sabato 29 novembre 2014

Put the Freak Up Front

“Prova a meditare sul sentiero, devi solo camminare fissando la strada sotto i piedi senza guardarti intorno e così cadi in trance mentre la terra scorre sotto di te.”

-- Jack Kerouac, 'I Vagabondi del Dharma'


Domenica pomeriggio presenterò un mio reportage fotografico a un convegno milanese che ha come tema principale l''arte negletta', ovvero le creazioni artistiche di soggetti con disagio psicologico che, per la loro particolare situazione, non si vedono riconosciuti dalla cultura ufficiale come artisti. Ci sarà molta musica dal vivo, sarà come una specie di festa. Il mio reportage non ha ancora un editore, ma eventualmente aprirò un sito internet dedicato. Ci tengo molto a questi soggetti 'fragili', per via di quello che ci raccontano sul nostro mondo.

Oggi che molti pensano che le malattie mentali o i disturbi psicologici siano di origine genetica – perché per molti è più bello pensare che basti una medicina, che non occorra industriarsi più di tanto a comprendere il senso di una vita e il senso del disagio – dare voce o volto a chi è portatore sano di un potenziale rinnovamento dell'umano pare 'fuffa ideologica', come se persone con un disagio psicologico fossero solo dei poverini da curare. Nel mondo contemporaneo forse è scomparsa la 'macchia' sociale con cui venivano incasellate le famose 'isteriche', ma è diminuita la voglia di capire.

Sono molto curioso di vedere cosa i miei 'amici' proporranno, invece, perché questo è un periodo molto strano per l'arte. Ho di recente riletto Kerouac e Ginsberg, e quella libertà io non la ritrovo nel mondo artistico di oggi. Quella libertà, è stata rifiutata ed etichettata. Ne stiamo tutti pagando un prezzo, perché anche i nostri sogni sono meno liberi. Il sogno di Kerouac e Ginsberg era 'conoscere'. I nostri sogni sono improntati alla mera sopravvivenza. Eppure quando arrivano gli attacchi di panico, vuol dire che il nostro corpo ci dice 'no'. Che non possiamo vivere solo per avere dei soldi, un lavoro, magari una famiglia, ma in un mare di vuoto.

A Milano, la mia città natale, gli sgomberi contro gli 'abusivi' proseguono da una settimana buona. Pare che gli appartamenti svuotati riportino cicatrici: sanitari rotti, cose così, dalle forze dell'ordine. Eppure ci sono circa ottomila case sfitte, pronte per essere abitate, mentre in città dilaga la guerra dei poveri. 'Fate bene, così qui ci verranno ad abitare degli italiani' dicono alcuni. Ma esistono anche i comitati di quartiere – non i 'centri sociali' come dice la stampa sempre male informata quando succede qualcosa 'di sinistra', lo scrivo ironicamente – che invece pensano a un'altra politica.

Questi comitati cittadini si occupano, al contrario di chi fomenta la guerra tra poveri, di unire le forze tra persone, in modo tale che chi si trova in difficoltà non si senta solo, non venga lasciato in disparte, ma possa sentirsi parte di una comunità che lo sostiene nei momenti di maggiore sconforto, e credo che questa direzione potrebbe permetterci di creare da subito un mondo più a misura d'uomo. O vi siete scordati di cosa siamo fatti, e quali sono i nostri desideri? Pensate veramente che lasciare decidere al destino le nostre sorti salvo lamentarci del freddo della notte sia una soluzione degna di esseri umani?

Ovviamente a Milano c'è spazio per tutti, ed è così che oggi ci sarà anche un megaraduno nazista con tanto di bands inneggianti a Priebke e a tanti altri 'eroi' della 'resistenza bianca'. Non so se la raccolta firme cui ho partecipato per impedirlo sarà servita a qualcosa – lo leggerò nei prossimi giorni – ma vi segnalo che, oltre a credere che i malati di mente non debbano fare figli perché trasmetterebbero ad essi i germi della psicosi – sì, c'è gente così in giro, credetemi – c'è anche chi crede che l'Italia debba essere 'bianca e cristiana', e non 'gay e mussulmana'. Ci sono pure gruppi su Facebook dove potete esprimere il vostro 'bianco' parere.

Sono molto preoccupato da questa deriva sociale. Un mucchio di gente si preoccupa solo di portarsi a casa lo stipendio, mentre molti altri sono intenti a creare divisioni. Ma io vi dico che solo se ci relazioneremo con le minoranze, gli extracomunitari, le prostitute, i malati, potremo misurare il polso dell'umano e dar vita a sogni e visioni all'altezza del nostro sentire. La vita è breve. Io ho già quarantun'anni. Ho viaggiato e vissuto all'estero, ho vissuto momenti bellissimi, dal punto di vista culturale, e ho visto una povertà in certe situazioni come voi da qui non la potete neanche immaginare.

Nutrirsi di bellezza e sentirsi ancora più impotenti di fronte all'indigenza è un tutt'uno, questione di cuore. Decenni fa, in USA, musicisti di colore che frequentarono scuole di musica pubbliche diedero vita a un movimento artistico che permise loro di esprimere la propria visione dell'arte e della società senza freni inibitori, senza alcun tipo di autocensura, sganciandoli dal circuito perverso dell'autolesionismo della vita di strada. Qualcuno oggi meritatamente vince delle McArthur's Fellowships. Possibile che voi vi accontentiate di X Factor?

Ancora più indietro nel tempo, uno come Kerouac viaggiava su treni merci sporchi, dormiva all'addiaccio, per sperimentare la vita in Messico o in altre parti del suo continente, viaggiava per conoscere la vita – ci sarebbe da lamentarsi altro che dei nostri 'extracomunitari', questi erano fricchettoni cannaioli sballati appassionati fai-da-te del buddhismo, gente che il nostro buon senso oggi considera 'feccia', perché ci sono 'i problemi' e 'la crisi' a rinchiuderci nelle nostre case e insegnarci che l'interesse per l''altro' è utopia negativa che addirittura creerebbe mostri.

Non avete idea di quanto siete schiavi, voi che mi leggete, di quanto lo siamo tutti molto di più. C'è chi rimpiange gli anni Novanta del secolo scorso, e giustamente. Ma non immaginate quanta più libertà certi individui si sono presa ancora prima. Procuratevi una copia de 'I vagabondi del Dharma', o di 'Sotterranei', e vedrete, ne leggerete di cose che coi filtri che vi hanno imposto oggi vi faranno inorridire. Chissà cosa direste con la poca libertà mentale che avete oggi di uno come Ginsberg che ebbe delle visioni di William Blake quando iniziò a scrivere poesie. Forse sperereste che qualcuno lo avesse rinchiuso.

Non siete liberi, e la vostra mancanza di libertà non sta nel conto in banca che non avete, nel lavoro che non trovare, la vostra deprivazione di libertà sta nella vostra testa. Se non vi è mai capitato di entrare in un bordello e innamorarvi di una prostituta, non siete mai stati veramente liberi. Sì, lo dico proprio come se snocciolassi una serie di clichés buonisti di sinistra. Perché dovete smetterla di credere che la libertà sia radical chic. Vi hanno martellato con questa 'verità' e avete finito per crederci. Adesso vi racconto io qualcosa sulla libertà.

La libertà è sporca. Essere liberi significa fare errori, vivere delle proprie esperienze. Anche il linguaggio con cui pensate voi stessi cambia. Non avete più le parole della televisione, del buon senso, del decoro, della 'ragione'. La libertà ha a che fare col cuore. Da persone libere, i vostri sentimenti e le vostre emozioni batterebbero più forti alle vostre tempie. Qualche volta, per una sorta di scherzo del destino, sentireste una inedita specie di vuoto dentro di voi. Vuoto di idee, vuoto di sentimenti, vuoto di 'cose', quelle con cui la vita sociale vi riempie, ovvero le lezioni che pensate di avere imparato.

Da persone libere si smette di essere bambini. Ma non sempre si ha la sensazione di essere cresciuti. A volte ci si sente fragili e senza scampo. A volte ci si sente freddi, ghiacciati dalla morte. Perché quando si è liberi la si può incontrare. Non ci sono i discorsi belli tondi e ragionevoli, che al massimo è colpa del marocchino che viene mantenuto dallo Stato mentre lo Stato si dimentica di noi italiani. No. E' il vuoto. E non c'è nessuno con cui prendersela. Osho diceva: smettete di respirare e troverete Dio. Ecco, questa sensazione di 'silenzio', che il mondo ha smesso di parlarvi, che il mondo non esiste, è ciò che incontrerete.

Ma a partire da questo sarete liberi. La libertà è come un coltello, ferisce. Io ho sognato una poesia completa stanotte, ne stavo giusto ammirando il modo in cui i versi imitavano … ecco, non riuscii a definire cosa i versi stessero evocando al di là del letterale che mi sono svegliato. Ho avuto un lampo di consapevolezza, era tutto chiaro nel sogno, era evidente cosa avrei dovuto scrivere, ma quando mi sono svegliato tutto sparì di nuovo nell'ombra. Questa è la ferita del reale, la distanza dai nostri sogni. Quanto tempo mi ci vorrà per tradurre quel sogno in una poesia vera, da aggiungere a quelle che sto componendo da agosto?

Quando imparerete a nutrirvi dei vostri sogni in questo modo, ecco, allora sarete liberi. Non quando avrete tutti i soldi che vi permetteranno una falloplastica. Quella non è libertà. Il neo-liberismo non vi salverà. Stare bene con una donna non è questione di lunghezza. Io ho due carissime amiche, e relazionarmi con loro non implica misure di nessun tipo. Non avete idea di che ansie da prestazione sono caricati i vostri rapporti sociali. Che questa crisi che stiamo vivendo vi aiuti a liberarvi dei pacchetti sicurezza, che vi permetta di accedere al vostro mondo interiore e che vi aiuti a capire quanto il vostro io è condizionato da idee su voi stessi che non sono vostre, ma che avete semplicemente acquisito – sul posto di lavoro, in famiglia, a scuola, poco importa. Cercate di essere liberi, e non abbiate paura di diventare dei freak di sinistra. Lasciate questi problemi a chi vi vuole solo irregimentare, senza nessuna preoccupazione per quello che siete veramente.




sabato 22 novembre 2014

E' Dio che li ha fatti bruciati

'Sono una forza del passato' scriveva Pier Paolo Pasolini in 'Poesia in forma di rosa'. Vago anch'io come un relitto del passato tra Amendola Fiera e Lotto alla ricerca di immagini. La sera ho avuto modo di presenziare al TdoR, il Transgender Day of Remembrance dove tutte le persone transessuali che hanno partecipato alla bella iniziativa fotografica di Valeria Abis 'Il tuo tabù è la mia famiglia' ci hanno ricordato sia le vittime di transfobia sia com'è bello stare vicino ai propri cari indipendentemente da ciò che si è, o meglio a partire da ciò che si è.

Sono stato molto contento di partecipare a questa inaugurazione alla Casa dei Diritti di via de Amicis. E' bello girare per Milano e vedere che questa città è ancora capace di essere umana, di essere accogliente, di lottare, di saper condividere il senso di quella cosa che si chiama amore. Alcune di quelle persone hanno partecipato anche a un mio progetto che vedrà la luce l'anno prossimo. Ovviamente sono stato molto contento anche di rivederle, e di vedere che stanno bene, che sono belli, che in qualche modo hanno trovato una dimensione di vita che li soddisfa.

Ho in testa Pasolini e le sue madri che educano all'omologazione invece, mentre giro per Milano. Il mio solito dialogo interiore coi fantasmi, con gli scrittori del passato, con una cultura che non è più, col grido interiore di chi non si arrende, il 'gatto che non crepa' di 'Una disperata vitalità', il grado zero dell'umano che purtuttavia continua a restare umano. Che differenza da quell''alcuni italiani resistono' dei manifesti di Casa Pound che vedo in zona Lotto, accanto ai manifesti dei concerti di musicisti che a me restano insipidi, che saranno anche simpatici ma che non mi restituiscono l'emozione della vecchia Patti Smith o l'umanità di un De André.

E in mezzo a loro, ai musicisti di oggi, più insipidi nemmeno per colpa loro – un Mannarino me lo sento simile per ispirazione, ma nessuno guarda più 'dentro al buco' oggi, come dicevano i fratelli Dardenne col loro cinema ancora a fine anni Novanta – ecco i manifesti del nuovo fascismo. L'ho visto come resistono quegli italiani. L'ho visto settimana scorsa a Tor Sapienza, con quei quaranta ragazzini cacciati a suon di bombe carta, quaranta minorenni provenienti dai quattro angoli del mondo, da luoghi di guerra, alla ricerca intanto di una propria incolumità fisica, e poi di una speranza che, come ha giustamente fatto notare Vauro, a noi italiani ora come ora manca del tutto.

In cosa crediamo noi? Settimana scorsa in zona Sesto ho incontrato un mio vecchio collega, di quando lavoravo nelle centrali operative delle compagnie di assicurazioni con contratti di massimo sei mesi, tanti anni fa. Lui ha lavorato per quella multinazionale per quasi tre anni, licenziato dieci giorni prima che per legge scattasse il tempo indeterminato. E' da due anni che non lavora, riesce a fornire qualche piccola prestazione lavorativa, per esprimerci in quella lingua arida che da noi parla il mondo del lavoro, ma è a spasso. Si stava recando in una biblioteca pubblica, per trovare il modo di trascorrere un po' del proprio tempo in modo non inutile.

Ecco, noi italiani oggi come oggi crediamo nella crisi. Crediamo che abbiamo pochi soldi. Crediamo in una legalità dove ci vediamo sempre vittime. Crediamo che la politica sia sporca a meno che a farla non sia qualcuno dal basso che parla al fondo oscuro della nostra Storia, al fascismo che ci abita da sempre, al bisogno di ordine, al rifiuto di quel caos che è la vita; vedo stigmate che diventano chakra cui nessuno attinge più, mentre in un quartiere di Roma qualcuno, preso dalla rabbia primordiale che antropologicamente ci appartiene urla 'che colpa ne ho io se Dio li ha fatti sbagliati, se li ha fatti bruciati?'.

Tutti rifiutiamo l'etichetta di razzisti, di fascisti, anche la stampa ci sta dicendo che la nostra è solo esasperazione. Io invece nel fascismo e nel razzismo ci credo. Non credo in alibi come 'mi ci stanno facendo diventare'. Non credo in una 'politica di sinistra' che a colpi di 'buonismo' e di 'superiorità e spocchia' ci stia facendo diventare tutti esasperati, poverini che siamo, ma non credo nemmeno che a chi parla alla pancia bisogna rispondere con la civiltà. Credo che alla pancia si risponde con la pancia, con gli stessi strumenti. Credo che dobbiamo riappropriarci delle nostre viscere.

Crediamo di conoscere i nostri bisogni? Non credo. Oggi sono tutti bravi a dirci di cosa abbiamo bisogno. Sembra che abbiamo tutti bisogno di soldi, di lavoro – di diritti no, è un concetto troppo da centro sociale – e bene, io vi dico che non sono questi i nostri bisogni. Non se state a leggere questo blog, o i mille altri che trovate in rete. Quello di cui avete bisogno lo trovate bene espresso nelle opere teatrali di Sarah Kane, ad esempio. Nei romanzi di Yukio Mishima. Nelle abrasioni vocali di Antonin Artaud. Nelle pennellate selvagge di Van Gogh.

Ecco degli esempi di come l'arte abbia saputo cogliere al meglio le nostre pulsioni profonde e farne una sintesi – non dell'arte, è diverso. Non possiamo lasciare la nostra pancia, i nostri istinti, le nostre pulsioni, i nostri lapsus, i nostri moti più intimi a chi ne fa un fascio di nervi da gonfiare contro un nemico qualsiasi. Auguro a tutti voi un percorso di transizione, un passaggio intimo nella parte più vera di voi stessi, dove vi confronterete coi vostri demoni e coi vostri dei. Abbiamo un universo simbolico dentro di noi, che può essere coniugato a piacere con incontri reali.

Vi auguro di poter vivere questa foresta di simboli e di facce vere, di poterli declinare l'uno nell'altro, di viaggiare sulle corde della vostra emotività più segreta e nascosta, quella che sola vi permetterà di raggiungervi e di potervi finalmente dichiarare padroni a casa vostra. Che lezione dal Pasolini della quarta e quinta parte delle sue poesie in forma di rosa, quel suo attraversare il mondo a partire da sé stesso, dalla propria intimità. Che possiate conoscere voi stessi fino a questo punto, è il miglior augurio che posso farvi.


“ … e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te … “ (Sarah Kane, dal monologo di A. in 'Crave')



sabato 15 novembre 2014

Morire

"Credo che avessi bisogno di scavare, di forare una massa di linguaggio in cui il mio pensiero si trovasse a proprio agio. Forse volevo accusarmi nella mia lingua. "

-- Jean Genet


Le mie ricerche stanno dando i primi frutti. E' da qualche giorno che mi aleggia attorno uno strano sentore di morte, che però non riesco ad attraversare. Non riesco a morire. E' parecchio tempo che mi circondo di gente morta o quasi. Gente da un'altra parte, persone che ci hanno lasciato le loro opere ma che non sono più in mezzo a noi, persone cui si vorrebbe togliere la voce e non solo. Ma non riesco ad approfittarne. Qualcosa mi inchioda qui, in una dimensione di limbo che vorrei abbandonare.

Sto leggendo Genet, uno scrittore che amo perché con la sua testimonianza di vita e di scrittura ci ha mostrato che esiste un'altra vita, e che si può vivere in una dimensione che non sia di schiavitù, di falsi valori. Ho registrato Sesto San Giovanni con la mia macchina fotografica, periferia di Milano, ho realizzato alcune delle foto più scure mai create da me, e dire che quel giorno non volevo neppure uscire. Sento una stanchezza, una inanità, un distacco dal mondo che mi circonda che nessuna ragione può colmare.

Accendo la televisione a tarda notte e vedo un servizio sui consumatori di crack in Brasile, con la Tropa da Elite che impazza per raccogliere droga in giro per la città. Come sono belli i drogati. Uno strano morbo si è impossessato di me e trasforma i valori in disvalori. Non sopporto più la gente normale ad esempio. Quando viaggio in treno, mi isolo nei miei pensieri. Le parole e le presenze mi provocano l'orticaria. Un gruppo di donne che si lamenta perché una porta del treno non si apre, per buoni cinque minuti, mi lascia quasi sfuggire un'espressione come 'piattole'.

Piove parecchio in questi giorni, e la pioggia non mi lascia passare dalla parte degli 'ultimi', dalla parte degli uomini liberi, quelli guardati con sospetto perché chi non sa cosa sia la libertà la odia, e la vorrebbe veder negata a tutti, in nome della schiavitù che è costretto a sopportare. Schiavitù per tutti, questo leggo sulle facce che mi sfilano davanti in una città qualsiasi del mondo in cui mio malgrado mi trovo a vivere. Il mio cuore non è più con loro, non è più con questa gente. Quasi quasi non li riconosco miei simili.

Passo parte della settimana tra le mie poesie. Ne finisco una, ne inizio altre due che cancello. Ho parecchi input per scrivere, ma le parole che butto giù sulla tastiera non sanno di disfacimento. Non sanno di emozioni. Vivono di questo limbo dove non succede niente, di questa camera di decompressione che forse un giorno si scioglierà lasciando che dal mio bozzolo io emerga farfalla proveniente da un universo distante, da un luogo dove l'eccesso e l'assenza di identità regnano sovrane, dove l'economia della festa – nel senso che diceva Bataille – sfregano i sensi e lasciano corpi e anime sfiniti e privi di confini.

Sono sulla soglia, il mondo che tutti vediamo quotidianamente mi provoca pruriti di allontanamento, il mondo che vedo dentro di me, fatto di corpi di uomini e donne dal colore della pelle diverso dal mio, di desideri devianti, di storie spezzate, di violenze inconfessate, si impadronisce di me ma non mi lascia perdere il senno, la ragione. E' ancora tutto troppo definito, sono ancora troppo padrone di me stesso. Forse dovrei trovare qualcuno con il mio stesso desiderio di perdermi, fare un viaggio reale in qualche luogo fuori misura.

Genet scrive del desiderio di perdersi nella propria lingua, ma io ancora non mi sento un inetto. Ci vorrebbe poco a reimpadronirmi di me. Mi basta uscire di casa con la macchina fotografica, anche se sento che quel che appare sullo schermo del mio computer quando torno a casa corrisponde a qualcosa che è al di là del bene e del male, a qualcosa che non è né giusto né sbagliato, ma è ancora sempre e solo una questione di sfumature, non è ancora una questione di morale. Mi manca l'immoralità di cui veniva tacciato certo mondo marginale fino a molto tempo fa.

Oggi quando le destre si scagliano contro extracomunitari e altri soggetti 'fragili', nel senso di facilmente attaccabili per creare un consenso e una coesione sociale attorno a coloro che per attirare a sé vengono etichettati come 'vittime' – del potere, delle tasse, delle diseguaglianze sociali – non ci si trincera più attorno ai valori come Dio, Patria, Famiglia. Ci si preoccupa sordidamente che un ragazzo che si fa le canne possa entrare in contatto con ben altre droghe, non si parla più di una immoralità dei drogati come nelle campagne contro la cannabis negli Stati Uniti negli anni Trenta.

Questo è stato un grande passo avanti per i conservatori. Hanno smesso di far sentire i 'diversi' come delle persone 'sbagliate'. Hanno capito che farli sentire come recanti un segno 'minus' è molto più prolifico. Gli zingari sarebbero dei subcittadini, gli stranieri 'violentatori' persone che non si adattano al vivere civile, che delinquono. Oggi nessuno parla più di immoralità, perché il linguaggio politico della destra è cambiato. Ha capito, come lo aveva capito Genet, che i valori si possono modificare, che possono nascere dei controvalori, e tutto questo è considerato pericoloro, da evitare.

Non si tocca più questo argomento, insomma. E' stata una mutazione antropologica fortissima. In parte, frutto anche di certe conquiste. Nessuno oggi si sognerebbe, fortunatamente, di considerare come una poco di buono una donna che abortisce, per toglierle la parola e impedirle di rivendicare dei diritti. Ma la conseguenza è che l'altro, il soggetto di un discorso fatto di esclusioni, di muri, di finte tutele per la 'gente per bene', come si sarebbe detto una volta, e come ancora si usa dire nei paesi anglosassoni, quella da aizzare a comando sfruttandone il malcontento, il soggetto da escludere non è più immorale, è semplicemente un subumano.

Colui che non obbedisce alle regole, che non si integra, che fa il furbo e che viene accolto, accettato e tutelato ideologicamente, il diverso dei nostri giorni in realtà è rintanato in comunità psichiatriche, con una scienza che parla, invece che di disturbi nati all'ombra di un abuso ad esempio, di ereditarietà genetica. Il pazzo non è più colui che disturba la quiete pubblica, ma la persona minorata. Perché quel vecchio concetto era attaccabile – tutti ormai sappiamo che la morale è soggettiva – mentre il paradigma scientifico ha un alone di oggettività ancora peggiore, ma a livello di effetti di comunicazione efficace.

E' di fronte a questo nuovo ordine che una parte di me si ribella e mi chiede di cercare nuovi valori, nuovi stimoli mentali e fisici, nel relazionarsi alla morte. Nelle mie identificazioni culturali con scrittori trapassati, con artisti che oggi non sono più vivi – perché quando ti relazioni con un messaggio anche 'alto' ma del passato tu senti un gap incolmabile, e quella barriera è quanto il mondo della 'normalità', il mondo mainstream, ha imposto a tutti gli altri mondi per renderli inintelleggibili, per impedire loro di comunicare.

E' diventato impossibile ascoltare, oggi come oggi, e per quello sento molto forte il desiderio di non parlare, di non dire più nulla. Per non accettare queste disumane regole del gioco. Per non diventare un prevaricatore. Se il linguaggio ci sterilizza, se non contempla più il desiderio in quanto scomodo, perché cedere al gioco sporco del linguaggio e negare ad esempio il fatto di avere un corpo? Perché accettare questa opera di insulsa sublimazione? Mi piacerebbe avere desideri inconfessabili, ma forse non li ho proprio perché ho già sperimentato l'inutilità della lingua.

Ho composto una poesia molto lunga, lasciandomi ispirare da Allen Ginsberg. Non solo dalla forma dei suoi componimenti, ma anche dai suoi contenuti, forte del fatto di aver studiato buddhismo come lui, ad esempio. Mi è costata tutto agosto, e solo questa settimana sono arrivato quasi ad una forma definitiva. Forse non è ancora completa, ma mi emoziona. Non mi dice mai le stesse cose, ogni volta mi procura emozioni differenti. Questa mutevolezza, questa capacità di cambiare ma di restare vivo del linguaggio, è ciò che mi manca nella lingua di tutti i giorni.

Vorrei invitare tutti a smetterla di cercare certezze. Vorrei incitare tutti a cercare emozioni sconvolgenti. Ma il linguaggio comune ci blocca. Queste parole d'ordine, la crisi, la sicurezza, la rabbia scaricata sull'altro, ci lasciano qui, in questa dimensione piatta, senza profondità, con l'illusione di dover agire per risolvere i problemi che ci affliggono, quando è la vita ad essere il vero problema. Non la nuda vita di cui parla Agamben, ma la vita fatta di un discorso che la fa scorrere tra i binari prefissati.

Dovete ribellarvi, dovete amare le vostre piaghe, tutto ciò che il discorso e le parole non nominano e che vi possono lasciare con un senso di vuoto, facendovi sentire che la sostanza della vita non è la nominazione della vita stessa. Io sento che vorrei abbandonare tutto, realmente, perché tutto quello che abbiamo, compresi i nostri corpi, sono stati corrotti dal linguaggio. Tant'è vero che, in questi giorni, io non riesco a percepire la morte, seppure in qualche modo la stia cercando. Il linguaggio è troppo forte. Definisce, taglia, include. Non riesco ancora a mettermi a margine.

Non intendo con 'vivere a margine' vivere una vita da marginale. Anche chi è marginale vive nel linguaggio. E' la stessa vita che vive a definirlo. No, io sto parlando di sottrarsi al mondo del linguaggio per vivere una sensazione, una emozione che sia vera, che esca dalle parole consuete per definirla. Sento la forza della lingua che tritura tutto, ma che non centra il bersaglio, non mi lascia dire qualcosa di nuovo. Sarà una lotta durissima. Lo vedo anche nel mondo dell'arte, dove sempre più raramente mi capita di incontrare un artista della sensazione, come Bacon.

Io intanto attendo che le barriere del linguaggio che mi tengono in piedi crollino, per lasciare emergere il mio spirito trionfante. Allora sarò libero, allora sarò faccia a faccia con ciò che mi anima – non con ciò che mi tiene in piedi – e sarò libero dalla fortuna cui il mio essere mainstream mi condanna. Invito tutti voi a trovarvi dalla parte sbagliata della strada, quella parte della strada dove, non più alimentati dalle parole, potrete iniziare a porvi il problema di cos'è quella cosa che si chiama amore e che promana da tutte le pagine de 'Il Diario del Ladro'.


Sentire il male, sentire il nulla, sentire ciò da cui poi potrà promanare una nuova vita. Non lasciatevi accalappiare dalla lingua, non lasciate che siano pensieri preconfezionati a pensarvi. Tutto il teatro di Carmelo Bene è stato un tentativo di affrancarsi dal già visto, dal già detto, un tentativo di lasciare che fossero i lapsus, gli scivolamenti, a trovare espressione. Potreste scoprire che ciò che amate di più di voi è una costruzione, e che ciò cui non date più importanza è invece l'essenziale. Vi invito a riscoprirvi nuovi, a non trascinarvi stanchi e vecchi cercando in un entusiasmo posticcio la risposta a disagi sopiti e non ascoltati. Vi invito a uscire dal regime.  



sabato 8 novembre 2014

Giù la maschera

"Ammesso che la passione umana abbia la virtù di innalzarsi al di sopra di ogni assurdo, come si può sostenere che non abbia anche quella d'innalzarsi al di sopra dei propri assurdi?" 

- Yukio Mishima


E' sabato pomeriggio. Scrivo aspirando rapide boccate dalla mia sigaretta. Sabato scorso ho declinato alla mia scrittura, per via di quanto era accaduto relativamente alle vicende processuali di Stefano Cucchi. Pochi giorni fa invece, leggo di Franco Mastrogiovanni, maestro elementare morto nel 2009 nel reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania dopo una contenzione illegale della durata di circa 80 ore. Un'altra anima innocente che abbandona questo nostro mondo disumano, un'altra ricerca di giustizia forse destinata a non trovare mai un sollievo alla propria sete.

Ripenso anche ai soggetti che ho fotografato per un reportage che forse vedrete tra un po' di tempo, senzatetto, malati di mente, piccoli spacciatori, volti comuni come il mio o il vostro, miei lettori, persone cui forse manca il senso di unicità della loro esistenza, quel senso di sacro della vita di cui i credenti si riempiono la bocca quando devono togliere diritti alle persone LGBT ad esempio, o a chi esercita la professione di un'altra fede – pare che qui in Italia ad esempio se sei donna, musulmana, e vuoi portare il velo per tua libera scelta, rischi di non trovare lavoro – ma che non sono più capaci o forse non sono mai stati capaci di elargire a questi 'ultimi'.

Scrivo ad Annalisa che prima o poi abbraccerò la fede islamica e che mi farò spacciatore di hashish. Ovviamente scherzo e ne ridiamo, ma sento quanto manca a questo nostro mondo la sensazione dell'oltre, la nozione dell'altro come esistenza concreta, come frequentazione quotidiana. Tutto qui da noi è advertising, marketing, pubblicità. Il famoso posto al sole è un posto da consumatore, e se non hai dei privilegi per consumare merci di qualità, fossero anche oggetti o produzioni artistiche, rischi di piombare nel girone dei condannati all'inquietudine della guerra tra poveri. Ci sono politici che proprio in queste settimane stanno cercando di costruirsi una solida reputazione al riguardo.

Sam Harris, uno scrittore americano che ha fatto della battaglia per l'ateismo e la razionalità la propria ragione divina, ha ora scritto un libro in cui sostiene che meditare senza lasciarsi andare alla regressione di una fede religiosa è fondamentale. Parla di meditazione come strumento per abbandonare l'ego, come nelle migliori tradizioni orientali, ma vuole dare vita a una 'scienza' laica e atea capace di utilizzare il meglio di quanto le dottrine religiose forniscono. Era una cosa cui pensavo anche io, solo che non mi trovo d'accordo con la visione di Harris perché non credo che le religioni offrano strumenti 'potenti'.

In realtà se leggete quanto dichiara Osho, meditare significa avvicinarsi alla divinità che risiede in noi. Per fare questo, Osho propone un esercizio semplicissimo: provare a smettere di respirare. In quegli attimi in cui si sospende la respirazione si incontra per qualche istante qualcosa di simile alla morte. Questo è l'incontro col divino: la sospensione della vita. Quindi io sono ancora più estremista di Harris. Non solo penso che non dobbiamo coltivare una tradizione religiosa e inserirci in essa – anche se conoscere tradizioni come il buddhismo o il sufismo ci può essere di aiuto – ma penso anche che non dobbiamo coltivare la spiritualità dandole una lingua, non dobbiamo dotarci esclusivamente di un sapere, condiviso o soggettivo.

La spiritualità vera è incontrare il nulla che sta dalla parte sbagliata della strada. Uno spacciatore è una persona spirituale, perché ha deciso di vivere nel rischio di essere dalla parte del torto. Se Stefano Cucchi è stato arrestato per possesso di sostanze stupefacenti, è stato ucciso per lo stesso motivo per cui il corpo di San Sebastiano è stato trafitto di frecce. Perché con la sua vita era una testimonianza. Anche Franco Mastrogiovanni è stato un martire, che ha incontrato, se esiste, la divinità in quelle ore in cui è stato legato nudo a un tavolo di contenzione. Solo così, solo a patto di essere rinnegati dalla socialità buona, raziocinante di progresso o dei suoi ostacoli, si può incontrare il divino.

I mistici, i santi visionari, non sono persone cui una divinità ha deciso di parlare o di mostrarsi. Sono persone che hanno compreso che la strada scelta da Dio per manifestarsi è quella del silenzio. Il silenzio della vita. E di fronte a quello specchio opaco, che non riflette nessuna immagine, hanno prodotto la propria risposta. I mistici sono persone geniali. Perché non è la volontà in loro a produrre l'Altro, a renderglielo visibile. E' l'incontro col nulla a dare vita a un eccesso. Se pensate che la vostra quotidianità sia senza senso, se avete bisogno di altro, dovete in qualche modo darvi da fare in quella direzione. Dovete incontrare la feccia, la sofferenza, il dolore, l'al di là della legge.

Non incontrerete l'essenza, il senso del vostro vagare in questo mondo, assaporandone gioie e dolori e tirando poi una vostra morale conseguente l'appagamento, o meno, delle vostre aspirazioni. Dovete coltivare un lapsus, una disfunzione che vi separi dagli altri. Essere imprenditori di voi stessi non vi salverà. Vi salverà frequentare un tossico, un ladro, innamorarvi di una persona malata. Dovete sperimentare il di meno, non il di più. Divenire minoritari, come diceva Deleuze, non significa creare una nicchia underground che vi faccia sentire dalla parte del giusto. Significa dare sfogo alle proprie tendenze masochiste. Significa imparare a farsi del male.

I segreti che imparerete non potrete comunicarli, perché ne proverete vergogna. Nessun talk show farà di voi persone importanti, persone con qualcosa da dire, con qualcosa da insegnare. Potrete solo confrontarvi con persone che hanno le vostre stesse ossessioni. Rischiando di divorarvi a vicenda. La cultura ebraica nel secolo appena passato aveva elaborato la nozione di 'Silenzio di Dio'. E' questa condizione che dovete ricercare. Solo arrivati a questo punto, potrete pensare che i vostri pensieri saranno veramente vostri. Che quanto produrrà la vostra personalità a livello di sensazioni non sia condizionato.

Se penso alle storie delle persone che ho fotografato, se penso a Cucchi o a Mastrogiovanni, tutto il resto, tutto quanto ho attorno, le persone, le parole, l'arte come viene pensata o prodotta oggi, mi paiono tutte cose irrilevanti. Provo un forte senso di insoddisfazione nel partecipare alle cose del mondo. Per questo ho deciso di dedicarmi a me stesso. Una persona che trovo molto interessante mi ha chiesto un aiuto a livello narrativo. Non farò pubblicità a questo progetto, che ritengo una piccola grazia perché mi permetterà ancora una volta di dedicarmi a un soggetto simile a quelli elencati in questo paragrafo per qualche aspetto almeno della propria esistenza.

Però ho riscoperto, cosa propedeutica a questa attività narrativa, il piacere di leggere. Giovedì, dopo la mia sessione fotografica in viale Monza, sono entrato in una libreria e mi sono appropriato di una copia di 'Confessioni di una maschera' di Yukio Mishima e di 'Il diario del ladro' di Jean Genet. Ho provato una sensazione di piacere liberatoria. La stessa che provo, dalle nove circa di sera alle due di notte, immergendomi nella lettura. Di 'Confessioni di una maschera', che è romanzo autobiografico della giovinezza di Mishima, ho letto in due sere più di cento pagine. E' un racconto bellissimo, a partire da quella lancinante citazione di Dostoevskij.

Mishima sa raccontare come nessun altro quel rimpallo di sensazioni, quel tentativo di nascondersi a se stessi fino a perdersi che è il vivere assecondando la morale comune. Quel danzare attorno a un centro di gravità che è impossibile da definire e identificare, perché nascosto dietro l'oceano della nostra vita sociale. Ma sopratutto ho provato un immenso piacere nel ritirarmi da un mondo che sento estraneo perché indifferente, colluso alle vicende di un Cucchi e di un Mastrogiovanni, per dedicarmi a qualcosa capace finalmente di scaldarmi, di farmi percepire una forza, una ricchezza interiore.

E questo lo potevano fare solo scrittori nati, cresciuti e morti nel secolo scorso. Non so perché l'arte oggi, nel nostro secolo, è diventata così disumana e impotente. Io so che di arte mi sono sempre nutrito, sin da ragazzo. E che ricordandomi cosa ha prodotto un Pasolini, o un Fabrizio De André, mi è difficile, molto difficile riconoscermi in una Emma Marrone o in un Michel Houllebecq. Ho visto Adriana Innocenti recitare Erodiade. Ve ne ho già parlato questa estate. Cosa volete che mi comunichi Silvia Gallerano, che pure è una brava macchina attoriale?

Un'amica attrice mi dice che oggi l'arte è morta. Io qualche anno fa, scrivendo per varie webzines di teatro e musica, l'arte l'ho vista agonizzare. Eppure mi ricordo di quando Branciaroli recitava la parte di Riboldi Gino tra un film di Tinto Brass e l'altro. Negli opulenti anni Ottanta sepolte tra la merda di regime c'erano immense pepite d'oro, se volevi cercare qualcosa di vivo. Poi ci sono stati gli anni Novanta, il decennio della cultura alternativa, di cui mi sono nutrito ampiamente, e poi c'è stato il G8 di Genova. Lì si è fermato tutto.

A colpi di spurghi di sangue ci hanno insegnato che essere dalla parte sbagliata della strada avrebbe significato essere passibili di violenze inaudite. Ho visto con questi miei occhi innocenti padri di famiglia diventare cupi carnefici dopo quell'avvertimento. Il mondo dell'arte in circa un decennio si è pulito. Ha epurato tutte le personalità che avrebbero potuto dare fastidio al Regime, se mai ce ne fossero state. Ha epurato i pensieri. Uno su tutti. Il pensiero del caos. Il caos che ti nasce dentro, come quando, esattamente quel che succede al protagonista di 'Confessioni di una maschera', scopri che quelli che pensi siano i tuoi veri pensieri invece non sono per nulla i tuoi pensieri.

Dove sono oggi scrittori come Moravia, come Mishima? Dov'è quella cultura che rispecchia le emozioni più profonde dell'uomo? Da chi imparare a guardarsi dentro se oggi non abbiamo più maestri? Per questo ho ripreso gusto a trascorrere le mie notti in solitaria annusando l'odore della carta. Libri vecchi, vecchia musica – Nico gira spesso nel mio stereo, la musa di Andy Warhol che sul palco introduceva i concerti dicendo 'sono qui per morire assieme a voi' – sottraendomi alla socialità, quella che ha fatto di Cucchi e Mastrogiovanni dei corpi sottratti a ogni diritto. Eclissarmi dal mondo è diventato in queste ultime serate il mio piacere più grande.

Un piacere che è nato, o rinato, dopo anni in cui mi sono concesso il silenzio della cultura. Per anni ho voluto nutrirmi esclusivamente di quanto ero in grado di produrre. Perché scattare immerso nelle strade dalla realtà significava assorbire il senso di quel che avevo intorno. Significava anche aprire il mio cuore a tutto ciò che fosse disposto ad abitarlo. E ai miei ricordi, alle mie sensazioni, privo di sovrastrutture o di discorsi. Lontano da tutto ciò che, ricoprendoci, ci impedisce di ascoltarci. Ho sviluppato un certo senso di unità rispetto a me stesso, rivedendo tante volte tutte le cose che hanno fatto di me l'essere umano che sono, come proiettando le bobine di infiniti film e lasciandomi emozionare dalle scene che mi corrispondevano di più.

Per questo motivo non sopporto l'arte finta, questo nostro contemporaneo magnificare una creatività fatta di pura superficie. Io sento che abbiamo bisogno di due cose: la possibilità di isolarci dal chiacchiericcio e metterci in relazione con persone vere, per cancellare tutte le finte istruzioni e credenze con le quali questa società fa di noi delle macchine, per godere dei nostri veri pensieri e per sperimentare cosa è la spiritualità, il senso della morte. Dall'altro lato, scavare nel nostro passato culturale per godere di tutta quell'arte che è capace di farci sentire il senso profondo del nostro essere umani. Se inizierete mai a scavare, vi renderete conto di quante cose non vi servono, di quante cose nella vostra vita sono finte e senza senso.


Riappropriatevi di voi stessi, non lasciate che sia la socialità quotidiana a decidere per voi quali sono i vostri veri bisogni. Se ne steste lontani per un po' capirete quanto siete distanti da quel che avete veramente dentro. Non fatevi raggirare, lasciate che ciò che vi circonda vi colpisca per quello che è realmente. Frequentate i reietti. Avvicinatevi al grado zero. Provate a togliervi di dosso tutte le parole che avete imparato, e quando vi troverete senza nulla per descrivere i vostri sentimenti, sentirete da dentro crescere ciò di cui avete bisogno. Se ciò non vi bastasse, avete a vostra disposizione tutto lo scibile umano. Potete sempre entrare in una biblioteca e cercare nel passato quanto il presente non è per propria colpevolezza in grado di darvi.



sabato 1 novembre 2014

Stefano si è 'suicidato': era portatore sano della propria libertà

"In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità".

- Gianni Tonelli, segretario generale SAP (Sindacato Autonomo di Polizia) riportato su Il Fatto Quotidiano


E' di ieri la notizia che la Corte d'Appello di Roma ha assolto tutti gli imputati nel processo per la morte di Stefano Cucchi. Oggi ne potete leggere su tutti i giornali. Per questo motivo ho deciso oggi di non scrivere il mio post settimanale, passando la palla a Mattia Zanin, che da Torino mi ha mandato questo suo scritto che muove da una mia frase di un po' di tempo fa. Visto quello che è successo alla famiglia di Stefano, non ho tanta voglia di lanciarmi in riflessioni. A voi che mi seguite auguro invece, comunque, buona lettura. Le fotografie sono mie, come al solito.


“Essere portatori sani della propria libertà”. Devo questa espressione – che mi ha colpito – a Gian Paolo Galasi, che l’ha “partorita” nel suo blog.
Mi soffermo ora unicamente sull’espressione, cercando di enucleare le immagini ed i pensieri che mi ha evocato.

Innanzitutto è una di quelle frasi che mi fanno pensare. Ogni tanto incappo in qualcosa che per me è illuminante, significativo, che per qualche motivo fa breccia su alcuni veli e mi apre linguisticamente verso l’analisi di concetti.
Mi accadde lo stesso tanti anni fa, non so perché mi viene in mente proprio ora, in cui ad una festa di laurea di un mio amico lui lesse un passo della sua tesi in filosofia, in cui citava un filosofo francese (di cui purtroppo non ricordo il nome) che disse “Bisogna essere pronti a tutto, anche alla felicità”.
Frasi, aforismi. Solitamente mi scorrono sopra come acqua tiepida. Ma talvolta si infiltrano.

Dunque, “Essere portatori sani della propria libertà” mi richiama una miriade di considerazioni, anche psicoanalitiche.
Innanzitutto mi richiama la pericolosità della libertà, il suo essere difficilmente gestibile, il suo essere una condizione esclusiva, perseguibile dai pochi che riescono a non esserne vittime.
La “libertà” non è un concetto assoluto e non voglio perdermi a disquisire se sia più libero l’asceta indiano, il miliardario, o il carcerato per cui tutto è preordinato dall’istituzione.

Diciamo che la libertà è uno stato relativo alla scelta…

Quando ero adolescente scrissi su un pezzo di carta il mio primo (e unico?) aforisma: “La possibilità è il potere scegliere di fare o non fare. La libertà è il non dover scegliere”. Un mio punto di vista, ..d’accordo. Vedevo la vera libertà come uno stato in cui non si dovesse prendere una decisione, una posizione, su qualcosa. Non si dovesse: quindi una condizione senza alcun potere o influenza da parte del mondo esterno. Eppure si dice “Sei libero di scegliere”. Il mio era un pensiero metafisico e metasociale. Proprio perché la libertà è la possibilità di prendere una posizione sui contenuti della propria esperienza, di porsi in quanto soggetto come punto dell’indeterminazione. Sì, “indeterminazione”. Il discorso sulla libertà si scontra da sempre su due grandi paradigmi fisico-filosofici, il determinismo e l’indeterminismo.

Una visione determinista della natura è quella secondo la quale ogni evento è effetto di un insieme di altri eventi che invariabilmente lo producono, che in linguaggio più scientifico equivarrebbe a dire che le leggi che governano l’universo (o un suo sottosistema), unitamente alle condizioni iniziali, sono tali da determinare univocamente tutta la sua evoluzione temporale.
Non voglio approfondire in questa sede l’eterno dibattito sul determinismo, la libertà ed il libero arbitrio. Ma questa complessità vi lascia sicuramente già intendere cosa può voler significare l’essere “portatori sani” della propria libertà.

La propria libertà, raggiunta o desiderata, è in realtà un fardello, un’enorme responsabilità.
La coscienza della “condizione di possibilità” insita nell’essere (finalmente) liberi costituisce forse una delle più grandi resistenze anche nei percorsi di “cura” psicologica.
Faccio fatica ad utilizzare il termine “cura”, in ambito psicologico. Mi sembra sempre di più un termine viziato dall’invito all’omologazione e all’adattamento e non dall’invito all’amore per la libertà del proprio pensiero. Mi piace di più pensare alla clinica come ad un’educazione, ma nel suo significato preciso di ex-ducere, ovvero di “tirare fuori” quell’autonomia di pensiero che è in potenza per ogni soggetto.

La “libertà” viene spesso vista, ed utilizzata come termine nel linguaggio, in quanto condizione desiderabile e desiderata. In realtà pochi vorrebbero veramente averne a che fare, con la libertà. Così come pochi vogliono averne veramente a che fare con il proprio inconscio. E se nel caso avete un po’ a che fare con il vostro inconscio, vi rendete sicuramente conto che forse vorreste averne poco a che fare con la vostra libertà.
Si preferisce probabilmente stare costretti e soggiogati, alla fine. C’è sempre l’alibi per non dover scegliere. La scienza lo fa di continuo, lo fa per statuto. La scienza dice di non scegliere mai. Dice di dedurre. In realtà lo fa, sceglie, o meglio lo fanno alcuni soggetti all’interno dell’organigramma della scientificità. Quelli furbi. Eppure la scienza “scopre” delle grandi cose. Io non sono ideologicamente contro la scienza. Semplicemente “decido” di non assumerla deduttivamente.

Dunque, essere “portatori sani”, cosa vuol dire?

Vuol dire sapere di essere dentro ad un desiderio la cui bontà è solamente un’utopia, per lo più.
Vuol dire accogliere la grandezza di questo richiamo e sapere di dover essere dei padri, o delle madri, portatori di questo peso pieno di luce. La libertà.

Volendo appunto dare un taglio “psicoterapeutico” a queste poche righe, mi sento dunque di avvisare coloro che hanno intenzione di intraprendere un percorso di cambiamento e di crescita individuale: siate pronti alla libertà. Siatene portatori sani, come dice Gian Paolo.
Portatori sani vuol dire avere in sé la “malattia”, conoscerla nel sapere che porta, ma esserne oltre e soprattutto assicurarsi di trasmetterla con il ceppo giusto.
Siate pronti alla libertà. È una sfida gigante.

Mattia





Appendice


Da enciclopedia Treccani:

---- Libertà

Vocabolario on line
libertà (ant. libertate e libertade) s. f. [dal lat. libertas -atis]. –

1.

a. L’esser libero, lo stato di chi è libero: amo la mia l.; non posso rinunciare alla mia l.; L. va cercando, ch’è sì cara, Come sa chi per lei vita rifiuta (Dante); se si riducono i margini della scelta individuale, aumenta il gusto della l. (Eraldo Affinati); la l. dell’uomo, dell’individuo (e per estens., la l. dell’arte, dell’artista). Si oppone direttamente a schiavitù, prigionia (anche di animali) in frasi come essere, vivere, mettere, rimettere in l.; avere, godere la l.; privare uno della l. (renderlo schiavo, o metterlo in prigione o tenerlo comunque in uno stato di detenzione); nel linguaggio giur.: l. provvisoria, nel cod. proc. pen. del 1930, provvedimento del giudice o del pubblico ministero che, in fase di istruttoria o di giudizio e in attesa dell’esito definitivo del processo, liberava l’imputato dall’obbligo della custodia preventiva, imponendogli talora la prestazione di una cauzione o di una malleveria; l. vigilata, misura di sicurezza non detentiva, stabilita in determinati casi dal giudice in sostituzione o in aggiunta alla pena della reclusione, per cui la persona è libera ma sottoposta a speciale sorveglianza da parte dell’autorità di pubblica sicurezza; l. controllata, sanzione sostitutiva di una pena detentiva di durata non superiore a 6 mesi, consistente in un complesso di obblighi e limitazioni imposti al condannato (per es., divieto di allontanarsi senza autorizzazione dal comune di residenza). Tribunale della l., espressione con cui è comunemente indicato il tribunale cui è attribuita la competenza a giudicare con procedura d’urgenza sulle impugnazioni delle ordinanze del giudice penale in materia di misure cautelari personali. Senza determinazioni, s’intende spesso per antonomasia lo stato di un popolo che si governa con leggi proprie, sia nel senso che non è asservito a una potenza straniera ed è perciò indipendente, sia nel senso che non è soggetto a un governo tirannico: l., uguaglianza, fraternità (fr. liberté, égalité, fraternité), motto coniato durante la rivoluzione francese e poi assunto a divisa della repubblica; lottare, morire per la l.; conquistare, mantenere, perdere la l.; rivendicare la l. e rivendicarsi in l.; reggersi a l.; costituirsi in l.; dare, togliere, distruggere, violare la l.; popolo maturo, immaturo alla l. (o per la l.); moti, sentimenti, palpiti di l.; l’albero della l. (v. albero2, n. 1 a); personificata: la statua della L., colossale statua nel porto di New York, raffigurante una figura femminile che sorregge col braccio destro una torcia. Viva la l.!, esclam. di sign. generico, pronunciata talora in tono scherz. o di sarcasmo.

b. In senso astratto e più generale, la facoltà di pensare, di operare, di scegliere a proprio talento, in modo autonomo; cioè, in termini filosofici, quella facoltà che è il presupposto trascendentale della possibilità e della libertà del volere, che a sua volta è fondamento di autonomia, responsabilità e imputabilità dell’agire umano nel campo religioso, morale, giuridico: Lo maggior don che Dio per sua larghezza Fesse creando ... Fu de la volontà la libertate (Dante); sotto l’aspetto più strettamente giur., la libertà del volere è considerata dal diritto penale come elemento soggettivo necessario della imputabilità di un reato e dal diritto privato come elemento determinante la validità di un negozio giuridico. Sempre in senso generale: l. piena, ampia, assoluta, relativa; concedere, limitare la l.; delitti contro la libertà. Con varie determinazioni: l. personale, religiosa, morale; l. sessuale (sia nel senso che nessuno può essere costretto ad atti sessuali non voluti – e in questo senso si parla di delitti contro la l. sessuale – sia con riferimento a chi conduce una vita sessuale non limitata dai vincoli delle norme sociali o religiose); l. d’opinione, di coscienza, di culto, di parola, d’azione, di voto. Diritti di l., diritti pubblici fondamentali che tutelano l’indipendenza dell’attività individuale da costrizioni esterne e che possono essere fatti valere nei confronti di tutti gli altri soggetti, privati o pubblici, tenuti dall’obbligo correlativo al rispetto di tale indipendenza. In sede giuridico-economica si considerano inoltre la l. di commercio, la l. di scambio, la l. di lavoro, la l. di coniazione delle monete, ecc. L. dei mari, nel diritto internazionale marittimo, principio teorico in base al quale tutte le nazioni possono navigare e commerciare, in qualunque mare, liberamente e senza limitazioni, fatta eccezione per le acque territoriali. L. dell’aria, diritto che un aeromobile ha di esercitare talune attività, connesse con le esigenze del volo, su territorio diverso da quello nazionale.

2. Con sign. più limitati:

a. L’esser libero da vincoli, freni o impedimenti: non vuole sposarsi perché preferisce la l.; concedi troppa l. ai tuoi figli; avere, non avere l. di movimenti. L’esser libero da occupazioni o impegni: il direttore gli ha concesso due ore di l.; il lavoro non mi lascia un attimo di l.; mettere in l., dispensare dal servizio un dipendente; siete in l., frase con cui talora si congedano gli allievi dopo una lezione, i partecipanti a una riunione, e sim.

b. Seguito dalla prep. da, significa spesso liberazione, affrancamento: l. dalla fame, dal dolore. In partic., l. dal bisogno, l. dalla paura, due delle quattro libertà (insieme con la l. di parola e di religione) dette l. atlantiche, proclamate, dal presidente degli Stati Uniti d’America F. D. Roosevelt nel 1941, necessarie per giungere a una pacifica convivenza fra gli uomini.

c. In qualche caso, libera facoltà: è in mia l. accettare o no; chiedo la l. di decidere. Quindi, anche, arbitrio, licenza: prendersi la l. (di dire o fare una cosa), arrogarsi un diritto, permettersi; espressione usata spesso come formula di modestia o di cortesia (per es.: scusi se mi prendo la l. di farle un’osservazione); ma riferita ad altri esprime piuttosto riprovazione (per es.: si è preso la l. di contraddirmi); con sign. più concreto, al plur., prendersi delle l., prendersi troppe l., trattare con eccessiva confidenza, mancare di rispetto (e analogam., non mi piacciono, non gradisco, non tollero certe libertà). Parlare, discorrere con troppa l., con linguaggio licenzioso, ardito.

d. Mettersi in l., indossare gli abiti di casa, levarsi la giacca, o sim., per stare più comodi o più freschi; anche, trattare familiarmente, non far cerimonie. Così, stare in l., in tutta l., senza soggezione, senza inutili riguardi; seduti, con tutta l., in una perfetta solitudine (Manzoni).

3. Di cosa, esser libero in genere: l. di un fondo da ipoteche, da servitù, ecc.; l. di manovra, di una nave (v. manovra, n. 2 a). In chimica, mettere in l., rendere allo stato libero, liberare: nella combustione si mette in l. l’anidride carbonica.

4. Nel linguaggio tecn. e scient., grado di l., locuz. usata con varî sign.: in termodinamica, è sinon. di varianza, per indicare il numero dei parametri caratteristici che si possono far variare senza turbare l’equilibrio di un sistema e quindi senza cambiare il numero e la natura delle fasi presenti; in meccanica, indica il numero dei parametri essenziali e indipendenti atti a individuare le posizioni di un sistema rigido, di un punto materiale, ecc., che equivale al numero di traslazioni o rotazioni indipendenti a cui possono essere ricondotti i movimenti che il sistema o il punto materiale sono liberi di effettuare (dati i vincoli cui sono sottoposti); in statistica, in una distribuzione di frequenze, indica il numero degli scarti dalla media indipendenti tra loro, cioè il numero totale degli scarti meno uno. L. asintotica di una teoria è la proprietà che essa ha di diventare una teoria libera, cioè senza interazioni, per certi valori limite di determinate grandezze, per es. per grandi energie.





---- Determinismo

Vocabolario on line
determinismo s. m. [der. di determinare, sul modello del ted. Determinismus]. –

1. In filosofia, termine con il quale vengono indicate quelle concezioni filosofiche secondo le quali il verificarsi dei fenomeni è necessariamente determinato secondo principî variamente formulati. Con riferimento alle dottrine cosmologiche del sec. 18°, d. cosmologico, concezione secondo la quale tutti gli avvenimenti della storia dell’universo sarebbero collegati da rapporti necessarî, di natura teleologica o connessi con la razionalità dei fenomeni naturali; più specificamente, d. meccanicistico, concezione che attribuisce validità generale alla causalità meccanica, e che si è affermata con la formulazione matematica della meccanica classica, soprattutto sulla base del risultato per cui l’evoluzione temporale di qualunque sistema meccanico sarebbe completamente determinata quando fossero note a un dato istante le coordinate di tutti i punti del sistema e le loro derivate prime (velocità); in seguito all’affermarsi della meccanica quantistica, che pone in discussione il principio classico di causalità, si sono sviluppate forme di determinismo (d. statistico o probabilistico) che però escludono una prevedibilità assoluta degli eventi. D. psicologico, locuz. con la quale si designano le concezioni filosofiche secondo cui gli atti della volontà e tutti gli atti psichici sarebbero anch’essi determinati da cause interne o esterne.

2. D. economico, locuz. con la quale è stata riassunta la concezione marxiana della storia per la quale i fenomeni ideologici, politici, religiosi, ecc. sono determinati in ultima istanza dalle condizioni economiche e, in partic., dai vigenti rapporti di produzione.




---- Deciṡióne

Vocabolario on line
deciṡióne s. f. [dal lat. decisio -onis, der. di decīdĕre: v. decidere]. –

1. Nel linguaggio giur., pronuncia del giudice, con la quale viene decisa una controversia: la d. della Cassazione, della Corte d’appello, del Tribunale, ecc. (la parola è sempre usata, invece di sentenza, per le pronuncie con le quali il Consiglio di stato e i giudici amministrativi in genere decidono una controversia).

2. Nell’uso com.:

a. Scelta cosciente e ragionata di una tra le varie possibilità di azione o di comportamento (e più in partic., sotto l’aspetto psicologico, il momento deliberativo di un atto volitivo): prendere, maturare una d.; è stata una d. affrettata; mi rimetto alle tue d., a ciò che tu stabilirai; persona incapace di decisioni, che non sa mai risolversi.

b. Risolutezza, determinazione, cioè prontezza e fermezza nel decidere: agire con decisione, con energia, risolutamente (e analogam., mostrare decisione nell’agire, nel prendere provvedimenti, e sim.).

3.

a. In statistica, teoria delle d., teoria che ha per oggetto lo studio dei criterî di scelta tra più alternative o ipotesi diverse, impiegata soprattutto nell’economia applicata per determinare politiche (procedure di decisione) volte alla massima riduzione dei costi.

b. In logica matematica, problema di decisione, ricerca di un procedimento effettivo, cioè costituito da un numero finito di passi, ognuno descrivibile in maniera precisa e applicabile a tutti i problemi dello stesso tipo, che consenta di stabilire se una certa proprietà o relazione convenga o no a certi enti, ovvero di calcolare una certa funzione.


4. ant. Divisione, separazione di una parte dal tutto, e anche la parte divisa dal tutto.




Questo post è dedicato alla memoria di Stefano Cucchi