sentinelle in piedi. Io li capirei perfettamente se a questo giro levassero i tacchi e si recassero altrove per cercare di implementare la propria vita di positività. Eppure Genet ha utilizzato un linguaggio spesso preso di peso dalla sacralità, consapevole che tutto quello che siamo è anima, e che l'amore è anima.

Occorrerebbe una spiritualità anarchica. Ci vorrebbe che ci mettessimo a spulciare tutti i testi di tutte le tradizioni religiose, in modo da prendere il meglio da culture sviluppatesi millenni fa, il meglio del loro sapere sull'animo umano, e sganciarle da pregiudizi che il tempo ha dimostrato essere solo tali. Il sufismo parla di un contatto con la divinità in cui l'uomo perde i confini della propria esistenza? Benissimo, lavoriamo per sviluppare tecniche che ci permettano di entrare in contatto con la parte più profonda di noi, come hanno fatto i surrealisti. Il buddhismo ci insegna a non creare un ego che parta dalla coscienza del proprio dolore per costruire un individuo chiuso ai nostri simili come una monade? Benissimo, lavoriamo per creare una coscienza diversa.


Una mia amica mi ha scritto che si ritrova ad uccidere ogni istinto creativo perché sa che non le darebbe da mangiare. Mi domando come viva i propri sentimenti, come li viviamo tutti. Non saranno forse monche le nostre storie d'amore se ci troviamo a eliminare tutto ciò che non possiamo monetizzare? Non sarà il nostro vivere sociale una forma di 'sindrome di Stoccolma'? Non è che accettiamo il mondo come è fatto solo nella speranza che sia clemente coi nostri sogni e con le nostre speranze? O abbiamo smesso di sognare e sperare? Dov'è finita l'utopia? Dove sono i nostri slanci? Cosa significa coltivare la propria anima? E' qualcosa che dobbiamo considerare superato o considerare legato alle superstizioni?  



sabato 11 ottobre 2014

We Are All Hiv+

"Il popolo deve difendersi contro i suoi nemici"

Patrice Lumumba


E dunque, come vi anticipavo la volta scorsa, la mostra su William Klein. Diciannove fotografie esposte con ingresso gratuito alla Leica Galerie vicino al Duomo, di cui otto tratte dal volume KLEIN+BROOKLYN+KLEIN del 2013 e per il resto vecchi e famosi scatti in bianco e nero tra cui 'Club Allegro Fortissimo' e 'Smoke+Veil', e stampe a contatto dipinte a mano. Vi confesso che ho sofferto molto, perché per Klein avrei voluto che Milano fosse capace di organizzare una grande mostra. Scattare per me significa organizzare una visione del mondo. Non ci sono più artisti visionari come Klein in giro, per quello per lui avrei sperato in Palazzo Reale, che sta a poca distanza dalla Leica Galerie tra l'altro.

Non so dove sta andando l'arte oggi, io so solo che sto tracciando un percorso parallelo a tutto e che non trovo più fratelli. Ma Klein è un prezioso padre. Come Moriyama, come D'Agata. Mi ero spostato dalla musica alla fotografia proprio per questo motivo: non solo per sperimentare in prima persona, invece che limitarmi ad annusare la creatività altrui scrivendo, ma anche perché sentivo che in fotografia certi nomi ancora presenti sul mercato come quelli che vi ho nominato sono inassimilabili al mercato stesso, pur avendo in esso una loro collocazione. In musica, per un certo tipo di discorso portato avanti anche dal mercato indie, questo oggi non è più vero. Non che non ci siano grandi figure lì. Ma sono tutte molto 'mature'.

Peter Brotzmann, sassofonista che io avevo intervistato, ha 71 anni. Lui si ricorda la Germania post nazista, la stessa descritta da Fassbinder in 'Lola'. Nate Wooley ne ha 40, è un ottimo erede di Bill Dixon ma il suo discorso artistico è prettamente musicale, avulso da ogni contesto sociale o politico. Diciamo che, i musicisti mi contesterebbero per questo ma io credo sia la verità, è quanto il mercato richiede loro. In un certo senso. In fotografia, poniamo che William Klein, che di anni ne ha 86, sia l'equivalente di Brotzmann. Non è del tutto esatto ma diciamo che Klein ha anticipato la pop art di Warhol e mille altre avanguardie, mentre Brotzmann ha trasposto Fluxus in musica ed è contemporaneo oltre che amico di Nam June Paik. D'Agata ha 53 anni e nei suoi ultimi progetti ci sono la Cambogia della prostituzione e della droga, e nell'ultimissimo Odysseia si parla di migrazioni.

Ecco, io, anche se finora qui avete visto solo street photography e scatti fatti a me stesso o ai miei amici, preferisco vivere in un mondo artistico che si occupa di quegli argomenti. Che non scardina la sperimentazione formale dal mondo reale, e che fa dell'arte un metodo per riflettere sul e analizzare il mondo reale. Di più. Mi diceva una modella, parlandomi di D'Agata che le ho fatto conoscere, di aver guardato le sue foto col nodo alla gola. Di aver visto un fotografo che si mette allo stesso livello dei propri soggetti in un modo bello e terribile allo stesso tempo. E mi augurava di non immedesimarmi mai con personaggi simili. D'Agata ha solo dodici anni più di me. Ma mi posso riconoscere nel suo lavoro, sebbene le mie foto siano molto diverse dalle sue.

Se faccio fotografia so di avere attorno persone così, che hanno portato la propria sensibilità umana al massimo. Lo scrivo per tutti coloro che mi hanno visto passare dalla musica a quest'altra forma d'arte, e che magari si sono chiesti il perché. In musica non c'è nulla di simile oggi. Non capitemi male, io continuo ad ascoltare musica in privato. Per lo più cose vecchie, cose che magari sono legate alla mia storia di ascoltatore. Ho tutti gli album di Fabrizio De André. Da quando ho recuperato 'Palermo Shooting' di Wenders, che è un bellissimo film sulla fotografia e la sua relazione con la morte, ascolto spesso il disco con l'indiano in copertina. Seguo molto i programmi dedicati all'hip hop, perché mi piace molto il concetto di una musica che nasce dalla strada e nei cui versi gli autori raccontano quello che vedono, ma è una musica che sta diventando vecchia e autoreferenziale, se parliamo di 'grandi numeri'.

Non mi sento a mio agio coi suoni, il mondo della musica è un mondo che non mi appartiene più, e che forse non mi è mai appartenuto del tutto. Il mondo della fotografia non è un mondo. Sono solo col mio percorso, ogni tanto tocco altre persone che stanno seguendo il proprio, ma ci sono delle figure come quelle di cui avete letto qui che mi lanciano addosso schegge che mi lacerano la pelle, che invece di costruire attorno a me una placenta di senso all'interno della quale muovermi mi lasciano ancora più nudo, senza fiato, e arrivare a quel livello di comunicazione non è una questione di tecnica, ma una questione di maturità umana. Non trovo nulla del genere nel mondo del suono.

Ci ho messo un anno prima di percepire che i miei progetti fotografici, che i miei scatti avevano un senso. Quelli che vedete in questo post, e che ho realizzato dopo essere uscito dalla Leica Galerie, li ho fatti contravvenendo a un consiglio che spesso viene dato ai workshop. Di solito nei corsi di fotografia ti insegnano quando sei per strada a evitare la tecnica shoot and run. Che è invece quello che ho realizzato io. Questo scattare senza guardarti indietro, o senza guardare meglio, ti mette in uno stato d'animo particolare. Non puoi sapere se hai fatto delle belle fotografie. Sai solo che stai scattando. Ti manca del tempo per settare dei parametri, come l'esposizione o l'inquadratura. Inoltre la gente si muove come te, e tutta questa velocità aggiunta ti costringe a fare.

Sei fuori dall'estetica. Sei nell'immediato. Rende l'ambiente che ti sta attorno e che stai fotografando non famigliare. Stai vivendo la fotografia come esperienza. E stai provando quella sensazione che Freud definiva unheimlich. Il perturbante per il padre della psicanalisi è quell'attimo in cui una situazione apparentemente famigliare rivela aspetti sconosciuti di sé. In pratica è il ritorno del rimosso, il ritorno dell'inconscio. Tutto il surrealismo, anche fotografico, ha giocato con questo ritorno del rimosso tramite l'arte. Le fotografie di Man Ray come l'Ulisse di Joyce ne sono tra i massimi esempi. Ora siamo pronti per fare un passo oltre. Per andare oltre l'inconscio, oltre il rimosso. Viviamo in un mondo che non è più quello che conosceva Freud, e anche l'arte deve prenderne consapevolezza e reagire.

Il mondo in cui Freud inventa la psicanalisi è un mondo borghese e patriarcale. Un mondo dove rimuovere e reprimere sono le parole d'ordine per vivere in società. Quello che vuole Freud tramite la psicoanalisi è costruire una società che dia voce al senza voce, all'inconscio. E' un sogno umanista. Il poeta arabo Adonis ha dimostrato come ci sia una forte affinità tra il sufismo e il surrealismo, dove Dio nella sua unione mistica con l'uomo è sostituito proprio dall'inconscio. Ora io penso che siamo maturi per creare un'arte dove, come diceva Brad Pitt in 'Fight Club', possiamo considerare il fatto di non piacere a Dio. O all'inconscio. E se avesse ragione Terre Thaemlitz, l'artista transgender, nel dire che qualsiasi deterritorializzazione e riterritorializzazione non sia altro che un modo per prendere il potere e rifare il potere? Per chiedere un posto in una struttura dotata di senso a priori?

Cosa significherebbe allora vivere da oggetto parziale, vivere da sintomo? Intanto dovrei parlarvi delle persone che ho fotografato per un progetto non ancora concluso e provvisoriamente intitolato 'Non mainstream portraits'. Quelle persone, che vivono per strada e magari vanno in qualche associazione a mangiare, o che vivono in comunità terapeutiche, o che hanno una vita normale ma scandita da un lutto che ha marcato un 'prima' e un 'dopo', non sono cooptabili in un discorso fatto con le parole del mainstream. Sono portatori potenziali di un proprio linguaggio che non diventerà mai maggioritario. Una donna ha smesso di dipingere dopo la morte del figlio cinque anni fa, ma anche prima non era disposta a vedere i suoi quadri, a scambiare la propria creatività con del denaro. Scriverò nei prossimi giorni l'articolo su quelle persone. Un articolo che sarà molto personale. Perché non è possibile parlare di altri senza parlare di sé.

Ora voglio sprecare un po' del mio tempo per parlare delle sentinelle in piedi e dell'Islam in Europa. Partiamo dalle manifestazioni cosiddette 'per la libertà di pensiero'. Se leggete Tempi – ma anche se solo avete visto il Tg2 – pare che gruppi e associazioni indicate come lgbt e 'di sinistra' abbiano addirittura picchiato chi si portava un libro da leggere in piedi per manifestare contro il decreto legislativo proposto da Scalfarotto. Io mi limito qui a una considerazione. Mesi fa a Venezia c'è stata una manifestazione organizzata da Forza Nuova contro le 'fiabe gay'. In realtà si trattava di quattro albi che trattano il tema omosessualità mescolati con altri 45 il cui scopo era cercare di decostruire vari tipi di stereotipi culturali.

Ma la manifestazione organizzata da Forza Nuova non lasciava adito a nessun tipo di fraintendimento. 'Culattoni!' urlato a gran voce e altre simpatie del genere, per una manifestazione che prendeva un fatto inesistente a spunto per una polemica a favore dei soliti stereotipi sulla mamma e sul papà. Fermo restando che il reato di omofobia e transfobia potrebbe aiutare ad esempio molti ragazzi che a scuola rischiano di essere bullizzati a venire tutelati dalle istituzioni – ricordo che negli USA c'è un alto tasso di abbandono scolastico per episodi di questo tipo e che ho conosciuto anche io una giovane transessuale che la scuola la ha lasciata – credo che se i cattolici vogliano manifestare per poter dire che papà e mamma sono insostituibili almeno dovrebbero prendere le distanze da un certo neofascismo.

Del resto la società italiana ha chiesto agli islamici che qui vivevano di prendere le distanze dall'IS. Mi chiedo quindi perché la stessa società non chieda ai cattolici di allontanarsi da una certa vecchia ideologia totalitaria. E' ancora un mistero per me il motivo per cui, in un Paese come l'Italia, dove la maggior parte della gente non vive in maniera così legata all'ideologia cattolica come avveniva magari sessant'anni fa, ci possa essere la tendenza a credere che tutto il mondo islamico sia di fatto intransigente e integralista. Forse per la nostra vecchia abitudine a guardarci l'ombelico e a non relazionarci con l'altro per come esso è effettivamente, limitandoci ai si dice e alle apparenze. Io tra una donna che porta il velo e una presentatrice televisiva non so dirvi chi mi sembri più sottomessa. O forse sì, ma forse andrei contro il vostro comune senso del pudore televisivo.

Trovo anche molto strano vivere in un mondo che diventa giorno dopo giorno un contenitore vuoto in cui rimanere solo perché si spera di avere, un giorno, non si sa quando, un posto – o magari perché non si sa dove altro andare – e vedere poi questo contenitore vuoto diventare improvvisamente pieno di valori quando c'è un nemico esterno che ci chiede conto di quanto sappiamo fare, o che minaccia di invaderci. Ecco che questo apporre un segno più su di un mondo dominato dall'ultraliberismo mi fa riflettere su come si diventa cagnolini del potere nostro malgrado, anzi con la nostra buona collaborazione. Preferisco approfondire in futuro con un buon servizio fotografico, quindi per ora mi limito a lasciarvi qui qualche appunto, qualche impressione, qualche macchia di senso.

Io ci ho vissuto in un quartiere detto islamico a Londra, qualche anno fa. Non era come quello che ho visto lunedì in un servizio televisivo, con l'Imam e i suoi fedeli che strappavano via i cartelli pubblicitari dei locali perché lì 'si fa musica e si beve'. Il mio quartiere era 'laico', multietnico, eppure come quello visto in tv poverissimo. Se in questi ultimi anni un certo 'integralismo', diciamo un certo 'bisogno d'ordine' – che è sempre integralista, ma lo abbiamo anche noi occidentali – si impone, io credo che questa sia una conseguenza della mancata integrazione. Non si può giocare poi con la paura dell'uomo nero per dimenticarci dei passi in avanti che non abbiamo fatto dal punto di vista sociale.

Ho vissuto a East Ham per due mesi, gli ultimi due del mio soggiorno londinese. In due case diverse. La prima era di proprietà di un musicista bangladese. Per un paio di settimane ho dormito al piano superiore. Il padrone di casa con la moglie e un amico dormiva nella stanza a fianco alla mia. Sotto di noi, una coppia di colore. Quando è arrivato il fratello, mi sono trasferito al piano di sotto, provvisoriamente, mentre la coppia di colore si trasferiva in un'altra casa. Per cercarmi un altro alloggio mi sono messo a rovistare negli annunci incollati sui muri, assieme agli annunci di lavoro, e quindi mi sono trovato in quest'altro appartamento dove condividevo una stanza con un altro ragazzo. Anche in questo appartamento gli otto occupanti, due per stanza, venivano dal Bangladesh.

Erano quasi tutti disoccupati, e tutti laureati in ingegneria informatica al loro paese. La media di permanenza a Londra era di otto anni a testa. Mantenuti dai loro famigliari. Un ragazzo aveva trovato lavoro presso Tesco, una catena di supermercati, come magazziniere. Ovviamente un lavoro notturno. Mi sono chiesto se i lavori per chi viene da fuori l'Europa per ragazzi come questi fossero tutti all'insegna dell'invisibilità, ma poi vedevo molti ragazzi lavorare nei negozi, supermercati, comunque sempre in situazioni di semplice sopravvivenza. Se nei locali del centro, dove avevo visto il figlio di Fela Kuti cantare e imbracciare il sassofono, qualche persona di colore ogni tanto alzava il pugno chiuso, qui al massimo c'era un timido faccino di Obama su qualche quotidiano.

Vi sembra strano che in queste situazioni, con persone che vivono ai limiti della povertà, possa fare successo qualche personaggio che si pone come moralizzatore di costumi e raddrizzatore di schiene? Se sì, allora non vi siete confrontati con la Roma di periferia dove alcuni ragazzi stranieri sono stati picchiati mentre cercavano di prendere un pullman, rei secondo la gente per bene di aver accesso ad aiuti dello Stato che di solito finiscono nelle mani degli enti che poi dovrebbero premurarsi di distribuirli e che invece li tengono per sé nelle proprie tasche, di essere molesti con le ragazze native e di togliere lavoro. Aggiungo che in questi giorni, per la precisione dal 13 al 18 ottobre, la polizia italiana sarà impegnata in una operazione chiamata 'Mos Maiorum'.

Tutti gli aeroporti e i posti di frontiera verranno presidiati per impedire a migranti senza permesso di soggiorno di varcare le frontiere per raggiungere il Paese dove vogliono chiedere asilo. C'è una legge da molti ritenuta incostituzionale varata in Europa secondo la quale i migranti debbono fare richiesta di asilo nella prima nazione in cui giungono, senza preoccupazione per il fatto che magari essi hanno parenti già emigrati e risiedenti in altre nazioni. Dei quindicimila migranti giunti in Italia di recente solo 47 ad esempio hanno chiesto asilo al nostro Paese. Obbligarli tutti a stare qui diventa oltre che contrario al senso comune anche insano. Chissà che, nel semestre di presidenza della Commissione Europea, il nostro governo non si occupi anche di rivedere questi trattati.


Nel frattempo questa settimana ho visitato una associazione che coi migranti ci lavora. Hanno uno studio medico dove forniscono cure e spesso medicine gratuitamente. Non si possono fermare i flussi migratori. Provarci, come cercherà di fare l'Europa con Frontex Plus una volta finita l'operazione Mare Nostrum, significherà violare dei diritti umani. Forse ora capite perché nel fare foto ho adottato la tecnica dello shoot and run. Come dicevo poco fa ad Annalisa, siamo tutti omosessuali, negri, ebrei, disabili. E' la nostra essenza, che ci piaccia o no. Il potere ci tratta come tali. Assimilare il discorso del potere e fare finta di appartenere a un mainstream qualsiasi è una trappola che dobbiamo evitare a tutti i costi.  



sabato 4 ottobre 2014

La città dietro il mare

"Il modo migliore per venirne fuori è sempre buttarsi dentro"

- R.L. Frost

Quindi da giovedì prossimo ci sarà a Milano una mostra su William Klein, alla Leica Gallery. Ho visto questa settimana il catalogo, e come al solito sono rimasto incantato nel vedere cosa il genio di New York ha realizzato nella sua città natale. Le sensazioni che mi suscitano le fotografie di Klein sono difficilmente traducibili a parole. Ci sono delle cose che solo lui ha pensato di trasporre in forma di fotografia, e parlare di 'approccio ironico' a me non basta. Per me Klein è un visionario dalla mente lucidissima, e ogni suo progetto fotografico ha spostato di un tratto i confini di quest'arte.

Non basterebbero tutti i saggi di fotografia di questo mondo per descrivere il lavoro di Klein. Si potrebbe parlare di istinto contrapposto alle regole, sì ma non è sufficiente. L'istinto non è uguale per tutti. L'istinto di Klein applicato alla sua arte fotografica è tale per cui dopo aver visto le sue foto non vedi più la realtà che ti circonda nello stesso modo. Se te ne lasci infettare. Quel piccolo scarto che sottilmente ti colpisce e non ti lascia più tornare a casa. E non è solo una questione di grandangoli, di mosso o di sfumato. Lo senti a impatto, a pelle, che le foto di Klein sono 'qualcos'altro'. Come il jazz di Ornette Coleman.

Tutti i fotografi giapponesi che ho amato di più, quelli dell'era Provoke, sono in qualche modo figli di William Klein. Sono tutti artisti che come Klein avevano una visione. Non si limitano a fare 'belle fotografie'. Fanno di più: donano la vista. Rinnovano la realtà. Anni fa quando scrivevo di musica leggevo che secondo John Cage la musica d'avanguardia avrebbe dovuto rinnovare il modo con cui ascoltiamo il traffico, i suoni della città che ci circonda. Klein fa la stessa cosa con le immagini. Ci fa vedere il mondo come per la prima volta, lasciandoci col desiderio di fare la stessa cosa.

Le mie fotografie piacciono. A parte le modelle che mi fanno i complimenti, c'è un ragazzo che mi ha proposto di organizzare una mostra con dei miei scatti urbani. Come mi sento rispetto a questa cosa? Sinceramente mi fa piacere sapere che sono arrivato da solo a un livello per cui potrei essere esposto, ma l'idea di organizzare un evento su di me non mi fa impazzire. Anche perché vedo come sono gli eventi a Milano per persone come me. Porti amici, non spargi semi. Mi è stato proposto di passare dei giorni presso una associazione milanese che si occupa di migranti richiedenti asilo, per un reportage su di loro. Dovrei stare qualche giorno con loro senza macchina per conoscerli e vedere cosa fanno.

Poi da questa conoscenza potrebbe nascere il reportage. La trovo una cosa molto interessante e spero di riuscire a farlo. Ieri sera ho visto che nel breve periodo in cui l'Italia ha stretto accordi con Gheddafi per rimandare i clandestini sulle coste libiche, ci sono state notificate dagli organismi internazionali delle violazioni per i diritti umani. E ora che Mare Nostrum è finito, Frontex Plus con i suoi steccati nazionali, veri e propri muri in certi Stati europei, e accordi simili si macchierà degli stessi delitti. Quindi un buon risultato dalle mie foto lo posso concepire in termini di informazione, di cambiamenti. Un servizio fotografico cambierà la realtà? Queste sono le domande che mi girano in testa, che qualcuno veda le mie foto e le apprezzi esteticamente non so.

La fotografia per me è un mezzo per avvicinare la realtà, per guardarla con occhi diversi. Affermazione personale e affermazione di un ideale di realtà per me vanno di pari passo. Si è una persona migliore quando si vive in un mondo migliore, e per costruire un mondo migliore bisogna convincere altri a farsene carico. Espandere l'area della coscienza si diceva negli anni Settanta. Così mentre prendo accordi con l'associazione milanese leggo che il CIE di Lampedusa potrebbe tornare agibile in meno di un mese. Le contraddizioni del nostro mondo si moltiplicano, qualcuno soffrirà e molto, i percorsi individuali, che già dieci anni fa venivano nemmeno tanto tollerati, oggi paiono proprio essere schiacciati nel nostro mondo. Mentre tutti fanno spallucce.

Ecco, il pensare a una mostra su di me mi fa riflettere sulla mia identità di essere umano. Vorrei vivere in un mondo più a misura d'uomo. Perché non si può vivere felici in un mondo ingiusto. E' tanto che non credo più al discorso relativo al lavorare sulla propria consapevolezza. Perché è un lavoro che ho già fatto. Io sono consapevole, sono una persona migliore rispetto al mio passato. Vivo meglio. E vivo in un paese vicino a Milano da cui qualsiasi omosessuale scapperebbe. Pur essendo un paese benestante. Certe volte mi chiedo cosa significhi amare qualcuno circondati da steccati e barriere mentali. E penso che bisogna lottare per abbatterle, quelle barriere. La felicità personale non è proponibile come ideale 'chiuso'.

Eppure l'amore è importante. Non si può vivere senza. Ma ho già sperimentato che l'amore è monco se non puoi cambiare il mondo che ti circonda in meglio. Me ne sono accorto tanti anni fa: era bellissimo avere qualcuno con cui passare la notte, ma sentivo il fuoco covare sotto la cenere. Nei sogni che facevo. Ma anche nella realtà che vivevamo. Per questo mi sono sempre domandato cosa fosse davvero l'amore. Non è solo un sentimento. Non è solo il desiderio di avere a fianco qualcuno con cui condividere la tua esistenza. Sicuramente per me non è il desiderio di fare una famiglia. Non in senso borghese, crearsi un nido, crearsi un rifugio. Perché quello che hai attorno te lo inquina. E quindi è il caso di occuparsene.

Inquina il modo in cui guardi l'altro, inquina il modo in cui l'altro o l'altra ti guardano. Guardatevi The Cambodian Room, il documentario su D'Agata, e osservate i dialoghi tra lui e la donna. Non c'è bisogno che la vostra lei eserciti quella professione per arrivare a quel tipo di dialogo, un tipo di dialogo dove le parole sono la parte più irrilevante, dove attorno a voi circola liberamente una domanda su chi siete e cosa state facendo in quel momento. Secondo me, se non c'è un momento in cui circola quella domanda, indipendentemente dal fatto che rispondiate o no, se non circola quella domanda non è vero amore.

Può andarti tutto bene, ma anche nella vita secondo me è così: se hai un lavoro che ti piace, soddisfazioni professionali, soddisfazioni personali, ma non c'è un momento in cui il nulla ti tocca e in cui questo contatto ti cambia, almeno in potenza – potresti andare dove vuoi a partire da quel momento - vuol dire che in fondo non te ne frega un cazzo di niente. Vuol dire che accetti quello che hai e quello che sei dandolo per scontato. Che non ci tieni. Penso addirittura che dovremmo incorporare in quello che facciamo, nei nostri mondi, dei momenti che ci aiutino a percepire il vuoto, se tutto dovesse scomparire.

Io non ho mai sopportato una vita piena. Anche quando ero a Londra e cercavo lavoro, andavo a ballare, cercavo contatti per scrivere, mi ricavavo sempre uno spazio per potermi ascoltare dentro. Anche a costo di qualche solitudine in più. Aver vissuto sei mesi da solo in cerca di fortune mi ha cambiato la vita in meglio. Come quando la notte sugli autobus traducevo l'inglese dei peruviani ai conducenti, un po' spaventati dall'avere a che fare con degli stranieri, e loro poi mi salutavano col sorriso. Quel buco indispensabile su come è fatta la realtà, se non possiamo magari farla meglio, rifarla, darle un senso diverso da quello che ci è stato insegnato.

Se ci pensate bene è anche il senso, o uno dei sensi, della fotografia di William Klein. Quel suo indugiare su cose che apparentemente non farebbero una buona fotografia. Quel fotografare cose che nessun altro avrebbe mai fotografato. Quel mettere in discussione cos'è la fotografia. L'uomo ha bisogno di certezze, e quando se le costruisce ci muore dentro. Abbiamo tutti bisogno di avere posti o situazioni che stimolino la nostra fluidità, la nostra naturale propensione al cambiamento. Vi consiglio di innamorarvi di una donna già impegnata, di dedicarvi almeno per un po' a qualcosa che non vi porterà nessun frutto visibile, di incontrare situazioni che vi facciano porre una domanda su chi siete. Perché a quelle domande nessuno potrà mai rispondere al posto vostro.

Intanto lo spazio che fino a gennaio scorso apparteneva a Forma lo scorso weekend è stato occupato da ZAM, Zona Autonoma Milano. Il collettivo milanese aveva promesso di aprirvi dei laboratori, ma dopo due giorni, il lunedì mattina, è già stato sgomberato dalle forze dell'ordine. Pacificamente questa volta. Il problema dell'occupazione è un problema che ho già sfiorato questa tarda primavera. Ho intervistato e fotografato un senza tetto, ho parlato un po' con chi lavora nella associazione che me lo ha fatto conoscere e tra i tanti argomenti ho chiesto anche delle occupazioni che a Milano non sono solo legate a collettivi come ZAM. Pare che l'Aler, l'ente comunale che gestisce le case popolari, non riesca a soddisfare tutte le richieste di alloggio – voglio restare neutro perché non ho ancora approfondito bene l'argomento – e spesso i cittadini, da soli o in gruppo, fanno da soli.

Per chi è senza fissa dimora è un po' più difficile, pare che di mezzo ci siano le difficoltà soggettive che in alcuni casi conducono all'isolamento sociale a rendere difficile organizzarsi e 'resistere'. Come una schizofrenia o altre patologie psichiatriche ad esempio. In realtà io credo che il problema sia più 'semplice'. Chi occupa per me ha una sorta di fiducia nella migliorabilità del reale, fiducia che non tutti abbiamo e che è una questione 'antropologica' comunque poco dibattuta. Si può essere 'contagiati' da questo tipo di fiducia, e lo spazio di cui parlavo sopra, lo spazio personale, è fondamentale. Purtroppo la solitudine, come 'occorrenza sociale', non sempre favorisce la propria coincidenza con quel tipo di esperienza.

Ma sarebbe interessante che i due mondi, quello del nudo bisogno, e quello della fattività, si incrociassero. Io ho appena iniziato a esplorarli entrambi a livello sociale, e sono interessato a vedere come si potrebbero ibridare e con quali risultati. Per questo motivo in questa sede parlerò poco di Forma e delle polemiche che hanno seguito al mancato rinnovo del contratto da parte di ATM Milano. Sono più interessato a quanto sarebbe potuto accadere col prolungarsi dell'occupazione e, visto che una sede di ZAM è vicina all'associazione con cui dovrei collaborare per il mio progetto sui rifugiati politici, anche se le due non hanno relazioni dirette, almeno che io sappia, potrei approfittare per farci un salto e iniziare a conoscere gente cui potrei riservare un po' di posto nella mia agenda.