domenica 19 aprile 2015

Cielo sentimentale

"Con la scrittura ho ottenuto quanto cercavo. Ciò che, essendo per me un ammaestramento, mi farà da guida, non sarà quello che ho vissuto, ma il tono col quale lo riporto. Non gli aneddoti ma l'opera d'arte. Non la mia vita ma la sua interpretazione." 

- Jean Genet


Dalla finestra della mia cucina, versione polaroid
Non è facile per me ritrarre con la macchina fotografica il mondo in cui vivo. Intendo dire proprio il pezzettino di mondo in cui sono immerso quotidianamente, casa mia compresa. Eppure qui ho vissuto, non ininterrottamente, da quando sono giovane, con l'eccezione del periodo in cui ho frequentato le scuole medie e il periodo dell'università. Qui ho vissuto la mia infanzia e gli anni di liceo. Alla mia infanzia penso pochissimo.

Ero un bambino solitario, avevo qualche giocattolo e qualche libro – ho iniziato a leggere prima di frequentare la scuola dell'obbligo – e la mia famiglia era una classica famiglia inconsapevole, come ce ne sono molte da queste parti. Gli anni del liceo sono quelli che mi ricordo meglio, per via della mia passione per la musica che occupava tutto il mio tempo libero e per certe ombre e pensieri cupi che per qualche anno mi hanno assordato rinchiudendomi in un mio mondo parallelo.

Un mondo a parte che in qualche modo ho recuperato volontariamente e in cui vivo con molta più facilità ora che sono adulto. Era importante per me avere una continuità con un mio mondo interiore, convinto come sono che la vita sociale sia molto sopravvalutata, troppo, e che questo ci conduca a essere meno noi stessi, meno in contatto con le nostre emanazioni e energie spirituali. A pensarci bene, questo mondo interiore non l'ho mai completamente abbandonato, ed è per questo che ora lo lascio risplendere.

C'è poco a legarmi a questi luoghi. Intanto casa mia è troppo grande per i miei gusti. E troppo borghese. Quando mia madre morirà, la venderò per acquistarne una molto più piccola a Milano. Ma non smanio dal desiderio di trasferirmi. Le persone che ho in mente in questi giorni, amici o conoscenze importanti, non sono concentrate in un unico luogo, ma sono sparse in giro per l'Italia. Una mia carissima amica vive a Milano, un'altra sta vicino a Savona col suo compagno, un'altra persona che recentemente mi ha molto incuriosito vive a Torino.

Dalla finestra della mia cucina, versione cross process
Ho messo su un vecchio disco dei Pink Floyd, quando c'era ancora Syd Barrett, e mi sono fumato una sigaretta pensando a Nobuyoshi Araki, e in particolare alle foto che ha scattato dal tetto di casa sua dopo la morte della moglie Yoko. Questo è il legame tra la foto che vedete qui riprodotta con diverse elaborazioni fotografiche, in bianco e nero e a colori, ripresa questo pomeriggio dalla finestra della mia cucina, e le mie emozioni.

Gli anni Sessanta, come contrasta la musica che esce dal mio stereo con il paesaggio che mi circonda. Settimana scorso la Corte di Strasburgo per i Diritti Umani ha stabilito che a Genova, durante il G8 del 2001, c'è stata tortura. Lo sapevamo già tutti ovviamente. Lì a Genova tutti i sogni di rinnovamento sociale e le battaglie che intere generazioni hanno combattuto a partire dagli anni Sessanta hanno subito un violento smacco. Violenza primaria. Sapete cos'è?

Ovviamente il mondo che mi circonda in questo paese in provincia di Varese non se ne cura. A circa dieci minuti da casa mia c'è il cimitero dov'è sepolto mio padre, che era di destra. Parlavamo pochissimo, era difficile per lui comunicare con me che avevo una visione della vita diametralmente opposta alla mia. Eppure oggi, dopo essermi alzato tardi e aver mangiato ancora più tardi, guardando dalla finestra della cucina mi hanno colpito gli alberi che vedete in queste foto.

Mi hanno colpito i loro colori, le forme, questo soffice lasciarsi andare al vento, questo improvviso gonfiarsi della vita. E allora ho realizzato questo scatto un po' storto in maniera dolce, e lo ho elaborato al computer in cinque versioni differenti. La prima ovviamente è stata la versione in bianco e nero, che è il tipo di fotografia che preferisco, simulando un filtro verde. Anche Araki scattava in bianco e nero dal tetto della sua abitazione. Poi ne ho elaborato una versione polaroid, una vintage, una cinematografica e una versione in cross process.

Dalla finestra della mia cucina, versione vintage
Tutto questo mentre leggevo dei settecento migranti morti oggi nel nostro mare Mediterraneo. Sogni di libertà che si infrangono nei cupi pensieri della mia adolescenza. Alla fine a me tutto torna, quei settecento corpi provenienti probabilmente da Siria, Libia e Iraq mi ricordano il mio viaggio a Londra alla ricerca di lavori umili, il mio vivere a East Ham nella comunità mussulmana, i miei due appartamenti pieni di bangladesi, il cibo etnico, il gatto randagio rosso e nero che si intrufolava di notte, la piccola moschea squadrata e verde, peccato che allora non avessi con me la mia macchina fotografica.

Della fotografia mi sono innamorato dopo, una volta rientrato in Italia dopo sei mesi di quasi solitudine, eccezion fatta per i concerti di musica d'avanguardia e i sabati sera passati a ballare, tutte cose lontane dai miei coinquilini che vivevano vite emotivamente meno ricche degli stimoli che io andavo cercando – sono sempre stato attratto dalla sensualità e dall'estetica - e che poi sono confluite nei miei libri con le fotografie di Daido Moriyama. Quel bianco e nero che assorbe tutto, compresi i corpi al largo delle nostre coste, in un gesto quasi zen.

La fotografia mi ha fatto un'enorme promessa, qualcosa che anche oggi mentre lavoravo a questo scatto sentivo nelle mie ossa. La promessa di una comunione tra la mia parte adolescente, quella creativa, e la mia parte adulta, quella che nel pescare a piene mani nelle proprie emozioni non rinuncia all'esperienza. La mia parte adolescente è tutta contenuta in Kids di Larry Clark. Quel film mi ha fatto capire molto di quello che provavo quando ero ragazzo.

Da bambini e adolescenti siamo tutti molto primitivi – c'è chi rimane tale anche quando cresce – e molto vulnerabili per questo motivo. La nostra formazione, il periodo che passiamo da piccoli esseri umani, ci mette in stretto rapporto con la realtà e la sua violenza, la stessa che ha restituito oggi quei settecento corpi in mare, la stessa dei pestaggi della scuola Diaz. Qualcosa di primordiale e di vitale, legato all'istinto, qualcosa che è molto legato alla natura.

Dalla finestra della mia cucina, versione cinematica
Qualcosa che ho percepito come vitale oggi, quando ho montato l'obiettivo sulla mia macchina fotografica. Anche voler strappare un pezzetto di mondo dal suo spazio e relegarlo a una inquadratura è un gesto estremamente violento. Strappare alla realtà un frammento di spazio e tempo e successivamente manipolarne i colori come ho fatto io è un atto niente affatto innocente. Ma si tratta di un processo interiore, inconscio. Non sempre ce ne accorgiamo.

Quello della violenza del mondo in cui viviamo è un tema a cui non è possibile rinunciare, in sede di riflessione. La vita umana è minata in ultima analisi dalla nostra morte, che si oppone a ogni nostro slancio vitale. L'uomo ha inventato la civiltà per tentare di sfuggirvi. La creatività ci ricollega con questo nostro desiderio di non morire, con questo slancio vitale contrario alla natura e alla logica delle cose. Guardate questo panorama, e pensate solo al mutare delle stagioni nella realtà, negato in una fotografia.

Cosa significa fotografare, se non cercare di far sì che le cose accadano di nuovo? Pensate inoltre che quello che ho catturato con la mia macchina fotografica, riproducendolo qui, non è mai la realtà quanto la visione che io ho di essa. Quegli alberi coi colori alterati nel tentativo di riprodurre in digitale gli effetti di diversi bagni chimici. Non c'è nulla di naturale nell'arte, non è a caso se il mio artista preferito in assoluto è forse Francis Bacon. Ma quello che Bacon esplicita, lo potete trovare anche in scatti come questi. Io mi ci riconosco.

Guardo le differenti versioni della foto che ho scattato oggi e percepisco un mio gravitare attorno a esse, una mia insistenza, un persistere del mio sguardo su di esse, un cupio dissolvi. Io non sono più nel mio corpo, nelle mie sensazioni, sono in esse, ed esse, le mie fotografie, sono a loro volta la proiezione di un processo nel quale trovo la mia soddisfazione. Ho compiuto un viaggio che mi ha fatto allontanare da me stesso e mi ha fatto ritrovare in una realtà trasfigurata.

Dalla finestra della mia cucina, versione in bianco e nero con filtro verde
Questo processo creativo è tipico di chi ha una mentalità religiosa. La religiosità ti fa distaccare dalle passioni, percepite come disordinate, e ti allontana in questo modo dalla paura della morte. Per chi è religioso le passioni si equivalgono, e il desiderio si ricollega al suo antico nemico, la paura. Il processo artistico parte dal desiderio, il desiderio di uno spicchio di mondo, di un suo particolare, il desiderio di possedere, e ti porta a manipolare un oggetto che è l'equivalente emotivo di quel particolare.

Quegli alberi fuori dalla mia finestra visti attraverso le lenti della mia macchina fotografica non sono più quegli alberi reali, sono trasfigurati in un fascio di sensazioni di cui è addirittura possibile dare diverse versioni, il che significa che è possibile restituire a chi guarda sensazioni differenti a partire da un unico scatto. Ciò implica che il desiderio stesso si fa astratto, o forse più profondo. Si cerca di arrivare a una essenza di ciò che è reale, alla sua natura non biologica.

Che ci sia qualcos'altro al di là di ciò che è naturale è un mio vecchio tarlo. Che ci sia una realtà più vera al di là delle apparenze è ciò che ho sempre pensato, sin da quando ero ragazzo. Andare al di là di ciò che vedevo, non accontentarmi di quanto possiamo toccare, vedere, odorare, sentire, assaggiare. Da giovane, per me il sesso era un po' il modo principale per andare al di là delle apparenze. Desiderare un altro corpo era un po' il modo per sganciarsi dalla morale comune, da chi ti chiedeva di diventare adulto e responsabile, e non turbare l'ordine costituito.

A me la realtà interessa in quanto essere sessuato. Anche relazionarmi con quegli alberi là fuori dalla mia finestra significa cercarne l'aspetto estetico, il gusto sensuale. Ho mostrato le mie foto a mia madre, e quando è tornata in cucina, mi ha detto che gli alberi sembravano più belli, più colorati in fotografia rispetto a quelli reali. Le ho risposto, mentendole, che c'era un'ombra a oscurare l'albero centrale, e a nasconderne i colori.

Un cielo fotografato dal tetto di casa da Araki
Poi ho aggiunto, per correggermi, che gli alberi che ho fotografato sono diversi dagli alberi reali, ma non le ho spiegato il perché. E' questo legame sensuale, estetico, con la realtà, questa trasfigurazione, che fa delle immagini qualcosa di desiderabile, e che attraverso questo legame emotivo la realtà rappresentata in un qualsiasi oggetto artistico è una realtà spogliata dei suoi dati meramente sensibili per diventare realtà interiore.

Jean Genet scrive che Giacometti fa sculture per i morti. Ma ognuno di noi è quel morto che guarda, quell'essere che si ritrae dal mondo e si rinchiude nella propria ferita sessuata, nel proprio essere individuo diverso da tutti gli altri, sebbene tutti abbiamo trovato amore nelle nostre vite e questa equivalenza di ognuno di noi con tutti gli altri era per Genet la cosa più dolorosa in assoluto, ciò che per lui toglieva valore a ogni singolo invididuo.

E quindi anche oggi, come sempre, ho in realtà fotografato per indagare più a fondo quella cosa per me promettente che è il legame con la morte. Le differenti versioni della mia fotografia di oggi, più le guardo – e più le guardo e più vorrei indugiarvi con lo sguardo, perdermici dentro – mi parlano di morte, mi parlano di questo mio tentativo di annullare il mio rapporto con la realtà, con la menzogna della realtà, per andare più a fondo, per vivere il legame con ciò che la realtà esterna cerca di silenziare.

Ho sulla mia scrivania in soggiorno i miei libri di Genet e di Man Ray da sfogliare, cosa che farò stanotte. Di Man Ray in particolare ricordo la fotografia di una foglia 'artigliata', una foglia secca che sembra un vero e proprio arto che con forza cerca di strappare via la carta e uscire dalla dimensione piatta in cui è contenuta per emergere in tutta la propria grazia e determinazione. Quanto mi sono simili questi artisti che giustamente sono passati alla storia per quello che ci hanno raccontato del nostro vero mondo interiore.

Un'altra foto dal tetto di casa di Araki
Queste cinque versioni di un unico scatto si muovono ancora all'interno di una estetica molto convenzionale. Nulla a che vedere con le foto che vi ho mostrato settimana scorsa. Ma la cosa che mi ha stupito oggi è la loro perfezione, ovvero proprio il fatto che corrispondano a un processo artistico che è quello che vi ho descritto in queste righe, un processo che ha una sua controparte nella mia anima. Nulla è avvenuto per caso, sebbene tutto sia apparentemente superficiale – convenzionale – e esteticamente rassicurante – codificato.


Mi domando se in fondo qualsiasi artista viva di processi simili ai miei, se quindi, su un piano profondo, un ballerino di Amici e Kazuo Ohno si equivalgano, vivano le stesse tensioni. Ultimamente mi sento di rispondere che è così, la differenza è che Ohno è più consapevole di questo processo, di questo legame tra il desiderio e la morte, ed è quindi capace di renderlo più esplicito. Vi lascio qui il link dal quale potrete osservare le cinque foto in sequenza, in modo tale da potervi perdere in esse come ho fatto io, magari rassicurandovi della loro apparente innocenza.


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