sabato 21 febbraio 2015

Un mondo finto e l'alta marea

“Perché non so scrivere qualcosa che possa risvegliare i morti?” - Patti Smith


Venti di febbraio. E' sera tardi, sono a casa, il pomeriggio ho cercato nuovi contatti per il mio lavoro di fotografo e ne ho messo uno in agenda, non ancora contattato perché una parte di me mi dice 'fermati, per un attimo, rifletti, non devi sentirti obbligato a creare'. Me ne sto sdraiato sul divano e leggo 'Just Kids' di Patti Smith, le pagine da 30 a 40. Patti parla del suo soggiorno newyorchese e della nascita della sua amicizia con Robert Mapplethorpe.

Il mio pensiero va ad una amica che ho sentito per telefono due giorni prima, e che se ne è stata a casa malata col suo compagno, per qualche giorno. Mi ha fatto bene sentire la sua voce. Lei è una persona vera. Non penso che riuscirò mai a scrivere quello che provo per questa amicizia. Purtroppo la lingua italiana in questo ultimo decennio è stata presa per la gola, assalita, deturpata, me ne rendo conto ora che scrivo poesie.

La lingua italiana non è pronta per descrivere una persona che ha avuto i suoi travagli esistenziali, che ora si è data alla creatività, e che ha un legame molto forte con le radici dell'esistere, con ciò che accomuna tutti noi, in maniera così incontrovertibile. Per lo meno, non può parlarvi di lei la lingua italiana sotto la mia dettatura. Sento che non ne ho le forze. Per questo sto lavorando con questa persona alla sua biografia, perché le sue parole sono diverse. Da lei posso imparare.

Parole più forti. Vergini. Incredibili. Questa persona di recente mi ha dato delle correzioni alle mie correzioni. Io ho trasformato il suo racconto in qualcosa di letterariamente più abbordabile, mentre lei mi ha detto appunto che quella forma non era adatta, che il racconto doveva essere più scarno. Per questo ho ripreso a leggere Mishima, per questo leggo il libro della Smith. Patti racconta che quando era piccola e aveva la febbre vedeva chiudendo gli occhi dei cerchi.

Anni dopo, a New York e grazie a Mapplethorpe, scoprirà che quei cerchi nella tradizione tibetana sono dei mandala. Patti è una persona vera, come questa mia cara amica di dieci anni più giovane di me. La mattina dopo averle telefonato mi sono alzato tardi. Perché il mondo che ho attorno è diverso da lei, è più finto, più borghese, più formale, meno incentrato sulla sostanza delle cose, e io volevo giacere con attorno al mio corpo il ricordo di lei, come fosse un talismano.

Non ne sono innamorato, ma le voglio molto bene. Vorrei che i miei sentimenti irradiassero il mondo cambiandolo. Ma sono solo a coltivare questo desiderio. Attorno a me vedo un mondo che vuole restare uguale a se stesso, anche quando si lamenta che c'è crisi. Per questo motivo devo staccarmene. Ho smesso anche di fare foto in queste ultime due settimane. Perché le foto che ho scattato in giro per Milano in questo ultimo anno sono foto che ritraggono il vuoto.

Non era così due anni fa. Ho rivisto delle mie vecchie cose, e mi sono reso conto che quando fotografavo con in testa le fotografie di Moriyama, ad esempio, fotografavo poi diversamente. Ero come Mapplethorpe che disegnava sotto l'influsso dell'LSD. C'era un sacro fuoco creativo, che poi rivedevo nei miei lavori, e mi ci riconoscevo. Delle mie fotografie più recenti, solo in quelle fatte al Pride o in quelle fatte ad Annalisa trovo un frammento di quelle visioni da cui ero invaso.

Quella specie di buco nero da cui estraevo le mie visioni andando in giro con la macchina fotografica è lo stesso luogo attorno cui gravito quando parlo con la mia amica lontana. Lei ne è come impregnata. Ho parlato di lei ad un'altra amica, che gestisce uno spazio a Milano dove si fanno concerti e performances. L'ho un po' difesa, perché in quel posto si fa arte un po' più edulcorata, mentre lei è più primordiale, ti prende per la gola colle sue performances e non ti lascia più andare via.

Alla fine sono riuscito nel mio intento, ma sono riuscito a capire anche che l'aria di Milano mi fa male. O che quanto meno, con le mie foto, non riesco più a far sì che la mia visione sia preponderante rispetto a quello che mi gira attorno, che è sempre uguale a sé stesso. Forse si è chiusa una fase, e devo solo aspettare e vedere cosa arriverà dopo. Forse in parte è anche il mio interesse per l'attualità ad essere responsabile di tutto ciò.

In questi ultimi mesi tramite i mezzi di comunicazione ho cercato di guardarmi attorno, ho visto video, letto articoli, fruito di trasmissioni dove si parlava di tante cose, alcune delle quali sono confluite nelle mie poesie, quelle che ancora non avete potuto leggere perché stanno in una chiavetta, sono ancora poche per poter essere pubblicate. Il razzismo a Tor Sapienza, gli sgomberi a Milano, tante altre cose che mi hanno mostrato un mondo fatto di violenza e ben poca poesia.

Io ho una idea particolare di poesia. Erano poetiche le mie foto finite sull'edizione digitale di Vogue. Perché erano foto in cui c'era un legame tra la vita e la morte. Mentre il mondo in cui vivo è un mondo che cerca l'ordine, ovvero la vita ad ogni costo. Manca il lato oscuro nel mondo che mi circonda. O forse io non sono ancora in grado di vederlo. O forse, meglio ancora, il lato oscuro nel mondo che mi sta attorno c'è ma è rinnegato, non integrato.

Si chiedono diritti, o si cerca di toglierli. Ma questo non è tutto. Questa lotta al ribasso che toglie valore all'essere umano anche quando la si combatte stando dalla parte del bene, e che mi attira perché ci sono in gioco esseri umani, quindi carne e sangue, che è ciò di cui sono composto anche io, è una battaglia per cosa ultimamente? Non fraintendetemi, è bellissimo che ci sia gente che lotta per avere una vita dignitosa. Ma non basta.

Per questo motivo sono sempre stato un po' al di qua rispetto al sociale. Per anni ho letto tutti i giorni il manifesto, e ero felice di guardare al cinema i film dei fratelli Dardenne. Anche perché la loro Rosetta aveva un segreto che condivideva solo con me, quel buco in cui non voleva finire e che invece da anni mi attira e attorno al quale gravito felice. E' un buco che cambia sempre forma e contenuti. Se cerchi di guardarci dentro, non ci riesci a cavare nulla.

Se ti ci allontani, perdi te stesso, e di te ti restano i vestiti. Comprati al mercato o fatti su misura in sartoria poco conta. Si parla sempre dell'involucro, non del contenuto. Il contenuto, il nocciolo, l'essenza, è mobile. Te ne puoi stare a letto a pensare ad un'amica, ed eccolo che appare, limpido e pulito, puoi ricevere soldi per le tue fotografie ed ecco che scompare. Ma non ci sono regole fisse. Dipende tutto da un filo sottile, che si può spezzare.

Un filo che puoi perdere, perché attorno a te sono le parole quelle che contano. I concetti con cui avvolgiamo, come dei vestiti, tutto quanto ci sta attorno. Le immagini dello spettacolo che come diceva Guy Débord vivono al posto nostro. Quando in settimana camminavo tra la gente, io sentivo che quelle persone non stavano vivendo le proprie vite. Vivevano altre vite, quelle che il Potere aveva deciso per loro.

Erano tutte persone finte. Quando la sera ho chiamato la mia amica, ho sentito invece che lei la sua vita la sta vivendo davvero. Vorrei poter gridare al mondo questa semplice verità. Vorrei che tutti se ne accorgessero, e che corressero ai ripari. Ma sarebbe il caos. Miriadi di esseri umani in panico che cercano di capirci qualcosa. Facendo. O peggio ancora, usando il cervello. In realtà penso che quello che farebbero è: lasciar perdere. Si rassegnerebbero. Lo sono già, rassegnati.

E io vago in questo mondo di zombies con le mie vecchie foto, con le mie poesie ancora da pubblicare, con le mie amicizie che mi scaldano il cuore. E sento che sono molto fortunato. Ma anche che sto rischiando tanto. So che è politicamente scorretto scriverlo. Quando sei un artista, tutto dev'essere friendly perché in fondo sei un creativo e un privilegiato, e per motivi di business devi stare lontano dalla tua biografia, devi lasciare che l'arte parli per te e parli il linguaggio del marketing.

Ma per una volta voglio andare controcorrente, perché seguendola non otterrei comunque nulla di interessante. Se nel mondo dell'arte c'è bisogno di dire che tutto va bene e di fare buon viso a cattivo gioco come nel mondo della alienazione lavorativa, stiamo freschi. E' stato questo il motivo per cui avevo smesso i panni del critico. Non avevo accesso ai tempi morti. E chi mi conosce sa bene quanto per me sia importante poter morire un poco, ogni tanto.

Ho con me le mie foto, le mie parole, le mie amicizie, e ho tutto il resto del mondo contro anche quando mi fa dei complimenti. Perché il mondo non sa a cosa ogni giorno rinuncia. Rinuncia a sentire, a uscire dai binari, a deragliare, mentre io in questi giorni ho sentito scosse forti, ho toccato con mano il tutto e il nulla, e mentre le creste della marea mi sopraffanno o mi trascinano in alto, incapace di dire, imparo il loro ritmo.

Potrebbe essere il senso del mio lavoro futuro, questo raccontare il flusso delle maree, oppure potrebbe vivere dello stare più vicino alla morte. Non lo so ancora. So che mi tengo strette le persone cui voglio bene, perché sono una estensione del mio lavoro. Sono la sua naturale prosecuzione. Fuori di me. Fuori dalle intenzioni. Fuori persino dai miei desideri. Ma esistono. Spesso sono lontane e non le posso toccare. Ma loro, possono toccare me. Dentro.




martedì 3 febbraio 2015

Lo Specchio

"Gli sguardi sono discorsi fatti in silenzio"


Oggi ha nevicato. Poco, ma una spruzzata di neve discioltasi subito è venuta giù. Ieri ho fatto delle foto in giro per Milano. Nei giorni precedenti ho recuperato una conferenza tenuta da un mio collega, che parlando di street photography spiegava come il fotografo che scatta per la strada faccia degli autoritratti. Mi piace molto questa cosa, l'idea che una persona cerchi frammenti di sé stesso per le strade, tra la gente, corrisponde a una mia caratteristica. Io trovo sempre frammenti di me stesso nelle persone che frequento, nelle mie amicizie.

C'è chi sta bene con se stesso e trova in sé tutto ciò di cui ha bisogno. Tra queste persone penso ci sia Allen Ginsberg, poeta che amo profondamente. C'è chi invece, senza creare inutili contrapposizioni tra inesistenti categorie di persone, trova negli altri particelle del proprio essere, e si serve degli altri per ritrovarsi. Credo che Antoine D'Agata potrebbe essere inserito in questa categoria. I suoi ritratti eseguiti a Phnom Penh secondo me sono un mirabile esempio di questa ricerca.

Ho provato a guardare le mie foto consapevole di questo, ovvero ho provato a guardare che cosa avevo catturato per cercare di capire cosa c'è di me nei miei soggetti. Mi sono soffermato sul ritratto di questa ragazza, che da un primo piano non completamente a fuoco mi scruta severa. L'ombra sul viso, si staglia contro quel condominio sullo sfondo mostrandomi che c'è una realtà nascosta in mezzo alla nostra normalità, quella che invoca meno arrendevolezza per gli italiani, a colpi di esclusioni nei confronti degli ultimi, per la paura di essere i penultimi.

Più avanti un'altra ragazza, la sciarpa davanti alla bocca, mi osserva anch'essa con sguardo severo, a fianco di un cancelletto che separa un giardino pubblico dalla strada. Queste figure nello stesso tempo guardano me e sono figure di me che interrogo lo spettatore. La stessa cosa avviene con un uomo straniero. Effettivamente da qualche mese, da quando le cronache ci dicono che siamo molto espulsivi nei confronti dei più deboli, io mi guardo attorno cercando di capire chi siamo, e sopratutto chi, in questo quotidiano confronto, mi è più simile e può essermi alleato in quella battaglia quotidiana che è la vita.

Ho scoperto che a Trento c'è un progetto in cui dei rifugiati politici vivono assieme a malati psichici gravi. Pare che la convivenza funzioni benissimo, perché nei paesi di provenienza dei rifugiati politici le persone con disturbi psicologici vengono normalmente tenute in casa, e non abbandonati in strutture, essi pertanto sono abituati a sopportare il disagio e a dialogare con chi ne è portatore. Ecco una situazione in cui, invece di creare divisioni tra categorie di soggetti in difficoltà, si è dimostrato che l'unione fa la forza.

Ma ho scoperto anche che negli OPG, che dovrebbero chiudere tra 58 giorni sebbene la legge li desse già per defunti dal 2012, continua a entrare gente. Inoltre pare ci sia stata una gara all'appalto per costruire strutture private che ne ricalcano il funzionamento, da parte degli stessi organismi che li gestiscono. E se quei volti che ho catturato rappresentassero l'ostilità a un mondo che tratta gli ultimi come dei rami secchi da estirpare, da non considerare esseri umani, da umiliare togliendogli l'umanità di cui sono portatori sani? Sapete di cosa sono pieni gli OPG? Di ladri di polli, quando non di persone considerate 'pericolose per sé e per gli altri', concetto labile che muta a mutar di bandiera.

Quanti pregiudizi, quante barriere, quante divisioni. Quante persone che soffrono per questi preconcetti, quanti soldi si muovono per approfittare di queste frantumazioni del sociale, quanti individui sono agiti da un'idea di umanità che taglia, che taglia con emozioni, con sentimenti, con parti di noi che restano lì, come simboli cifrati, chiusi, che nessuno vuole interpretare. Che povertà nella nostra umanità, quante difficoltà a comunicare. Basta poco per essere considerati meno umani. Troppo poco. Ho conosciuto persone intelligenti preda di trappole psichiche che ne hanno minato l'equilibrio e che si sono mantenute al di qua di quella barriera che separa l'umano dal non umano quasi per miracolo.

E sono gli individui che spesso si sono mostrati più feroci. Più feroci nell'escludere, nel ferire, nel separare, nel momento stesso in cui era facile fossero in crisi con sé stesse. Così da una parte abbiamo la 'normalità', ovvero tutto ciò che è sfuggito alle forbici e rientra nei canoni, dall'altra i sommersi, e in mezzo … noi. Perché noi non siamo dalla parte della norma, noi siamo ogni giorno in quella zona dove apparentemente si deve lottare per non essere scartati, ma dove sotto questa battaglia, come nella Bhagavad Gita, se ne combatte un'altra: quella per essere semplicemente noi stessi.


Chi se ne accorge? Vi è mai capitato di lottare per voi stessi invece che per una appartenenza? Se sì, allora vi sarete resi conto che il resto è spesso mera apparenza, che rischia solo di togliervi energia e capacità critiche. Ma vi sarete anche resi conto che se state veramente lottando per voi stessi, per i vostri veri desideri, il pozzo è senza fondo. Un desiderio tira l'altro. Non c'è fine alla scoperta di sé stessi. Nessuno può sapere dove potrete arrivare. Per questo vale la pena continuare a cercarsi, senza porsi limiti, senza avere paura di lasciarsi tutto alle spalle. Ci ritroveremo tutti al di là di quelle barriere che compongono la nostra quotidianità. Basta non avere paura.