martedì 3 febbraio 2015

Lo Specchio

"Gli sguardi sono discorsi fatti in silenzio"


Oggi ha nevicato. Poco, ma una spruzzata di neve discioltasi subito è venuta giù. Ieri ho fatto delle foto in giro per Milano. Nei giorni precedenti ho recuperato una conferenza tenuta da un mio collega, che parlando di street photography spiegava come il fotografo che scatta per la strada faccia degli autoritratti. Mi piace molto questa cosa, l'idea che una persona cerchi frammenti di sé stesso per le strade, tra la gente, corrisponde a una mia caratteristica. Io trovo sempre frammenti di me stesso nelle persone che frequento, nelle mie amicizie.

C'è chi sta bene con se stesso e trova in sé tutto ciò di cui ha bisogno. Tra queste persone penso ci sia Allen Ginsberg, poeta che amo profondamente. C'è chi invece, senza creare inutili contrapposizioni tra inesistenti categorie di persone, trova negli altri particelle del proprio essere, e si serve degli altri per ritrovarsi. Credo che Antoine D'Agata potrebbe essere inserito in questa categoria. I suoi ritratti eseguiti a Phnom Penh secondo me sono un mirabile esempio di questa ricerca.

Ho provato a guardare le mie foto consapevole di questo, ovvero ho provato a guardare che cosa avevo catturato per cercare di capire cosa c'è di me nei miei soggetti. Mi sono soffermato sul ritratto di questa ragazza, che da un primo piano non completamente a fuoco mi scruta severa. L'ombra sul viso, si staglia contro quel condominio sullo sfondo mostrandomi che c'è una realtà nascosta in mezzo alla nostra normalità, quella che invoca meno arrendevolezza per gli italiani, a colpi di esclusioni nei confronti degli ultimi, per la paura di essere i penultimi.

Più avanti un'altra ragazza, la sciarpa davanti alla bocca, mi osserva anch'essa con sguardo severo, a fianco di un cancelletto che separa un giardino pubblico dalla strada. Queste figure nello stesso tempo guardano me e sono figure di me che interrogo lo spettatore. La stessa cosa avviene con un uomo straniero. Effettivamente da qualche mese, da quando le cronache ci dicono che siamo molto espulsivi nei confronti dei più deboli, io mi guardo attorno cercando di capire chi siamo, e sopratutto chi, in questo quotidiano confronto, mi è più simile e può essermi alleato in quella battaglia quotidiana che è la vita.

Ho scoperto che a Trento c'è un progetto in cui dei rifugiati politici vivono assieme a malati psichici gravi. Pare che la convivenza funzioni benissimo, perché nei paesi di provenienza dei rifugiati politici le persone con disturbi psicologici vengono normalmente tenute in casa, e non abbandonati in strutture, essi pertanto sono abituati a sopportare il disagio e a dialogare con chi ne è portatore. Ecco una situazione in cui, invece di creare divisioni tra categorie di soggetti in difficoltà, si è dimostrato che l'unione fa la forza.

Ma ho scoperto anche che negli OPG, che dovrebbero chiudere tra 58 giorni sebbene la legge li desse già per defunti dal 2012, continua a entrare gente. Inoltre pare ci sia stata una gara all'appalto per costruire strutture private che ne ricalcano il funzionamento, da parte degli stessi organismi che li gestiscono. E se quei volti che ho catturato rappresentassero l'ostilità a un mondo che tratta gli ultimi come dei rami secchi da estirpare, da non considerare esseri umani, da umiliare togliendogli l'umanità di cui sono portatori sani? Sapete di cosa sono pieni gli OPG? Di ladri di polli, quando non di persone considerate 'pericolose per sé e per gli altri', concetto labile che muta a mutar di bandiera.

Quanti pregiudizi, quante barriere, quante divisioni. Quante persone che soffrono per questi preconcetti, quanti soldi si muovono per approfittare di queste frantumazioni del sociale, quanti individui sono agiti da un'idea di umanità che taglia, che taglia con emozioni, con sentimenti, con parti di noi che restano lì, come simboli cifrati, chiusi, che nessuno vuole interpretare. Che povertà nella nostra umanità, quante difficoltà a comunicare. Basta poco per essere considerati meno umani. Troppo poco. Ho conosciuto persone intelligenti preda di trappole psichiche che ne hanno minato l'equilibrio e che si sono mantenute al di qua di quella barriera che separa l'umano dal non umano quasi per miracolo.

E sono gli individui che spesso si sono mostrati più feroci. Più feroci nell'escludere, nel ferire, nel separare, nel momento stesso in cui era facile fossero in crisi con sé stesse. Così da una parte abbiamo la 'normalità', ovvero tutto ciò che è sfuggito alle forbici e rientra nei canoni, dall'altra i sommersi, e in mezzo … noi. Perché noi non siamo dalla parte della norma, noi siamo ogni giorno in quella zona dove apparentemente si deve lottare per non essere scartati, ma dove sotto questa battaglia, come nella Bhagavad Gita, se ne combatte un'altra: quella per essere semplicemente noi stessi.


Chi se ne accorge? Vi è mai capitato di lottare per voi stessi invece che per una appartenenza? Se sì, allora vi sarete resi conto che il resto è spesso mera apparenza, che rischia solo di togliervi energia e capacità critiche. Ma vi sarete anche resi conto che se state veramente lottando per voi stessi, per i vostri veri desideri, il pozzo è senza fondo. Un desiderio tira l'altro. Non c'è fine alla scoperta di sé stessi. Nessuno può sapere dove potrete arrivare. Per questo vale la pena continuare a cercarsi, senza porsi limiti, senza avere paura di lasciarsi tutto alle spalle. Ci ritroveremo tutti al di là di quelle barriere che compongono la nostra quotidianità. Basta non avere paura.  



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