sabato 25 aprile 2015

Senza sogni (nel ghetto)

"Il sogno costituisce la realizzazione di un desiderio, di un desiderio che la coscienza reputa magari vergognoso e che è proclive a ripudiare con stupore o con indignazione" -- S. Freud


Self Portrait with Violence I


Questa notte è stata una notte senza sogni. E' stata una notte arida, che ha gettato una luce sinistra sulla mia giornata. Mi ha fatto pensare a due autoritratti che mi sono scattato questa settimana, e ha donato loro nuove sfumature. Tutto è partito da una mia riflessione su di me come essere umano, e sui miei simili, le persone che posso vedere ogni giorno in casa mia o uscendo da essa. Questa riflessione è una prosecuzione di cose di cui discutevo con la mia amica Annalisa, che ormai conoscete perché è spesso soggetto della mia fotografia.

Potete recuperare queste riflessioni in questo post. Qui riferivo di una discussione che ho avuto in macchina con Annalisa mentre ci recavamo a Torino. Si parlava dell'inevitabilità della violenza, nelle nostre vite. Io sono convinto che la nostra mortalità, il fatto che prima o poi tutti moriremo, è il segno ultimo di questa inevitabilità. Noi vogliamo amare, vogliamo vivere, ma ultimamente questo velo che si strapperà e ci lascerà intravvedere il vuoto è un ostacolo a tutti i nostri progetti di felicità.

Senza contare tutte le forme di violenza che vediamo nella nostra quotidianità. Le varie forme di marginalizzazione di alcune fette di società, per quanto riguarda i loro diritti o addirittura le loro possibilità materiali di vita. Oppure potete pensare alle relazioni tra uomini e donne, all'incomunicabilità, alla violenza domestica o a tutte quelle forme più subdole di violenza che spesso alcuni di noi si trovano quotidianamente a dover sopportare.

Oppure ancora. In questa settimana ho passeggiato, senza macchina fotografica, per i luoghi in cui vivo, e ho visto gruppi di persone che occupavano il proprio tempo in compagnia in un modo che mi è parso completamente slegato da tutto il resto. Vivo in un piccolo paese, e quando lo attraverso vedo spesso gruppi di vecchi. Mentre nel paese vicino, che assomiglia a una piccola città perché in centro ci sono molti negozi, vedo molti giovani. L'effetto per me è stato quello di attraversare due differenti ghetti.

Self Portrait with Violence II
C'è una ragione a tutto ciò. C'è una norma sociale che ci impone come dobbiamo essere e cosa dobbiamo pensare. Chi non si conforma viene tendenzialmente marginalizzato. Ma anche chi si conforma vive all'interno di certe barriere, anche se ne è inconsapevole, e al mio occhio questa cosa si fa evidente. Il motivo ultimo è quello che vi ho esposto più sopra: tutti abbiamo paura di morire. Per questo motivo c'è gente che risponde a questa paura accumulando ricchezze a spese di altri individui e istituendo norme.

Gli altri subiscono queste discriminazioni o questo impoverimento semplicemente perché sono deboli, non hanno forza o strumenti per far sentire la loro voce e riappropriarsi di ciò che è stato loro tolto o negato. La violenza della vita. Tutto per me si gioca all'interno di queste coordinate. E' la paura della morte che scatena la violenza, o le varie forme di ineguaglianza, o di omologazione, che incontriamo quotidianamente per le nostre strade.

Ci sono artisti che si sono interrogati su tutto ciò e hanno risposto dando voce alle varie forme di marginalità che hanno incrociato nelle loro vite. Nan Goldin che negli anni Settanta dava voce alle comunità di cui faceva parte, alle proprie amicizie, ai propri affetti, o Antoine D'Agata che vaga alla ricerca di legami con persone marginali hanno cercato di contrastare questa onnipotenza della morte, e lo vedete anche dagli autoritratti che si sono scattati.

D'Agata ha sempre i contorni del volto semicancellati dal movimento o dalle sfocature, come se solo nelle relazioni che stabilisce trovasse un vero volto, fuori dal suo essere monade. Intuizione assai felice. Gli omofobi bigotti nemici della 'ideologia gender' direbbero che si tratta di un individuo senza radici, privo di identità, loro che sono nemici dichiarati del perdersi nei propri desideri come se essi, proprio in quanto superamento di ogni tabù, ci avvicinassero di più alla nostra mortalità.

Self Portrait by Antoine D'Agata
La Goldin è arrivata a immortalarsi dopo essere stata picchiata da un compagno, esplicitando così la violenza insita nei rapporti sentimentali. Ho sempre associato questo suo autoritratto a un'altra sua foto, un ritratto di Siobhan, una donna che è stata sua compagna, che si offre nuda alla sua macchina fotografica, e quindi priva di pericoli, donandomi così in un semplice uno-due un importante aiuto per comprendere la differenza tra la natura maschile e quella femminile.

Ho interrotto la scrittura per scattarmi altri due autoritratti, dopo l'ultima notte che ho passato senza sogni, quasi senza desideri. Volevo vedere a cosa assomigliavo oggi, dopo questa notte secca e senza radici nelle mie debolezze, nei miei conflitti. Non sono riuscito a trovare delle parole per descrivermi, ma almeno ho queste due immagini, che mi rimandano a una ricchezza interiore che cova sotto la cenere.

Come scrive Georges Bataille ne 'L'erotismo', tutti noi siamo mortali e il lavoro e la religione hanno sempre cercato di sganciarci dalla sensazione del nostro limite. Quanti di voi dopo aver letto dei 900 migranti morti al largo delle nostre coste la settimana scorsa sono tornati al lavoro felici, forse senza neanche badare più di tanto a quei morti? Questo 'miracolo' è frutto della vostra esistenza sociale. E' grazie al vostro appartenere alla società se non siete un po' morti anche voi, se non vi siete identificati con quei corpi senza più vita, se non vi siete sentiti morire anche voi.

E qui inizia un grosso equivoco. Forti di questo 'miracolo', voi vi sentite immortali. Una sensazione diversa dal senso di onnipotenza che prova chi soffre di disturbo bipolare nelle sue fasi maniacali, anche se un punto di contatto con questi individui l'avete: perdete il contatto con la realtà, in questo caso con la realtà di chi ha cercato di attraversare il mare per sfuggire alla povertà o alla guerra ed ha perso la vita per questo motivo.

Self Portrait by Nan Goldin
L'appartenenza alla società vi distacca da questi vostri simili che sono morti, dalla risonanza della loro sofferenza nella vostra carne. Lo fa anche rispetto a tutte le persone sofferenti che vi stanno attorno. Avete presente quando intervistano i vicini di casa di qualcuno che ha vissuto una tragedia, e quelli rispondono che non se lo aspettavano? Ecco, più o meno siamo a questo livello. La socialità si traduce in indifferenza.

Quello che forse è meno ovvio è che l'indifferenza verso l'altro è anche indifferenza verso di sé. Immaginate di svolgere un lavoro che non vi piace, ma di farlo perché comunque vi porta dei soldi. Il fatto di 'prestare' la vostra vita a qualcuno è una cosa vista come normale dalla società in cui vivete. Non vi sentirete alienati nel farlo quindi. Ma questo significa forse che la vostra alienazione sarà minore?

A cosa state rinunciando nel donare il vostro tempo in questo modo alla società? Alla ricerca di un amore? Alle lotte sociali che stanno intorno a voi? Allo sviluppo della vostra interiorità? Avete mai avuto la sensazione che tutte queste cose potrebbero far parte della vostra vita? Molti di voi no, non lo sospettano nemmeno. Non vi sembra allora che questa società vi stia chiedendo tanto, forse troppo, in cambio di due soldi con cui pagare l'affitto e procurarvi da mangiare?

Moltiplicate tutto questo per quanti siamo sulla terra, e pensate a tutti i problemi e le difficoltà che quotidianamente rimangono irrisolte per via dei nostri impegni, dell'alienazione quotidiana che viviamo, e vi renderete conto che siamo senza speranza. Viviamo dentro queste gabbie, piccole o grandi che siano, ma sempre e solo gabbie. E in più con la morte che incombe, e che un giorno ci spazzerà via senza che abbiamo vissuto un solo giorno della nostra vita.

Self Portrait without Dreams I
Credo che il discorso sia diverso per chi fa arte. Ma cosa vuol dire fare arte oggi nel 2015? Io ho una mia personale risposta. Per me fare arte significa prendere in mano quella macchina fotografica come ho fatto oggi. Scattare quei due ritratti, inserire la card nel computer e aprire l'editor e regolare la luminosità, il contrasto e la struttura delle mie foto fino a farle assomigliare a quelle che uscirebbero da lavori scattati su pellicola in bianco e nero. Rivedere me stesso allo specchio di una elaborazione artistica.

Non volevo assolutamente perdere me stesso oggi. Dopo questa notte. Volevo vedermi. Se avessi un lavoro 'normale', mi sarei recato sul posto di lavoro e avrei interagito con i colleghi, e mi sarei rassicurato nel vedere tutto oliato come nei giorni precedenti. Avrei pensato che il mio stato, l'aver accusato l'assenza di sogni, fosse tutto sommato 'normale', una strana impressione segnata da … come fate voi persone 'normali'? Cosa pensate per scacciare gli incubi lontani?

Passate da un frame all'altro, dalla vostra individualità alla vita sociale rifiutando la prima, e vivendo questo processo come fosse una cosa normalissima, senza pensarci due volte. Io no. Volevo guardarmi allo specchio e avere un ricordo di questa notte. Perché certi processi quando innescati producono effetti, e io voglio vedere nei prossimi giorni cosa mi succede. Tutti siamo immersi nel sociale, e i nostri processi interiori vengono minimizzati, passano in secondo piano. Ma io voglio ricordarmi di quello che mi succede, voglio pensarci.

Le cose che ci accadono dentro sono sottili, quelle che ci accadono dall'esterno muovono energie più grezze, più potenti, per questo prestiamo loro più attenzione, per questo le cerchiamo e ci mancano come una droga se ci capita di essere isolati. Ma non si può vivere di sola esteriorità, non si può vivere in funzione della nostra capacità di adattamento alla società, senza uno sguardo dentro che colga le infinite sfaccettature della nostra anima.


Self Portrait without Dreams II
E allora ecco a cosa serve l'arte: a relazionarsi con sé stessi e ad avere un occhio rivolto alle nostre energie interiori, quelle che la nostra vita sociale tende a negare. Perché la società vi dice che potete benissimo vivere senza di esse, e che anzi, essere adulti e responsabili significa rinunciare ai sogni. Guardate allora questi miei volti di adulto che non ha sognato. Cosa vi ricordano? Cosa vi dicono? Sono il volto di una persona perfettamente realizzata da un punto di vista sociale?

A me dicono cose diverse da queste. Mi ricordano ad esempio tutta la splendida arte di cui mi sono nutrito fino a qualche anno fa, tutta la splendida arte che ora è morta e non ritornerà più. Non so cosa l'abbia uccisa, ma so che c'è un legame tra essa e la mia assenza di sogni. So che siamo tutti più fragili, soli e manipolabili senza di essa, e so che le fiere della fotografia non mi restituiscono se non in minima parte la bellezza del passato.

Per creare occorre avere un'anima ricca, e oggi viviamo in un mondo molto più povero e non solo per la crisi economica. Viviamo in un mondo fatto di rabbie identitarie, che vorrebbero farci sentire a casa nostra mentre il resto dell'universo è in fiamme. Viviamo in un mondo di sfruttamento, dove è difficile non essere correi. Viviamo in un mondo dove è facile criticare chi prende in mano una reflex e si mette a scattare come se l'arte non potesse o non dovesse appartenere a tutti, anche nell'epoca del digitale.

Io non mi fido dei miei colleghi che vi dicono e si dicono che solo alcuni possono diventare professionisti. Dovete sbattervene di queste barriere. Dovreste tutti prendere in mano una macchina fotografica e scattarvi un autoritratto in un momento particolare come ho fatto io oggi, confrontarvici e non lasciare che nessuno sia padrone delle vostre emozioni e sensazioni. Non datevi via come invece state facendo. Se leggete queste righe, vi dico: resistete.


  

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