venerdì 9 gennaio 2015

Je Suis Personne

"Là fuori, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso. Ci incontreremo lì" - Rumi


Ieri come ogni giovedì scendo a Milano per fare delle foto. Esco dalla metropolitana di Gambara e proseguo fin'oltre l'Esselunga di via Novara. Lì c'ero già stato questa primavera, per intervistare un ragazzo transgender per un progetto che uscirà l'anno prossimo. Ho fotografato praticamente chiunque incontrassi per la strada, avevo voglia di corpi e volti. Casualmente la mia macchina era in modalità tempi quando l'ho accesa, quindi i primi scatti sono venuti sfocati per via del tempo lento impostato.

Sono tornato rapidamente alla modalità diaframma, e così ho iniziato a scattare alle persone che incontravo. Per un certo periodo sono stato preceduto da una coppietta giovane, che si stava recando in un mercatino dell'usato. Li ho visti entrare lì tenendosi mano nella mano. Ieri trovavo le persone interessanti, credo che quasi tutti quelli che ho incontrato fossero persone su cui valesse la pena soffermarsi. Non mi succede sempre quando cammino per la strada. In compenso a parte una chiesa, l'ambiente urbano non mi ha trasmesso molto.

Milano è una città dove o mi attirano gli ambienti, o mi attirano le persone. Raramente trovo attraenti entrambi nello stesso momento, e infatti quasi tutti i miei set fotografici dove cerco di catturare persone e ambienti contemporaneamente li sento spesso come sbilanciati. Rivedo le foto scattate ieri pomeriggio e poi sistemate ieri sera, e mi rendo conto che fotografare per me è un atto d'amore nei confronti della realtà, che la fotografia riesce a farmi amare di più la realtà. L'umanità per me è attrattiva se in bianco e nero.

Quando ho scoperto la fotografia un paio di anni fa, essa mi ha fatto una grande promessa. Di rendere il mondo un posto più abitabile. Sottraendo il colore. Riportando tutto a una essenza. In qualche modo ho sentito che questa scoperta dava senso alla mia esistenza. In qualche maniera, la fotografia ha riempito tutta una serie di buchi di senso. Trovo che nel mondo ci sia una grandissima mancanza d'amore. Quando ce ne rendiamo conto, di solito con l'adolescenza, ci si invita a 'crescere', ovvero ad accettare il mondo per quello che è, freddo e vuoto.

I film di Larry Clark trovo che dipingano molto bene questo mondo freddo e vuoto, mostrando le strategie che i protagonisti, di solito giovani adolescenti, mettono in atto per rimediare a queste mancanze. Il sesso, la violenza, gli skates, eccetera. Ognuno di noi si trova di fronte a un mondo che di per sé non ha un senso, e cerca di costruire le proprie relazioni con esso. Di abitarlo. Di modificarlo. Farlo artisticamente è un modo strano. Intanto perché teoricamente il mondo lo si lascia, di fatto, così com'è. Non lo si cambia realmente.

Ma non lo si lascia nemmeno completamente così com'è. Io me ne porto a casa frammenti che poi sistemo al computer, coi miei strumenti di post produzione. Fare questo significa credere nell'utopia, e significa anche credere che non è modificando direttamente la realtà che si può renderla migliore. In ogni artista c'è un po' di sfiducia nell'azione diretta, e c'è molta fiducia nel gioco. Per giocare, devi lasciare un po' da parte il tuo io adulto, e tornare un po' bambino. Perché gli adulti accettano il mondo com'è, con le sue leggi disumane, le sue disparità, tutto.

I bambini invece no. I bambini, il mondo, sognano di cambiarlo. E' così impellente questo bisogno che, se non riescono a modificare il mondo realmente, lo fanno con la fantasia. Ma così, vedono il mondo per come lo vorrebbero. Sanno quindi che cosa desiderano i bambini, a differenza degli adulti che di solito si lasciano definire da altri, da chi ha il potere ad esempio. E così il gioco dell'arte è un gioco rivoluzionario, un gioco pericoloso, un gioco dove c'è in ballo la vita. Per gioco posso tenere la macchina in mano, scattare a caso e raccogliere per caso un pezzo di anima.

Un frammento di realtà esterna che mi dice come sono 'dentro'. Queste corrispondenze sono intuitive e oniriche al tempo stesso. Sono un po' come i sogni, ci dicono sempre qualcosa di quello che siamo, di quello che desideriamo, ci raccontano il mondo come la realtà non sa fare. La realtà rappresenta il mondo come lo abbiamo creato, i sogni come lo vorremmo. La differenza tra l'una cosa e l'altra rispecchia il percorso che dobbiamo seguire per cambiarci. La creatività da questo punto di vista è la nostra spinta utopica.

Finito di scattare ho preso un autobus e la metropolitana, e mi sono recato in centro, ho gettato un occhio in qualche libreria. All'uscita, mentre mi recavo a prendere il treno, ho sentito potente un forte senso di inutilità per tutto quanto mi circondava. La gente che camminava coi pacchetti dello shopping, i negozi, i ristorantini. Mi sono chiesto cosa avessi da spartire con quella gente e mi sono risposto: 'niente'. E' bastato metter nello zaino la macchina fotografica. Togliere la creatività, quel processo onirico, perché non mi riconoscessi più nella realtà che mi circondava.

In fondo l'ho sempre saputo, non è una novità per me. Ma mi ha colpito la velocità di quella rivelazione. Una cosa repentina, subitanea, improvvisa. Che marca la distanza che ho voluto tra me e il mondo che mi circonda. Leggendo in questi giorni degli attentati al giornale satirico in Francia, io ho pensato 'Je ne suis pas Charlie, je suis personne'. L'essere nulla per il mondo significa non stare alle sue logiche, significa prendermi spazio per pensare, per ragionare, per non rispondere sull'onda di una emotività pavloviana. Io voglio essere Nessuno. In fondo Ulisse era un gran curioso, e il mondo lo ha conosciuto bene, compresi i suoi lati oscuri, no?




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