sabato 24 gennaio 2015

La Nera Signora

"No more right & wrong / yes it's gone gone gone / gone gone away" 

- Allen Ginsberg, 


Ieri mi sono come al solito perso per le strade di Milano. Ho percorso, macchina fotografica alla mano, lo spazio da Bande Nere a Cadorna in un'ora e mezza. Poi mi sono recato in una libreria dell'usato, dove ho trovato una raccolta delle ultime poesie di Ginsberg, che mi sono messo a leggiucchiare sul treno. La morte, se vissuta da uomini come lui, dev'essere un'esperienza meravigliosa. Ha persino trovato spazio per l'eros. C'è da meditare. Ma io non l'ho ancora capito: dobbiamo avere paura della Nera Signora o no?

Questa notte ho letto metà del libro di poesie di Allen Ginsberg che mi sono procurato ieri. Si tratta di un libro che lui stesso ha concepito consapevole della propria prossima dipartita. Ci sono poesie politiche, ricordi, calembour linguistici, blues, filastrocche strane, e nel leggerlo ho provato una forte componente di dolore e solitudine. Più che nel leggere certe poesie di Jukebox all'Idrogeno, la sua raccolta di poesie più famosa, che già mi aveva lasciato con l'immagine di Allen che vaga solitario per la città alla ricerca di immagini.

Qui sento un vecchio che grida nel deserto. Nel deserto americano. Ha la morte attorno e dentro. Eppure riesce a scrivere. Non so da dove abbia tratto la propria forza. E' certo che ho percepito quel deserto da dove egli ha scritto quei suoi lavori. Ero sconvolto e spaventato. Più tardi ancora - perché di notte i miei pensieri scorrono liberi in mezzo al nulla, quindi mi fanno percepire me stesso nel silenzio del mondo - ho visto un film di Marco Bellocchio sull'eutanasia (tra questo e le poesie è stata una bella full immersion) ma qui ho visto più che altro tecnica cinematografica, nell'accostare storie diverse in modo da creare un equilibrio narrativo.

Era un film che raccontava le reazioni al palesarsi della morte, alla sua vicinanza. Un film su quello che succede mentre la morte, in qualche angolo lì vicino, imperversa. Mentre compio questo viaggio nelle morti altrui, sento che tutto quello che ho attorno, la quotidianità, le persone che mi stanno attorno quando cammino per la strada, perdono di peso e di autorità ai miei occhi. Persi nelle loro vite, chiusi in esse, mi fanno pensare che il viaggio dentro il cuore della notte sia l'unico viaggio che apre all'infinità del tutto, che sia l'unica cosa che avvicina veramente all'altro.

Io non sto morendo, ma mi tengo un po' di quella patina addosso. E sorge la domanda su chi è l'altro, l'altro che mi avvicina e che si allontana. Cosa ci fa simili. Resto in attesa, in attesa di altri frammenti di questo viaggio. Un viaggio dentro il senso delle cose. Vorrei ritrovare nelle mie fotografie quello stesso movimento, ma so che mi viene più facile con le parole che ancora non avete letto, quelle delle mie poesie, per ora. Ogni tanto incontro persone che hanno percorso un pezzetto di quel viaggio verso il nulla, sono attorno a noi, basta soffermarcisi un po'.

La paura che non ci sia niente oltre è forte, ma non mi frena dal viaggio. Io devo sapere. Intanto noto oggi pomeriggio che ieri ho fotografato una coppia di teschi. Trovo questa cosa meravigliosa. Troverò qualcuno assieme a cui morire? Di persone che hanno affrontato una qualche forma di morte ne ho conosciute. Con alcune sono in contatto tutt'ora. Sono amici cui penso spesso, anche quando non comunichiamo direttamente. Persone che mi permettono di accedere ad un'area di me stesso sconosciuta senza di loro.

E' per esplorare quest'area che ho iniziato questo viaggio attraverso le esperienze della morte. Talvolta mi chiedo cosa significhino le parole o i silenzi dei miei amici. Se non mi stiano comunicando qualcosa a livello profondo. Quando non ci sentiamo, mi metto in silenzio per cercare di capire cosa stanno provando. E resto in ascolto. In questi giorni, ascoltando il silenzio di un'amica, mi sono connesso con la morte. Penso che tutto sia partito da un libro di Georges Bataille settimana scorsa, dove lo scrittore francese indaga il rapporto tra l'erotismo e la morte.

Ho immaginato lei capace di guardare in faccia la morte, e così mi sono ritrovato dopo qualche giorno con questi miei pensieri. Non è strano che ieri abbia fotografato due scheletri vicini l'uno all'altro (saremo io e la mia amica?) e che abbia preso questo libro di Ginsberg? Non è strano che ieri abbia fotografato anche una testa di un buddha – Ginsberg era buddhista? Se devo seguire gli indizi direi che le cose sono collegate. La mia amica, Ginsberg, me. Cosa mi starà comunicando questa amicizia? Io sento di essere entrato in un luogo scuro, selvaggio, che attiene alla morte e alla vita.

Un luogo che non mi lascia più andare via. Lo sento lambirmi il corpo, come rami di alberi, i pensieri, l'esperienza. Tutto il resto mi suona inutile. Una perdita di tempo. Immergermi qui invece mi costa fatica, sento che mi arrivano sensazioni e pensieri i più disparati, ma che fanno fatica ancora a trovare una forma definitiva. E' un luogo difficile da penetrare. Ma tutto il resto conta nulla. Perché qui mi ci ha portato una persona reale, mentre altrove vagherei semplicemente per la fatica di penetrare queste sensazioni, per la fatica di fare questo viaggio.

Mi lascio compenetrare da questo antro oscuro, lo attraverso come camminando su un letto di foglie autunnali. Fuori c'è il sole. C'era anche ieri. Dopo una settimana di pioggia e di tempo cupo, è tornato il caldo. Mi sono mosso ieri col freddo nel cuore, mentre la mia macchina fotografica puntava i suoi soggetti e scattava. Non vedo queste foto come oggetti artistici. Le vedo come estensioni del mio essere, di questa povertà vicino all'estrema uscita dalla vita che il mio animo sta attraversando in questo periodo, in questi giorni.

Non so dove mi condurrà questo viaggio, non so cosa incontrerò. Posso solo dire che attorno a me sento troppa vita. Troppe distrazioni. La quotidianità come dice Bataille ha i suoi rituali, che servono per scacciare da noi l'angoscia della dissoluzione. Ma ci sono molte porte che ci riportano lì. Per Bataille una di queste porte è l'erotismo. Per me sono state l'amicizia e la poesia. Ecco che quindi mi allontano da tutto, cercando l'illuminazione. Perché tutto quello che facciamo ha un senso, tutto quello che facciamo è un senso. Il mio tifare rivolta di qualche post fa, aveva anche questo senso.

Occorre avvicinarsi a tutto ciò che è scomodo, lasciare le certezze. Io ora le vedo per quello che sono: il nulla. Un nulla entro cui mi guida una presenza amica, con cui chissà se potrò parlare di questo viaggio, quando ci reincontreremo. Non posso saperlo, perché se stabilissi ora una destinazione, non sarei vero nei confronti del viaggio stesso. Vi posso solo esortare a compiere un viaggio simile. Lasciatevi guidare da quello che vi sta attorno, e vedrete che presto inizierete a esplorare. Lo scopo di questo viaggio vi si paleserà col tempo. Sappiate solo perdervi.




venerdì 9 gennaio 2015

Je Suis Personne

"Là fuori, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso. Ci incontreremo lì" - Rumi


Ieri come ogni giovedì scendo a Milano per fare delle foto. Esco dalla metropolitana di Gambara e proseguo fin'oltre l'Esselunga di via Novara. Lì c'ero già stato questa primavera, per intervistare un ragazzo transgender per un progetto che uscirà l'anno prossimo. Ho fotografato praticamente chiunque incontrassi per la strada, avevo voglia di corpi e volti. Casualmente la mia macchina era in modalità tempi quando l'ho accesa, quindi i primi scatti sono venuti sfocati per via del tempo lento impostato.

Sono tornato rapidamente alla modalità diaframma, e così ho iniziato a scattare alle persone che incontravo. Per un certo periodo sono stato preceduto da una coppietta giovane, che si stava recando in un mercatino dell'usato. Li ho visti entrare lì tenendosi mano nella mano. Ieri trovavo le persone interessanti, credo che quasi tutti quelli che ho incontrato fossero persone su cui valesse la pena soffermarsi. Non mi succede sempre quando cammino per la strada. In compenso a parte una chiesa, l'ambiente urbano non mi ha trasmesso molto.

Milano è una città dove o mi attirano gli ambienti, o mi attirano le persone. Raramente trovo attraenti entrambi nello stesso momento, e infatti quasi tutti i miei set fotografici dove cerco di catturare persone e ambienti contemporaneamente li sento spesso come sbilanciati. Rivedo le foto scattate ieri pomeriggio e poi sistemate ieri sera, e mi rendo conto che fotografare per me è un atto d'amore nei confronti della realtà, che la fotografia riesce a farmi amare di più la realtà. L'umanità per me è attrattiva se in bianco e nero.

Quando ho scoperto la fotografia un paio di anni fa, essa mi ha fatto una grande promessa. Di rendere il mondo un posto più abitabile. Sottraendo il colore. Riportando tutto a una essenza. In qualche modo ho sentito che questa scoperta dava senso alla mia esistenza. In qualche maniera, la fotografia ha riempito tutta una serie di buchi di senso. Trovo che nel mondo ci sia una grandissima mancanza d'amore. Quando ce ne rendiamo conto, di solito con l'adolescenza, ci si invita a 'crescere', ovvero ad accettare il mondo per quello che è, freddo e vuoto.

I film di Larry Clark trovo che dipingano molto bene questo mondo freddo e vuoto, mostrando le strategie che i protagonisti, di solito giovani adolescenti, mettono in atto per rimediare a queste mancanze. Il sesso, la violenza, gli skates, eccetera. Ognuno di noi si trova di fronte a un mondo che di per sé non ha un senso, e cerca di costruire le proprie relazioni con esso. Di abitarlo. Di modificarlo. Farlo artisticamente è un modo strano. Intanto perché teoricamente il mondo lo si lascia, di fatto, così com'è. Non lo si cambia realmente.

Ma non lo si lascia nemmeno completamente così com'è. Io me ne porto a casa frammenti che poi sistemo al computer, coi miei strumenti di post produzione. Fare questo significa credere nell'utopia, e significa anche credere che non è modificando direttamente la realtà che si può renderla migliore. In ogni artista c'è un po' di sfiducia nell'azione diretta, e c'è molta fiducia nel gioco. Per giocare, devi lasciare un po' da parte il tuo io adulto, e tornare un po' bambino. Perché gli adulti accettano il mondo com'è, con le sue leggi disumane, le sue disparità, tutto.

I bambini invece no. I bambini, il mondo, sognano di cambiarlo. E' così impellente questo bisogno che, se non riescono a modificare il mondo realmente, lo fanno con la fantasia. Ma così, vedono il mondo per come lo vorrebbero. Sanno quindi che cosa desiderano i bambini, a differenza degli adulti che di solito si lasciano definire da altri, da chi ha il potere ad esempio. E così il gioco dell'arte è un gioco rivoluzionario, un gioco pericoloso, un gioco dove c'è in ballo la vita. Per gioco posso tenere la macchina in mano, scattare a caso e raccogliere per caso un pezzo di anima.

Un frammento di realtà esterna che mi dice come sono 'dentro'. Queste corrispondenze sono intuitive e oniriche al tempo stesso. Sono un po' come i sogni, ci dicono sempre qualcosa di quello che siamo, di quello che desideriamo, ci raccontano il mondo come la realtà non sa fare. La realtà rappresenta il mondo come lo abbiamo creato, i sogni come lo vorremmo. La differenza tra l'una cosa e l'altra rispecchia il percorso che dobbiamo seguire per cambiarci. La creatività da questo punto di vista è la nostra spinta utopica.

Finito di scattare ho preso un autobus e la metropolitana, e mi sono recato in centro, ho gettato un occhio in qualche libreria. All'uscita, mentre mi recavo a prendere il treno, ho sentito potente un forte senso di inutilità per tutto quanto mi circondava. La gente che camminava coi pacchetti dello shopping, i negozi, i ristorantini. Mi sono chiesto cosa avessi da spartire con quella gente e mi sono risposto: 'niente'. E' bastato metter nello zaino la macchina fotografica. Togliere la creatività, quel processo onirico, perché non mi riconoscessi più nella realtà che mi circondava.

In fondo l'ho sempre saputo, non è una novità per me. Ma mi ha colpito la velocità di quella rivelazione. Una cosa repentina, subitanea, improvvisa. Che marca la distanza che ho voluto tra me e il mondo che mi circonda. Leggendo in questi giorni degli attentati al giornale satirico in Francia, io ho pensato 'Je ne suis pas Charlie, je suis personne'. L'essere nulla per il mondo significa non stare alle sue logiche, significa prendermi spazio per pensare, per ragionare, per non rispondere sull'onda di una emotività pavloviana. Io voglio essere Nessuno. In fondo Ulisse era un gran curioso, e il mondo lo ha conosciuto bene, compresi i suoi lati oscuri, no?




giovedì 1 gennaio 2015

Sogna e disubbidisci

"Le soluzioni immaginarie sono il vivere e il cessare di vivere. L'esistenza è altrove" - André Bréton


Dunque è finito un anno. Non che me ne importasse poi chissà che. Ho fatto e ricevuto auguri dalle persone che per me contano, ma mi sono sottratto alle festività. Mi sono dedicato a me stesso in questo periodo. Ho visto Un homme qui dort tratto dal romanzo di George Perec, e mi sono chiesto che potrebbe significare per me seguirne le gesta. Tenendo come punti saldi solo alcune persone, alcune situazioni cui sono legato per vari motivi. Sottraendomi a tutto il resto. Situazione affascinante.

Sogno una rivoluzione silenziosa fatta da persone che come me desiderano sottrarsi alla socialità obbligata sia nel lavoro che nel tempo libero, e che dopo essersi sottratte si riuniscano e fondino una società segreta, una nuova massoneria dell'anima dove occuparsi esclusivamente delle cose che li animano, che amano, che trovano indispensabili e vere. Per smettere di mentirsi. Per smettere di mentire. Per smettere di dare valore a cose che hanno un valore nominale per tutti apparentemente, ma che in realtà non ci aiutano a crescere.

Mi reco al cinema un paio di weekend fa con un amico, per rivedere, era la prima volta per me su grande schermo, 2001 di Kubrick. Un film grandioso, immagini bellissime, la lunga scena finale mozzafiato e commovente. Non c'è nulla da spiegare, c'è solo da lasciarsi andare, in una fiducia cieca e animata, a quello che compare sullo schermo. Sentite cosa mi dice il mio amico alla fine della visione: “Ma sì, il monolite è la catena del DNA” e “Kubrick si faceva dei grandi acidi sullo schermo”.

Ricordo quando mia madre e mia zia parlavano animatamente davanti al cadavere di mio padre, coprendo e nascondendomi con le loro parole la sensazione della morte. Ecco, ho provato più o meno la stessa sensazione. E mi sono chiesto: 'ma perché dobbiamo sempre usare il cervello? Perchè non possiamo lasciarlo spento, ché tanto non serve a niente se non a riempirci il cuore di stronzate?'. Ecco. Voi non sapete quanto sto bene quando sono solo, e mi circondo delle persone che mi piacciono.

Per piacermi non vi chiedo molto. Dovete solo avere avuto momenti di forte oscurità e averli vissuti. Perché è il nostro frequentare il buio, quello da cui tutti scappano anche nelle sale cinematografiche, ciò che ci definisce come esseri umani. Cosa significa frequentare il buio? Ve lo spiego tramite i sogni delle mie ultime notti. Tre notti fa ho sognato di essere ancora adolescente. Ero a scuola, e i miei insegnanti non mi volevano più lì, a scuola. Non ricordo per quale motivo. Ma ricordo che nelle ore di educazione fisica spaccavo. Anche senza l'approvazione di nessuna istituzione.

Due notti fa invece ho sognato di frequentare ancora un mio vecchio amico. Ascoltavamo insieme una canzone che non sento più da tanto tempo. Lui bollava i sentimenti espressi in essa come orgoglio. Io ci sentivo invece profondità di sentire, perché non è che le persone 'semplici' siano sempre le più oneste. Essere schiavi non fa di noi persone libere. Infine stanotte ho sognato che ero bambino, e che tra i miei amici ci stava Valentina Nappi, la pornostar, anche lei bambina. Avete mai fatto sogni così, che vi indicano che dovete correre in direzione ostinata e contraria?

Se la vostra risposta è sì, molto probabilmente mi piacerete. Sognatori di tutto il mondo, che amate starvene in disparte mentre la massa rugge per la guerra tra i poveri, o mentre si accontenta di oggetti, denaro, desideri di seconda mano, unitevi! Fondiamo una nuova internazionale onirica. Se Bréton è il vostro pane quotidiano, se avete mai provato nella vostra vita un po' di amour fou, o se avete incontrato almeno una Nadja, è venuto il momento di lottare per i vostri ideali. Per quella fusione totale col mondo vero, al di là delle parole.

E se potete, guardate tanto cinema sperimentale. Come Спаси и сохрани di Alexandr Sokurov o Вечное возвращение. Кастинг di Kira Muratova. Magari guardateli nel cuore della notte, mentre il resto del mondo dorme. Sono film che vi apriranno la testa, e non vi faranno più tornare indietro. Guarderete il mondo con occhio diverso, proverete tedio per la banalità del male quotidiana. Perché è così che deve essere. Questi ultimi dieci anni di regime ci hanno lasciato in eredità un mondo freddo, disumano, già occuparsi di arte in esso è arduo, figurarsi occuparsi dell'amore.

Dovete frequentare i grandi vecchi. Quelli morti o quelli che ancora sono vivi. Ma che in virtù della loro storia, provengono da un mondo che il neoliberismo ha sepolto assieme al libero, anarchico pensiero. A me piacciono solo le cose morte o quelle che stanno per morire. Quelle vive, in salute, che quindi si sono ben adattate a vivere nella nostra contemporaneità, non mi piacciono. Sono piante malate venute a un compromesso coi propri parassiti. Non hanno nulla di nuovo da insegnarci, nulla di vitale.


Per il nuovo anno quindi vi auguro di poter vedere questi parassiti per quello che sono, ovvero esseri che si nutrono del vostro sangue, e quand'anche non possiate scrollarverli di dosso, vi auguro di iniziare a nutrirvi di cose più sane, di cose che vengono dal regno dei morti, da quel mondo molto più libero che un decennio fa il potere ha voluto smantellare con tutte le sue forze perché voi non vi ritrovaste più. Vi auguro quindi di scoprire la vostra libertà, di lottare per essa, di soffrire e morire per essa, e non per seguire un diktat della prima persona che occupa inutilmente il vostro spazio vitale.