sabato 25 aprile 2015

Senza sogni (nel ghetto)

"Il sogno costituisce la realizzazione di un desiderio, di un desiderio che la coscienza reputa magari vergognoso e che è proclive a ripudiare con stupore o con indignazione" -- S. Freud


Self Portrait with Violence I


Questa notte è stata una notte senza sogni. E' stata una notte arida, che ha gettato una luce sinistra sulla mia giornata. Mi ha fatto pensare a due autoritratti che mi sono scattato questa settimana, e ha donato loro nuove sfumature. Tutto è partito da una mia riflessione su di me come essere umano, e sui miei simili, le persone che posso vedere ogni giorno in casa mia o uscendo da essa. Questa riflessione è una prosecuzione di cose di cui discutevo con la mia amica Annalisa, che ormai conoscete perché è spesso soggetto della mia fotografia.

Potete recuperare queste riflessioni in questo post. Qui riferivo di una discussione che ho avuto in macchina con Annalisa mentre ci recavamo a Torino. Si parlava dell'inevitabilità della violenza, nelle nostre vite. Io sono convinto che la nostra mortalità, il fatto che prima o poi tutti moriremo, è il segno ultimo di questa inevitabilità. Noi vogliamo amare, vogliamo vivere, ma ultimamente questo velo che si strapperà e ci lascerà intravvedere il vuoto è un ostacolo a tutti i nostri progetti di felicità.

Senza contare tutte le forme di violenza che vediamo nella nostra quotidianità. Le varie forme di marginalizzazione di alcune fette di società, per quanto riguarda i loro diritti o addirittura le loro possibilità materiali di vita. Oppure potete pensare alle relazioni tra uomini e donne, all'incomunicabilità, alla violenza domestica o a tutte quelle forme più subdole di violenza che spesso alcuni di noi si trovano quotidianamente a dover sopportare.

Oppure ancora. In questa settimana ho passeggiato, senza macchina fotografica, per i luoghi in cui vivo, e ho visto gruppi di persone che occupavano il proprio tempo in compagnia in un modo che mi è parso completamente slegato da tutto il resto. Vivo in un piccolo paese, e quando lo attraverso vedo spesso gruppi di vecchi. Mentre nel paese vicino, che assomiglia a una piccola città perché in centro ci sono molti negozi, vedo molti giovani. L'effetto per me è stato quello di attraversare due differenti ghetti.

Self Portrait with Violence II
C'è una ragione a tutto ciò. C'è una norma sociale che ci impone come dobbiamo essere e cosa dobbiamo pensare. Chi non si conforma viene tendenzialmente marginalizzato. Ma anche chi si conforma vive all'interno di certe barriere, anche se ne è inconsapevole, e al mio occhio questa cosa si fa evidente. Il motivo ultimo è quello che vi ho esposto più sopra: tutti abbiamo paura di morire. Per questo motivo c'è gente che risponde a questa paura accumulando ricchezze a spese di altri individui e istituendo norme.

Gli altri subiscono queste discriminazioni o questo impoverimento semplicemente perché sono deboli, non hanno forza o strumenti per far sentire la loro voce e riappropriarsi di ciò che è stato loro tolto o negato. La violenza della vita. Tutto per me si gioca all'interno di queste coordinate. E' la paura della morte che scatena la violenza, o le varie forme di ineguaglianza, o di omologazione, che incontriamo quotidianamente per le nostre strade.

Ci sono artisti che si sono interrogati su tutto ciò e hanno risposto dando voce alle varie forme di marginalità che hanno incrociato nelle loro vite. Nan Goldin che negli anni Settanta dava voce alle comunità di cui faceva parte, alle proprie amicizie, ai propri affetti, o Antoine D'Agata che vaga alla ricerca di legami con persone marginali hanno cercato di contrastare questa onnipotenza della morte, e lo vedete anche dagli autoritratti che si sono scattati.

D'Agata ha sempre i contorni del volto semicancellati dal movimento o dalle sfocature, come se solo nelle relazioni che stabilisce trovasse un vero volto, fuori dal suo essere monade. Intuizione assai felice. Gli omofobi bigotti nemici della 'ideologia gender' direbbero che si tratta di un individuo senza radici, privo di identità, loro che sono nemici dichiarati del perdersi nei propri desideri come se essi, proprio in quanto superamento di ogni tabù, ci avvicinassero di più alla nostra mortalità.

Self Portrait by Antoine D'Agata
La Goldin è arrivata a immortalarsi dopo essere stata picchiata da un compagno, esplicitando così la violenza insita nei rapporti sentimentali. Ho sempre associato questo suo autoritratto a un'altra sua foto, un ritratto di Siobhan, una donna che è stata sua compagna, che si offre nuda alla sua macchina fotografica, e quindi priva di pericoli, donandomi così in un semplice uno-due un importante aiuto per comprendere la differenza tra la natura maschile e quella femminile.

Ho interrotto la scrittura per scattarmi altri due autoritratti, dopo l'ultima notte che ho passato senza sogni, quasi senza desideri. Volevo vedere a cosa assomigliavo oggi, dopo questa notte secca e senza radici nelle mie debolezze, nei miei conflitti. Non sono riuscito a trovare delle parole per descrivermi, ma almeno ho queste due immagini, che mi rimandano a una ricchezza interiore che cova sotto la cenere.

Come scrive Georges Bataille ne 'L'erotismo', tutti noi siamo mortali e il lavoro e la religione hanno sempre cercato di sganciarci dalla sensazione del nostro limite. Quanti di voi dopo aver letto dei 900 migranti morti al largo delle nostre coste la settimana scorsa sono tornati al lavoro felici, forse senza neanche badare più di tanto a quei morti? Questo 'miracolo' è frutto della vostra esistenza sociale. E' grazie al vostro appartenere alla società se non siete un po' morti anche voi, se non vi siete identificati con quei corpi senza più vita, se non vi siete sentiti morire anche voi.

E qui inizia un grosso equivoco. Forti di questo 'miracolo', voi vi sentite immortali. Una sensazione diversa dal senso di onnipotenza che prova chi soffre di disturbo bipolare nelle sue fasi maniacali, anche se un punto di contatto con questi individui l'avete: perdete il contatto con la realtà, in questo caso con la realtà di chi ha cercato di attraversare il mare per sfuggire alla povertà o alla guerra ed ha perso la vita per questo motivo.

Self Portrait by Nan Goldin
L'appartenenza alla società vi distacca da questi vostri simili che sono morti, dalla risonanza della loro sofferenza nella vostra carne. Lo fa anche rispetto a tutte le persone sofferenti che vi stanno attorno. Avete presente quando intervistano i vicini di casa di qualcuno che ha vissuto una tragedia, e quelli rispondono che non se lo aspettavano? Ecco, più o meno siamo a questo livello. La socialità si traduce in indifferenza.

Quello che forse è meno ovvio è che l'indifferenza verso l'altro è anche indifferenza verso di sé. Immaginate di svolgere un lavoro che non vi piace, ma di farlo perché comunque vi porta dei soldi. Il fatto di 'prestare' la vostra vita a qualcuno è una cosa vista come normale dalla società in cui vivete. Non vi sentirete alienati nel farlo quindi. Ma questo significa forse che la vostra alienazione sarà minore?

A cosa state rinunciando nel donare il vostro tempo in questo modo alla società? Alla ricerca di un amore? Alle lotte sociali che stanno intorno a voi? Allo sviluppo della vostra interiorità? Avete mai avuto la sensazione che tutte queste cose potrebbero far parte della vostra vita? Molti di voi no, non lo sospettano nemmeno. Non vi sembra allora che questa società vi stia chiedendo tanto, forse troppo, in cambio di due soldi con cui pagare l'affitto e procurarvi da mangiare?

Moltiplicate tutto questo per quanti siamo sulla terra, e pensate a tutti i problemi e le difficoltà che quotidianamente rimangono irrisolte per via dei nostri impegni, dell'alienazione quotidiana che viviamo, e vi renderete conto che siamo senza speranza. Viviamo dentro queste gabbie, piccole o grandi che siano, ma sempre e solo gabbie. E in più con la morte che incombe, e che un giorno ci spazzerà via senza che abbiamo vissuto un solo giorno della nostra vita.

Self Portrait without Dreams I
Credo che il discorso sia diverso per chi fa arte. Ma cosa vuol dire fare arte oggi nel 2015? Io ho una mia personale risposta. Per me fare arte significa prendere in mano quella macchina fotografica come ho fatto oggi. Scattare quei due ritratti, inserire la card nel computer e aprire l'editor e regolare la luminosità, il contrasto e la struttura delle mie foto fino a farle assomigliare a quelle che uscirebbero da lavori scattati su pellicola in bianco e nero. Rivedere me stesso allo specchio di una elaborazione artistica.

Non volevo assolutamente perdere me stesso oggi. Dopo questa notte. Volevo vedermi. Se avessi un lavoro 'normale', mi sarei recato sul posto di lavoro e avrei interagito con i colleghi, e mi sarei rassicurato nel vedere tutto oliato come nei giorni precedenti. Avrei pensato che il mio stato, l'aver accusato l'assenza di sogni, fosse tutto sommato 'normale', una strana impressione segnata da … come fate voi persone 'normali'? Cosa pensate per scacciare gli incubi lontani?

Passate da un frame all'altro, dalla vostra individualità alla vita sociale rifiutando la prima, e vivendo questo processo come fosse una cosa normalissima, senza pensarci due volte. Io no. Volevo guardarmi allo specchio e avere un ricordo di questa notte. Perché certi processi quando innescati producono effetti, e io voglio vedere nei prossimi giorni cosa mi succede. Tutti siamo immersi nel sociale, e i nostri processi interiori vengono minimizzati, passano in secondo piano. Ma io voglio ricordarmi di quello che mi succede, voglio pensarci.

Le cose che ci accadono dentro sono sottili, quelle che ci accadono dall'esterno muovono energie più grezze, più potenti, per questo prestiamo loro più attenzione, per questo le cerchiamo e ci mancano come una droga se ci capita di essere isolati. Ma non si può vivere di sola esteriorità, non si può vivere in funzione della nostra capacità di adattamento alla società, senza uno sguardo dentro che colga le infinite sfaccettature della nostra anima.


Self Portrait without Dreams II
E allora ecco a cosa serve l'arte: a relazionarsi con sé stessi e ad avere un occhio rivolto alle nostre energie interiori, quelle che la nostra vita sociale tende a negare. Perché la società vi dice che potete benissimo vivere senza di esse, e che anzi, essere adulti e responsabili significa rinunciare ai sogni. Guardate allora questi miei volti di adulto che non ha sognato. Cosa vi ricordano? Cosa vi dicono? Sono il volto di una persona perfettamente realizzata da un punto di vista sociale?

A me dicono cose diverse da queste. Mi ricordano ad esempio tutta la splendida arte di cui mi sono nutrito fino a qualche anno fa, tutta la splendida arte che ora è morta e non ritornerà più. Non so cosa l'abbia uccisa, ma so che c'è un legame tra essa e la mia assenza di sogni. So che siamo tutti più fragili, soli e manipolabili senza di essa, e so che le fiere della fotografia non mi restituiscono se non in minima parte la bellezza del passato.

Per creare occorre avere un'anima ricca, e oggi viviamo in un mondo molto più povero e non solo per la crisi economica. Viviamo in un mondo fatto di rabbie identitarie, che vorrebbero farci sentire a casa nostra mentre il resto dell'universo è in fiamme. Viviamo in un mondo di sfruttamento, dove è difficile non essere correi. Viviamo in un mondo dove è facile criticare chi prende in mano una reflex e si mette a scattare come se l'arte non potesse o non dovesse appartenere a tutti, anche nell'epoca del digitale.

Io non mi fido dei miei colleghi che vi dicono e si dicono che solo alcuni possono diventare professionisti. Dovete sbattervene di queste barriere. Dovreste tutti prendere in mano una macchina fotografica e scattarvi un autoritratto in un momento particolare come ho fatto io oggi, confrontarvici e non lasciare che nessuno sia padrone delle vostre emozioni e sensazioni. Non datevi via come invece state facendo. Se leggete queste righe, vi dico: resistete.


  

domenica 19 aprile 2015

Cielo sentimentale

"Con la scrittura ho ottenuto quanto cercavo. Ciò che, essendo per me un ammaestramento, mi farà da guida, non sarà quello che ho vissuto, ma il tono col quale lo riporto. Non gli aneddoti ma l'opera d'arte. Non la mia vita ma la sua interpretazione." 

- Jean Genet


Dalla finestra della mia cucina, versione polaroid
Non è facile per me ritrarre con la macchina fotografica il mondo in cui vivo. Intendo dire proprio il pezzettino di mondo in cui sono immerso quotidianamente, casa mia compresa. Eppure qui ho vissuto, non ininterrottamente, da quando sono giovane, con l'eccezione del periodo in cui ho frequentato le scuole medie e il periodo dell'università. Qui ho vissuto la mia infanzia e gli anni di liceo. Alla mia infanzia penso pochissimo.

Ero un bambino solitario, avevo qualche giocattolo e qualche libro – ho iniziato a leggere prima di frequentare la scuola dell'obbligo – e la mia famiglia era una classica famiglia inconsapevole, come ce ne sono molte da queste parti. Gli anni del liceo sono quelli che mi ricordo meglio, per via della mia passione per la musica che occupava tutto il mio tempo libero e per certe ombre e pensieri cupi che per qualche anno mi hanno assordato rinchiudendomi in un mio mondo parallelo.

Un mondo a parte che in qualche modo ho recuperato volontariamente e in cui vivo con molta più facilità ora che sono adulto. Era importante per me avere una continuità con un mio mondo interiore, convinto come sono che la vita sociale sia molto sopravvalutata, troppo, e che questo ci conduca a essere meno noi stessi, meno in contatto con le nostre emanazioni e energie spirituali. A pensarci bene, questo mondo interiore non l'ho mai completamente abbandonato, ed è per questo che ora lo lascio risplendere.

C'è poco a legarmi a questi luoghi. Intanto casa mia è troppo grande per i miei gusti. E troppo borghese. Quando mia madre morirà, la venderò per acquistarne una molto più piccola a Milano. Ma non smanio dal desiderio di trasferirmi. Le persone che ho in mente in questi giorni, amici o conoscenze importanti, non sono concentrate in un unico luogo, ma sono sparse in giro per l'Italia. Una mia carissima amica vive a Milano, un'altra sta vicino a Savona col suo compagno, un'altra persona che recentemente mi ha molto incuriosito vive a Torino.

Dalla finestra della mia cucina, versione cross process
Ho messo su un vecchio disco dei Pink Floyd, quando c'era ancora Syd Barrett, e mi sono fumato una sigaretta pensando a Nobuyoshi Araki, e in particolare alle foto che ha scattato dal tetto di casa sua dopo la morte della moglie Yoko. Questo è il legame tra la foto che vedete qui riprodotta con diverse elaborazioni fotografiche, in bianco e nero e a colori, ripresa questo pomeriggio dalla finestra della mia cucina, e le mie emozioni.

Gli anni Sessanta, come contrasta la musica che esce dal mio stereo con il paesaggio che mi circonda. Settimana scorso la Corte di Strasburgo per i Diritti Umani ha stabilito che a Genova, durante il G8 del 2001, c'è stata tortura. Lo sapevamo già tutti ovviamente. Lì a Genova tutti i sogni di rinnovamento sociale e le battaglie che intere generazioni hanno combattuto a partire dagli anni Sessanta hanno subito un violento smacco. Violenza primaria. Sapete cos'è?

Ovviamente il mondo che mi circonda in questo paese in provincia di Varese non se ne cura. A circa dieci minuti da casa mia c'è il cimitero dov'è sepolto mio padre, che era di destra. Parlavamo pochissimo, era difficile per lui comunicare con me che avevo una visione della vita diametralmente opposta alla mia. Eppure oggi, dopo essermi alzato tardi e aver mangiato ancora più tardi, guardando dalla finestra della cucina mi hanno colpito gli alberi che vedete in queste foto.

Mi hanno colpito i loro colori, le forme, questo soffice lasciarsi andare al vento, questo improvviso gonfiarsi della vita. E allora ho realizzato questo scatto un po' storto in maniera dolce, e lo ho elaborato al computer in cinque versioni differenti. La prima ovviamente è stata la versione in bianco e nero, che è il tipo di fotografia che preferisco, simulando un filtro verde. Anche Araki scattava in bianco e nero dal tetto della sua abitazione. Poi ne ho elaborato una versione polaroid, una vintage, una cinematografica e una versione in cross process.

Dalla finestra della mia cucina, versione vintage
Tutto questo mentre leggevo dei settecento migranti morti oggi nel nostro mare Mediterraneo. Sogni di libertà che si infrangono nei cupi pensieri della mia adolescenza. Alla fine a me tutto torna, quei settecento corpi provenienti probabilmente da Siria, Libia e Iraq mi ricordano il mio viaggio a Londra alla ricerca di lavori umili, il mio vivere a East Ham nella comunità mussulmana, i miei due appartamenti pieni di bangladesi, il cibo etnico, il gatto randagio rosso e nero che si intrufolava di notte, la piccola moschea squadrata e verde, peccato che allora non avessi con me la mia macchina fotografica.

Della fotografia mi sono innamorato dopo, una volta rientrato in Italia dopo sei mesi di quasi solitudine, eccezion fatta per i concerti di musica d'avanguardia e i sabati sera passati a ballare, tutte cose lontane dai miei coinquilini che vivevano vite emotivamente meno ricche degli stimoli che io andavo cercando – sono sempre stato attratto dalla sensualità e dall'estetica - e che poi sono confluite nei miei libri con le fotografie di Daido Moriyama. Quel bianco e nero che assorbe tutto, compresi i corpi al largo delle nostre coste, in un gesto quasi zen.

La fotografia mi ha fatto un'enorme promessa, qualcosa che anche oggi mentre lavoravo a questo scatto sentivo nelle mie ossa. La promessa di una comunione tra la mia parte adolescente, quella creativa, e la mia parte adulta, quella che nel pescare a piene mani nelle proprie emozioni non rinuncia all'esperienza. La mia parte adolescente è tutta contenuta in Kids di Larry Clark. Quel film mi ha fatto capire molto di quello che provavo quando ero ragazzo.

Da bambini e adolescenti siamo tutti molto primitivi – c'è chi rimane tale anche quando cresce – e molto vulnerabili per questo motivo. La nostra formazione, il periodo che passiamo da piccoli esseri umani, ci mette in stretto rapporto con la realtà e la sua violenza, la stessa che ha restituito oggi quei settecento corpi in mare, la stessa dei pestaggi della scuola Diaz. Qualcosa di primordiale e di vitale, legato all'istinto, qualcosa che è molto legato alla natura.

Dalla finestra della mia cucina, versione cinematica
Qualcosa che ho percepito come vitale oggi, quando ho montato l'obiettivo sulla mia macchina fotografica. Anche voler strappare un pezzetto di mondo dal suo spazio e relegarlo a una inquadratura è un gesto estremamente violento. Strappare alla realtà un frammento di spazio e tempo e successivamente manipolarne i colori come ho fatto io è un atto niente affatto innocente. Ma si tratta di un processo interiore, inconscio. Non sempre ce ne accorgiamo.

Quello della violenza del mondo in cui viviamo è un tema a cui non è possibile rinunciare, in sede di riflessione. La vita umana è minata in ultima analisi dalla nostra morte, che si oppone a ogni nostro slancio vitale. L'uomo ha inventato la civiltà per tentare di sfuggirvi. La creatività ci ricollega con questo nostro desiderio di non morire, con questo slancio vitale contrario alla natura e alla logica delle cose. Guardate questo panorama, e pensate solo al mutare delle stagioni nella realtà, negato in una fotografia.

Cosa significa fotografare, se non cercare di far sì che le cose accadano di nuovo? Pensate inoltre che quello che ho catturato con la mia macchina fotografica, riproducendolo qui, non è mai la realtà quanto la visione che io ho di essa. Quegli alberi coi colori alterati nel tentativo di riprodurre in digitale gli effetti di diversi bagni chimici. Non c'è nulla di naturale nell'arte, non è a caso se il mio artista preferito in assoluto è forse Francis Bacon. Ma quello che Bacon esplicita, lo potete trovare anche in scatti come questi. Io mi ci riconosco.

Guardo le differenti versioni della foto che ho scattato oggi e percepisco un mio gravitare attorno a esse, una mia insistenza, un persistere del mio sguardo su di esse, un cupio dissolvi. Io non sono più nel mio corpo, nelle mie sensazioni, sono in esse, ed esse, le mie fotografie, sono a loro volta la proiezione di un processo nel quale trovo la mia soddisfazione. Ho compiuto un viaggio che mi ha fatto allontanare da me stesso e mi ha fatto ritrovare in una realtà trasfigurata.

Dalla finestra della mia cucina, versione in bianco e nero con filtro verde
Questo processo creativo è tipico di chi ha una mentalità religiosa. La religiosità ti fa distaccare dalle passioni, percepite come disordinate, e ti allontana in questo modo dalla paura della morte. Per chi è religioso le passioni si equivalgono, e il desiderio si ricollega al suo antico nemico, la paura. Il processo artistico parte dal desiderio, il desiderio di uno spicchio di mondo, di un suo particolare, il desiderio di possedere, e ti porta a manipolare un oggetto che è l'equivalente emotivo di quel particolare.

Quegli alberi fuori dalla mia finestra visti attraverso le lenti della mia macchina fotografica non sono più quegli alberi reali, sono trasfigurati in un fascio di sensazioni di cui è addirittura possibile dare diverse versioni, il che significa che è possibile restituire a chi guarda sensazioni differenti a partire da un unico scatto. Ciò implica che il desiderio stesso si fa astratto, o forse più profondo. Si cerca di arrivare a una essenza di ciò che è reale, alla sua natura non biologica.

Che ci sia qualcos'altro al di là di ciò che è naturale è un mio vecchio tarlo. Che ci sia una realtà più vera al di là delle apparenze è ciò che ho sempre pensato, sin da quando ero ragazzo. Andare al di là di ciò che vedevo, non accontentarmi di quanto possiamo toccare, vedere, odorare, sentire, assaggiare. Da giovane, per me il sesso era un po' il modo principale per andare al di là delle apparenze. Desiderare un altro corpo era un po' il modo per sganciarsi dalla morale comune, da chi ti chiedeva di diventare adulto e responsabile, e non turbare l'ordine costituito.

A me la realtà interessa in quanto essere sessuato. Anche relazionarmi con quegli alberi là fuori dalla mia finestra significa cercarne l'aspetto estetico, il gusto sensuale. Ho mostrato le mie foto a mia madre, e quando è tornata in cucina, mi ha detto che gli alberi sembravano più belli, più colorati in fotografia rispetto a quelli reali. Le ho risposto, mentendole, che c'era un'ombra a oscurare l'albero centrale, e a nasconderne i colori.

Un cielo fotografato dal tetto di casa da Araki
Poi ho aggiunto, per correggermi, che gli alberi che ho fotografato sono diversi dagli alberi reali, ma non le ho spiegato il perché. E' questo legame sensuale, estetico, con la realtà, questa trasfigurazione, che fa delle immagini qualcosa di desiderabile, e che attraverso questo legame emotivo la realtà rappresentata in un qualsiasi oggetto artistico è una realtà spogliata dei suoi dati meramente sensibili per diventare realtà interiore.

Jean Genet scrive che Giacometti fa sculture per i morti. Ma ognuno di noi è quel morto che guarda, quell'essere che si ritrae dal mondo e si rinchiude nella propria ferita sessuata, nel proprio essere individuo diverso da tutti gli altri, sebbene tutti abbiamo trovato amore nelle nostre vite e questa equivalenza di ognuno di noi con tutti gli altri era per Genet la cosa più dolorosa in assoluto, ciò che per lui toglieva valore a ogni singolo invididuo.

E quindi anche oggi, come sempre, ho in realtà fotografato per indagare più a fondo quella cosa per me promettente che è il legame con la morte. Le differenti versioni della mia fotografia di oggi, più le guardo – e più le guardo e più vorrei indugiarvi con lo sguardo, perdermici dentro – mi parlano di morte, mi parlano di questo mio tentativo di annullare il mio rapporto con la realtà, con la menzogna della realtà, per andare più a fondo, per vivere il legame con ciò che la realtà esterna cerca di silenziare.

Ho sulla mia scrivania in soggiorno i miei libri di Genet e di Man Ray da sfogliare, cosa che farò stanotte. Di Man Ray in particolare ricordo la fotografia di una foglia 'artigliata', una foglia secca che sembra un vero e proprio arto che con forza cerca di strappare via la carta e uscire dalla dimensione piatta in cui è contenuta per emergere in tutta la propria grazia e determinazione. Quanto mi sono simili questi artisti che giustamente sono passati alla storia per quello che ci hanno raccontato del nostro vero mondo interiore.

Un'altra foto dal tetto di casa di Araki
Queste cinque versioni di un unico scatto si muovono ancora all'interno di una estetica molto convenzionale. Nulla a che vedere con le foto che vi ho mostrato settimana scorsa. Ma la cosa che mi ha stupito oggi è la loro perfezione, ovvero proprio il fatto che corrispondano a un processo artistico che è quello che vi ho descritto in queste righe, un processo che ha una sua controparte nella mia anima. Nulla è avvenuto per caso, sebbene tutto sia apparentemente superficiale – convenzionale – e esteticamente rassicurante – codificato.


Mi domando se in fondo qualsiasi artista viva di processi simili ai miei, se quindi, su un piano profondo, un ballerino di Amici e Kazuo Ohno si equivalgano, vivano le stesse tensioni. Ultimamente mi sento di rispondere che è così, la differenza è che Ohno è più consapevole di questo processo, di questo legame tra il desiderio e la morte, ed è quindi capace di renderlo più esplicito. Vi lascio qui il link dal quale potrete osservare le cinque foto in sequenza, in modo tale da potervi perdere in esse come ho fatto io, magari rassicurandovi della loro apparente innocenza.


sabato 11 aprile 2015

Ti Amo Troppo

"And I must be an acrobat To talk like this And act like that" - U2, 'The Acrobat'


E' il 7 di aprile. Pasqua è finita. Mi ritrovo verso mezzogiorno con Annalisa a Garibaldi, a Milano. Ci incontriamo per andare assieme a Torino, dove lei ha le prove col suo gruppo di teatro per uno spettacolo sulla violenza. Ci sono due persone sul palco, che si amano e si uccidono. E' la prima volta da un mese che prendo in mano la mia macchina fotografica. L'ho riposta perché vedo attorno a me un mondo omologato che non merita una narrazione, un racconto.

Annalisa mi racconta brevemente il contenuto dello spettacolo – leggerò il testo mentre aspettiamo l'inizio delle prove direttamente nella scuola che ci ospita – e così mi racconta di questi due personaggi, ma sopratutto delle prove. Una struttura costruita da tubi di metallo e lenzuola rappresenta una pancia, e lei e Emanuele, l'altro ragazzo con cui recita, devono interagire con questa pancia durante le prove. Mi torna alla memoria Out 1: Noli me tangere di Jacques Rivette.

Quelle prove dove gli attori improvvisano per portare qualcosa di personale, per cavare la loro individualità sulla scena, che spesso si risolvono in un nulla di fatto ma che nascondono il desiderio di dire e fare qualcosa di nuovo, qualcosa che venga dal profondo. Annalisa e Emanuele durante le prove del loro spettacolo hanno lavorato con le perversioni, e mi viene in mente Antonin Artaud.

“Come la peste, il teatro è dunque un formidabile appello a forze che riportano con l’esempio lo spirito alla fonte dei suoi conflitti. Ed evidentemente l’esempio passionale di Ford altro non è che il simbolo di un lavoro più gigantesco e assolutamente essenziale.

La terrorizzante apparizione del Male, che nei Misteri di Eleusi avveniva nella sua forma pura, ed era realmente rivelata, corrisponde al momento nero di certe tragedie antiche che ogni vero teatro deve ritrovare.

Il teatro essenziale è come la peste, non perché è contagioso, ma perché come la peste è la rivelazione, la trasposizione in primo piano, la spinta verso l’esterno di un fondo di crudeltà latente attraverso il quale si localizzano in un individuo o in un popolo tutte le possibilità perverse dello spirito.” (Antonin Artaud, da “Il teatro e il suo doppio”)

C'è un fondo di violenza nell'essere umano. Ne parlo proprio con la mia amica, e le dico che la violenza è inevitabile nell'uomo secondo me. Io credo che l'uomo sia violento per il fatto stesso di cercare di evitare di relazionarsi con la morte. Tutti siamo mortali. L'eros ad esempio ce lo ricorda, ci presentifica il nostro essere fatti di quel limite. Per questo l'eros spesso è tabù nella nostra società, per questo una pornostar non è considerata una persona seria.

Poi c'è tutta l'italianità fatta di promiscuità per cui se sei pornoattore o se fai BDSM devi per forza di cose essere attorniato da persone che ti chiedono cose ambigue invece di considerarti per quello che sei. L'italiano ha un pessimo rapporto col sesso. Penso che l'espressione 'puttanaio', nella sua declinazione 'ormai qui è tutto un puttanaio', renda molto bene la confusione che hanno i miei connazionali quando si tratta di vita in generale, figuriamoci quando si tratta di sesso.

Eppure è difficile trovare qualcuno che abbia letto Bataille, o Klossowski, o anche soltanto il marchese De Sade. C'è una superficialità nell'approccio alla cosa, il sesso è considerato un atto meccanico per il soddifacimento di un bisogno, poi c'è tutta la morale cattolica che confonde ulteriormente le acque e spinge molti a buttare tutto sotto il classico tappetino, per mantenere una pulizia di superficie.

Non conosco molte persone che hanno approfondito i propri desideri e ne hanno una consapevolezza. Proprio perché muoversi in quel territorio significa esplorare la propria finitezza, la propria mortalità. Lo aveva capito bene anche Pasolini all'epoca di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Affrontare la morte, e quindi l'erotismo, è difficile. Non hai agganci su Sky, e nemmeno se vai dallo psicologo se per questo.

E quindi ero interessato a queste prove dove si improvvisa sul testo utilizzando una grande pancia di stoffa in cui entrare, o uscire, da percuotere, grattare, da appendercisi, da accarezzare o maltrattare. Mi ricordo di Testori, il suo stare 'nel ventre del teatro'. Sostare nel ventre dell'arte è un bel modo di morire. Ci ho passato gran parte della mia vita, ascoltando musica, frequentando spettacoli, scrivendone. Apparentemente sei passivo, non agisci, ma in realtà la tua testa viaggia e si accendono tante luci.

Oggi di meno. Viviamo in un mondo molto più omologato anche solo rispetto a tre o quattro anni fa, non mi stancherò mai di sottolinearlo, e le nostre vite sono molto più povere. Anche Annalisa me lo dice: 'attorno a noi è tutta una merda'. Le spiego ad esempio che come forma d'arte, scrivendo io poesie, trovo interessante il rap – io lo ascoltavo negli anni '90, dal Wu Tang Clan agli NWA – ma non mi piacciono per niente i musicisti hip hop di oggi, sopratutto quelli italiani, che obbediscono ai dettami del mercato.

Ieri nella mia zona hanno suonato i Godspeed You Black Emperor!, ma non sono andato a sentirli. Stasera suonano a Bologna. Non andrò nemmeno al Milan Image Art Fair. Non capisco perché spendere venti euro per un biglietto per poter vedere foto la metà delle quali inutili, seppure ben inserite nel mercato. Quando ci sono andato due anni fa ricordo che poche cose mi hanno veramente colpito.

Più che altro mi sono soffermato ad ammirare vecchi cataloghi, come quelli di Araki. Non dico che le foto che ho scattato io ad Annalisa e a Emanuele, sotto gli occhi di Elena che li dirigeva, siano necessariamente più belle. A loro sono piaciute. Ma tra di noi circolava una energia diversa, quella della morte, che in molte opere che trovano anche esposizione io non trovo. E che quindi mi annoiano presto.

Ho usato molto il movimento in queste fotografie. Tutto è partito dal fatto che ho dovuto usare il flash. Le luci in sala erano basse, per favorire la concentrazione degli attori. Ho dovuto quindi fornire un po' di illuminazione artificiale alle mie creazioni. Ciò ha fatto sì che i tempi di otturazione si allungassero, per un motivo tecnico a me sconosciuto (amo gli imprevisti, e poi con Annalisa e i tempi di otturazione lenti ho una lunga storia).

Scie, movimenti, sfocature, imperfezioni si sono impadronite della scena creando immagini profonde, sporche. Come diceva Elia Koteas in 'Crash' di David Cronenberg, tratto dal romanzo di James Ballard, 'le profezie sono sempre lacere e sporche'. Il romanzo tra l'altro è stato pubblicato l'anno in cui sono nato. Annalisa è stata ad Auschwitz l'anno scorso, e mi ha detto che lì dentro l'umano ha vinto. Comunque.

Perché c'è stata una resistenza. Ho quindi rappresentato con le mie foto questi due esseri che 'resistono'? In un certo senso amare un altro essere umano ci porta sempre ad una dimensione presociale. E in questa cosa fuori dagli schemi che è l'amore noi ci tuffiamo invischiati dagli schemi che ci hanno formati o deformati nel corso dei nostri anni di vita in società, dalla nostra famiglia a ciò che abbiamo incontrato a scuola, sul lavoro, e così via.

Ecco perché fa così paura la inesistente 'ideologia gender'. Che qualcuno possa dirci che abbiamo tutti dentro una parte omosessuale, e che esplorarla ci permette di conoscerci meglio – questo lo dico io, non lo dice nessun educatore o teorico queer – fa paura. Ma lasciarsi andare alla paura significa rinunciare a sé. Vivere solo di una personalità forgiata dalla nostra vita ufficiale. Vivere a metà. E quindi: ben venga la slatentizzazione della violenza, anche solo tramite un teatro o una fotografia.


Se volete vedere tutte le foto che ho scattato martedì, cliccate su questo link.