domenica 7 giugno 2015

La morte e il femminile

E così esattamente due settimane fa, in una domenica di sole come oggi, ma molto meno calda, mi sono recato al Cimitero Monumentale di Milano. Sotto il sole che disegnava ombre diffuse e dure, circondato da persone che omaggiavano i loro amati defunti o turisti che visitavano le tombe di morti eccellenti, l'odore dei fiori forte, ho fotografato 174 statue funerarie. Le ho elaborate poi durante la settimana successiva, e le ho pubblicate tutte sui miei social network.

Le foto hanno avuto successo sopratutto su Tumblr: molte persone le stanno rebloggando anche adesso, a una settimana dal termine della mia pubblicazione del progetto. Come al solito le foto hanno quelle imperfezioni che mi piacciono tanto: spesso le ombre nascondono parte delle statue, magari il volto, la parte più significativa, e il bianco e nero dona particolarmente a queste immagini, che sono piaciute tanto a persone sparse per il mondo che non conosco di persona.

Il mio scopo era respirare l'atmosfera della morte, mia vecchia ossessione. Tutti dobbiamo morire. Quando moriremo, abbandoneremo tutte le persone e le cose che amiamo. Quando morirò la fotografia non mi seguirà nella tomba. Cosa significa veramente morire? Ricordo la morte di mio padre, coi medici negligenti e il personale dell'ambulanza grottesco. Una morte stupida, forse evitabile. Ma accaduta, irreversibile.

Eppure la prima cosa che ho pensato quella domenica è che purtroppo stavo fotografando la morte dei ricchi. Il cimitero monumentale di Milano è considerato luogo di visita artistica, pari in questo all'altro bellissimo cimitero che sta a Staglieno, a Genova. Chi ama i Joy Division avrà sicuramente presente la tomba presa da lì che sta sulla copertina di Closer, l'ultimo disco della band di Ian Curtis.

A ripensare a quell'immagine non mi viene esattamente in mente la sperequazione sociale, quell'immagine è sufficientemente lugubre per spazzare via il pensiero che solo chi è ricco può permettersi una tomba del genere. Eppure a me in quella domenica milanese era più che evidente: solo chi è ricco può permettersi una rappresentazione della morte. Chi è povero alla morte non pensa allo stesso modo, probabilmente.

Sarà per questo che, almeno qui in Italia, chi è povero spesso è così conformista – lo dimostra ad esempio il successo di Salvini alle elezioni di domenica scorsa - mentre chi è ricco è più anarchico, anche se magari nasconde questa sua indole, per quieto vivere, sotto la patina del perbenismo più becero? Che legame ha dunque la morte con la libertà? Credo che le due cose abbiano un legame molto forte.

Forse c'è chi crede di poter comperare la morte. Ricordo quando frequentavo una scuola di buddhismo che molte persone si vantavano di fare ricche offerte alla scuola. Anche per questo motivo l'ho abbandonata. Non mi interessava frequentare un posto dove le persone si comprano la pace e allontanano le paure a suon di banconote. Eppure, triste dirlo, è quello che succede. Mi ricordo quello che mi disse a riguardo una donna transessuale, che si professa buddhista.

“Se ti senti povero dentro, ti comporterai da persona povera. Se ti senti ricco dentro, ti comporterai da persona ricca”. Eppure è forte per me la tentazione di vivere in povertà interiore, contribuendo anche a creare un'arte povera. Anche se mi fa paura il conformismo della 'brava gente normale', quella che si lamenta perché ci sono italiani che vivono in macchina mentre altri occupano o mentre si nutrono in hotel i 'clandestini'.

E' un dubbio insanabile per il momento. Quando mi sono innamorato della fotografia, vedevo quei magnifici documentari su Daido Moriyama e Nobuyoshi Araki, e sentivo che la fotografia mi stava facendo una grande promessa. A anni di distanza, sento che quella promessa ancora aleggia nell'aria, che quando ad esempio realizzo un progetto con un'amica come Annalisa quella promessa si compie, ma quando lavoro in solitaria quella dicotomia tra ricchezza e povertà si fa sentire.

Forse che la ricchezza interiore è solo una proiezione della ricchezza esteriore? Forse che si tratta solo di una illusione, forse che noi arrediamo la nostra anima, ammesso che una cosa simile esista, esattamente come una persona facoltosa si compra una bella casa e dei bei mobili? Ma perché allora chi non ha risorse economiche spesso è ben lontano dall'immagine del rivoluzionario alla Che Guevara che lotta contro le ingiustizie e invece fomenta la guerra tra poveri?

Come è sfiancante questa distinzione tra psyche e soma, tra anima e corpo. Tra essere e avere. E se l'essere fosse una estensione dell'avere? Altrimenti come si spiegherebbe che il ceto medio basso in una città come Roma sia così vicino a associazioni razziste e omofobe come Casa Pound, almeno a vedere la televisione o i filmati che circolano in rete? Tutto questo per me sfocia in un dilemma. Devo prodigarmi per avere di più, o devo sforzarmi di avere di meno?

Quale posizione mi permetterà di crescere e svilupparmi come essere umano? Quali mezzi mettere in campo? Ho studiato religioni orientali anni fa, me lo ha ricordato la recente esibizione di Anthony Braxton a Torino col suo Sonic Genome, e le mie intenzioni erano le stesse che muovevano questi musicisti afro americani che ora sfavillano per creatività quando anche non più giovani.

Mentre le nuove generazioni non sono altrettanto brillanti in fatto di coniugare il pensiero teorico con la prassi musicale. Anzi, come iniziavo a notare mentre scrivevo di musica e iniziavo a frequentare festival internazionali di musica improvvisata, sulla scena iniziavano a far capolino generazioni più vacue, fedeli a una forma musicale, neanche tanto elaborata, ma priva di punti di riferimento intellettuali di un certo tipo. Vuoti.

Era la dittatura neo liberal che iniziava a infiltrarsi anche nel mondo creativo, con tutti i danni che esso effettua anche oggi. In tre quattro anni quel mondo è cambiato, mentre io mi spostavo al mondo della fotografia abbandonando la mia mentalità agnostica, ma interessata alla spiritualità, per diventare più ateo, e nello stesso tempo più interessato alla sovversione tramite l'arte. Al punto che le foto che ho scattato per Milano lo scorso anno mi sono sembrate più vuote di quelle di due anni fa.

Perché due anni fa stavo ancora imparando a scattare, e vedere certe forme, luci e ombre, delinearsi nei rettangoli delle mie fotografie mi lasciava con addosso la sensazione di aver avuto accesso a un mondo potenzialmente rivoluzionario, mentre ora quando giro per le strade di una città sento che la mia pelle entra in contatto con un mondo molto, troppo piccolo borghese. Un mondo che si pone solo il problema del consumo.

Eccomi dunque di fronte a due quesiti importanti per il mio sviluppo artistico cui ora come ora non so dare una risposta. Il primo problema è quello dettato dalla realtà del fatto che tutti dobbiamo morire. Cosa ci dice l'arte sulla nostra natura mortale, sulla nostra mortalità? Come la illumina? Come l'arte può sconfiggere la morte o relazionarsi ad essa in un modo o nell'altro? E poi, ricchezza o povertà? Cosa mi permetterà di scavare a fondo meglio dentro me stesso?

Mentre queste domande mi rimbombano in testa, scrivo a Eva. Eva è una ragazza giovane, di venti quattro anni. E' di origine italiana, ma vive in Germania dove può fare regolarmente e senza problemi il suo lavoro, la prostituta. Ha avuto problemi con l'eroina e altre droghe, perché anche i suoi genitori ne erano dipendenti e lei li vedeva bucarsi sin da quando era bambina. Dalle foto che pubblica sul suo blog non è esattamente il mio tipo di donna, ma mi interessava come persona.

Eva non mi ha ancora risposto. Le ho chiesto di poter diventare amici. Forse non sono ancora capace di avvicinarmi a quel tipo di persona. O forse è troppo abituata a sentirsi dare della puttana dagli italiani che la contattano e quindi magari di me che in Italia ci vivo non si fida. Ma io continuerò a cercare persone come lei. Penso che in fondo siamo tutti prostitute, e chi sceglie di fare quel lavoro è potenzialmente più onesto degli altri.

Perché sceglie di andare al nocciolo della questione. E poi il sesso è un po' come la morte: tutti proviamo desiderio e per molti il desiderio è uno scandalo, ci costringe a venire a patti con la nostra natura e a mettere da parte tutte le sovrastrutture. Il desiderio è terapeutico, esattamente come il relazionarsi con la morte. Non è per tutti, infatti tutte le religioni tentano di distaccarcene, ed è per questo che ultimamente le guardo con molto sospetto.

La mia cara amica Julia (in alto a destra trovate il link al suo blog) mi ha chiesto di aiutarla con una performance. Verrà qui a Milano il mese prossimo per parlarmene, ma via telefono abbiamo già iniziato a discuterne i dettagli. Lei è una persona vera. Si relaziona sempre col dolore nel suo lavoro, e questo non è da tutti. In lei ho ritrovato quello che mancava al mondo dell'arte quando lo ho abbandonato per dedicarmi alla fotografia. E' una persona indispensabile, e spero che col tempo abbia il successo che merita.

Julia eseguirà una performance molto forte, di fronte a un pubblico selezionato che parteciperà attivamente. Mentre scrivevo questo post mi ha telefonato, e mi ha detto che sa di poter contare sempre su di me. Cosa che a me fa molto piacere. E' una persona speciale, e sono contento di condividere con lei il suo percorso artistico. E' una delle cose che azzera tutti i miei dubbi, quelli che ho condiviso in questo breve spazio con voi che mi leggete.


Forse la chiave per capire il mio approccio alla vita è la relazione che ho con le persone cui voglio bene. Hanno tutte un contenuto forte che esprimono tramite la propria artisticità. Le nostre relazioni non sono segnate dall'appartenenza a un gruppo (un gruppo artistico ad esempio) ma dai nostri legami di amicizia. Dato che sono tutte donne, spesso mi domando che ne è del maschile, dell'uomo, nella mia vita, ma forse la nostra società è così tanto incentrata sull'uomo che probabilmente, nelle mie ricerche, ho bisogno di altro. E allora, lasciamo che sia così, senza indugi o rimpianti.