sabato 11 aprile 2015

Ti Amo Troppo

"And I must be an acrobat To talk like this And act like that" - U2, 'The Acrobat'


E' il 7 di aprile. Pasqua è finita. Mi ritrovo verso mezzogiorno con Annalisa a Garibaldi, a Milano. Ci incontriamo per andare assieme a Torino, dove lei ha le prove col suo gruppo di teatro per uno spettacolo sulla violenza. Ci sono due persone sul palco, che si amano e si uccidono. E' la prima volta da un mese che prendo in mano la mia macchina fotografica. L'ho riposta perché vedo attorno a me un mondo omologato che non merita una narrazione, un racconto.

Annalisa mi racconta brevemente il contenuto dello spettacolo – leggerò il testo mentre aspettiamo l'inizio delle prove direttamente nella scuola che ci ospita – e così mi racconta di questi due personaggi, ma sopratutto delle prove. Una struttura costruita da tubi di metallo e lenzuola rappresenta una pancia, e lei e Emanuele, l'altro ragazzo con cui recita, devono interagire con questa pancia durante le prove. Mi torna alla memoria Out 1: Noli me tangere di Jacques Rivette.

Quelle prove dove gli attori improvvisano per portare qualcosa di personale, per cavare la loro individualità sulla scena, che spesso si risolvono in un nulla di fatto ma che nascondono il desiderio di dire e fare qualcosa di nuovo, qualcosa che venga dal profondo. Annalisa e Emanuele durante le prove del loro spettacolo hanno lavorato con le perversioni, e mi viene in mente Antonin Artaud.

“Come la peste, il teatro è dunque un formidabile appello a forze che riportano con l’esempio lo spirito alla fonte dei suoi conflitti. Ed evidentemente l’esempio passionale di Ford altro non è che il simbolo di un lavoro più gigantesco e assolutamente essenziale.

La terrorizzante apparizione del Male, che nei Misteri di Eleusi avveniva nella sua forma pura, ed era realmente rivelata, corrisponde al momento nero di certe tragedie antiche che ogni vero teatro deve ritrovare.

Il teatro essenziale è come la peste, non perché è contagioso, ma perché come la peste è la rivelazione, la trasposizione in primo piano, la spinta verso l’esterno di un fondo di crudeltà latente attraverso il quale si localizzano in un individuo o in un popolo tutte le possibilità perverse dello spirito.” (Antonin Artaud, da “Il teatro e il suo doppio”)

C'è un fondo di violenza nell'essere umano. Ne parlo proprio con la mia amica, e le dico che la violenza è inevitabile nell'uomo secondo me. Io credo che l'uomo sia violento per il fatto stesso di cercare di evitare di relazionarsi con la morte. Tutti siamo mortali. L'eros ad esempio ce lo ricorda, ci presentifica il nostro essere fatti di quel limite. Per questo l'eros spesso è tabù nella nostra società, per questo una pornostar non è considerata una persona seria.

Poi c'è tutta l'italianità fatta di promiscuità per cui se sei pornoattore o se fai BDSM devi per forza di cose essere attorniato da persone che ti chiedono cose ambigue invece di considerarti per quello che sei. L'italiano ha un pessimo rapporto col sesso. Penso che l'espressione 'puttanaio', nella sua declinazione 'ormai qui è tutto un puttanaio', renda molto bene la confusione che hanno i miei connazionali quando si tratta di vita in generale, figuriamoci quando si tratta di sesso.

Eppure è difficile trovare qualcuno che abbia letto Bataille, o Klossowski, o anche soltanto il marchese De Sade. C'è una superficialità nell'approccio alla cosa, il sesso è considerato un atto meccanico per il soddifacimento di un bisogno, poi c'è tutta la morale cattolica che confonde ulteriormente le acque e spinge molti a buttare tutto sotto il classico tappetino, per mantenere una pulizia di superficie.

Non conosco molte persone che hanno approfondito i propri desideri e ne hanno una consapevolezza. Proprio perché muoversi in quel territorio significa esplorare la propria finitezza, la propria mortalità. Lo aveva capito bene anche Pasolini all'epoca di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Affrontare la morte, e quindi l'erotismo, è difficile. Non hai agganci su Sky, e nemmeno se vai dallo psicologo se per questo.

E quindi ero interessato a queste prove dove si improvvisa sul testo utilizzando una grande pancia di stoffa in cui entrare, o uscire, da percuotere, grattare, da appendercisi, da accarezzare o maltrattare. Mi ricordo di Testori, il suo stare 'nel ventre del teatro'. Sostare nel ventre dell'arte è un bel modo di morire. Ci ho passato gran parte della mia vita, ascoltando musica, frequentando spettacoli, scrivendone. Apparentemente sei passivo, non agisci, ma in realtà la tua testa viaggia e si accendono tante luci.

Oggi di meno. Viviamo in un mondo molto più omologato anche solo rispetto a tre o quattro anni fa, non mi stancherò mai di sottolinearlo, e le nostre vite sono molto più povere. Anche Annalisa me lo dice: 'attorno a noi è tutta una merda'. Le spiego ad esempio che come forma d'arte, scrivendo io poesie, trovo interessante il rap – io lo ascoltavo negli anni '90, dal Wu Tang Clan agli NWA – ma non mi piacciono per niente i musicisti hip hop di oggi, sopratutto quelli italiani, che obbediscono ai dettami del mercato.

Ieri nella mia zona hanno suonato i Godspeed You Black Emperor!, ma non sono andato a sentirli. Stasera suonano a Bologna. Non andrò nemmeno al Milan Image Art Fair. Non capisco perché spendere venti euro per un biglietto per poter vedere foto la metà delle quali inutili, seppure ben inserite nel mercato. Quando ci sono andato due anni fa ricordo che poche cose mi hanno veramente colpito.

Più che altro mi sono soffermato ad ammirare vecchi cataloghi, come quelli di Araki. Non dico che le foto che ho scattato io ad Annalisa e a Emanuele, sotto gli occhi di Elena che li dirigeva, siano necessariamente più belle. A loro sono piaciute. Ma tra di noi circolava una energia diversa, quella della morte, che in molte opere che trovano anche esposizione io non trovo. E che quindi mi annoiano presto.

Ho usato molto il movimento in queste fotografie. Tutto è partito dal fatto che ho dovuto usare il flash. Le luci in sala erano basse, per favorire la concentrazione degli attori. Ho dovuto quindi fornire un po' di illuminazione artificiale alle mie creazioni. Ciò ha fatto sì che i tempi di otturazione si allungassero, per un motivo tecnico a me sconosciuto (amo gli imprevisti, e poi con Annalisa e i tempi di otturazione lenti ho una lunga storia).

Scie, movimenti, sfocature, imperfezioni si sono impadronite della scena creando immagini profonde, sporche. Come diceva Elia Koteas in 'Crash' di David Cronenberg, tratto dal romanzo di James Ballard, 'le profezie sono sempre lacere e sporche'. Il romanzo tra l'altro è stato pubblicato l'anno in cui sono nato. Annalisa è stata ad Auschwitz l'anno scorso, e mi ha detto che lì dentro l'umano ha vinto. Comunque.

Perché c'è stata una resistenza. Ho quindi rappresentato con le mie foto questi due esseri che 'resistono'? In un certo senso amare un altro essere umano ci porta sempre ad una dimensione presociale. E in questa cosa fuori dagli schemi che è l'amore noi ci tuffiamo invischiati dagli schemi che ci hanno formati o deformati nel corso dei nostri anni di vita in società, dalla nostra famiglia a ciò che abbiamo incontrato a scuola, sul lavoro, e così via.

Ecco perché fa così paura la inesistente 'ideologia gender'. Che qualcuno possa dirci che abbiamo tutti dentro una parte omosessuale, e che esplorarla ci permette di conoscerci meglio – questo lo dico io, non lo dice nessun educatore o teorico queer – fa paura. Ma lasciarsi andare alla paura significa rinunciare a sé. Vivere solo di una personalità forgiata dalla nostra vita ufficiale. Vivere a metà. E quindi: ben venga la slatentizzazione della violenza, anche solo tramite un teatro o una fotografia.


Se volete vedere tutte le foto che ho scattato martedì, cliccate su questo link.  



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