lunedì 26 ottobre 2015

La Mala

Dopo un paio di mesi di pausa mi ritrovo a lavorare di nuovo con Elena e Annalisa. Ci vediamo di domenica presso il nuovo spazio teatrale di Misteria, in zona Niguarda a Milano. Nel parcheggio interno del palazzo ci sono dei gatti che si crogiolano al sole sopra i cofani delle automobili. Nello spazio teatrale ci sono un pianoforte e una pianola elettrica, su cui improvviso due accordi. Ci arrivo partendo dalla nuova metropolitana lilla, è la mia prima volta lì. Sono partito da Garibaldi.

Di fronte allo spazio teatrale trovo Elena, verso le tre e mezza, con in mano un pacchetto di biscotti. Annalisa ci raggiunge qualche minuto dopo in macchina e ci porge le chiavi dal finestrino. Elena mi sta parlando delle nostre conversazioni via mail. Pare che le abbia castrato le possibilità di argomentare dopo averle scritto che 'il Potere ha vinto'. Che le nostre vite sono tutte irregimentate. Elena quando non lavora per il Teatro I e per Misteria fa la cameriera lavapiatti, e mi dice che i rapporti di potere col suo capo sono la replicazione di un modello sociale diffuso.

Eppure mi esorta a cercare altro, anche se io in questi mesi di fermo ho trovato un mondo brutto di fronte a me, con pochi spurghi creativi e molta, molta omologazione. Non è un caso se mi sono fermato coi miei progetti, socialmente attorno a me non c'è nulla che io vorrei documentare. Mi sono anche allontanato dalla fotografia. Solo il giorno prima il mio amico Giovanni mi ha inviato una tesi sul fotografo cecoslovacco Miroslav Tichy, e dopo aver guardato le sue opere ho rivisto le mie vecchie fotografie con sguardo nuovamente interessato.

Dovrei anche rivedere la mia attrezzatura, fare un salto di qualità, cercare nuovi dispositivi più professionali attraverso i quali realizzare le mie opere, ma a parte i costi mi frena un po' questo estetismo di cui scopro di essere in parte schiavo, non ostante le mie realizzazioni vadano in direzione opposta. Lo scopro in una pausa di lavoro con Elena, dove le dico che quando scatto durante le prove io cerco comunque di realizzare belle immagini, mentre secondo lei io dovrei cercare di catturare momenti d'amore tra me e Annalisa, come fa Araki quando fotografa.

E' che oggi mi sembra tutto così aleatorio. Elena e Annalisa provano forsennatamente lo spettacolo che andrà in scena domenica prossima da settimane, hanno inondato il palco di vestiti usati e di pesce puzzolente e Annalisa sul palco ha ancora dei tentennamenti, fatica a volte a tirar fuori la sua parte folle e fragile, grottesca, e qualche volta favorisce invece il (melo)dramma, la tecnica. Elena la sprona, mentre io mi aggiro attorno a lei per catturare qualche istante di verità, o qualche istante fotogenico, lei che è sempre prodiga di complimenti per il mio lavoro mentre io.

Intanto le luci sono basse e quindi quasi tutte le foto vengono sfocate. Spesso mi piace questa cosa, in uno dei miei scatti odierni ritrovo le stesse tensioni dei volti fotografati da Antoine D'Agata, le stesse sfocature e lo stesso urlo. Ma spesso gli scatti che realizzo sono semplicemente inservibili. Quelli che mantengono un senso, li rivedo oggi pomeriggio al computer, sono all'incirca una quindicina e mi lasciano con la sensazione che comunque il meglio dello spettacolo teatrale stia ancora fuori dalla rappresentazione.

Riproviamo per quattro volte la prima parte dello spettacolo, quello in cui Annalisa – La Mala racconta al pubblico la propria nascita e il primo omicidio da lei commesso per salvare la vita alla propria genitrice. Elena è prodiga di consigli. Annalisa inizialmente non è ben disposta, perché reduce da conversazioni telefoniche con compagni e collaboratori che le hanno tolto un po' di forza e la proiettano nel teatro invece che nel gesto osceno. Ma Elena è lì per rimetterla in carreggiata, e tra loro due le cose funzionano molto bene.

Io sono perso tra la mia esigenza di cogliere immagini 'belle' (perché questo attaccamento all'estetica, non ostante le belle foto create con fotocamere artigianali e imprecise che ho visto ieri?) e il bisogno di verità che la mia macchina fotografica cattura quasi non ostante me. La notte precedente questa sessione ho fatto un sogno il cui senso era ricordarmi una cosa che avevo imparato da giovane con la mia educazione cattolica, ovvero che 'siamo tutti peccatori'. Eppure oggi proprio non mi va questa inclinazione filosofeggiante.

Sono ateo, e credo che dovremmo allontanarci dal linguaggio religioso. Eppure spesso mi trovo a rituffarmici. Seguendo i consigli di Elena ho dato un'occhiata al lavoro di Angélica Liddell, che a suo modo è una artista autenticamente religiosa, per quanto agli occhi di molti blasfema. Ma mi trovo a disagio con quelle pulsioni dell'anima. Sono dilaniato tra il non esserci nulla a parte il corpo e la consapevolezza che solo col corpo non andiamo lontano. Eppure vedo tutto il mondo fermo attorno a me, e i più fermi di tutti sono proprio coloro che credono nello spirito.

Resto al centro delle mie contraddizioni, o meglio delle contraddizioni del mio sapere, mentre d'istinto vorrei vivere di uno scarto, a lato, con una marginalità 'massimalista', capace cioè di produrre scienza, mentre tutto quello che vedo attorno a me è voglia di omologarsi e sparire in una maggioranza grigia e anonima, in una normalità che non dà nulla a nessuno ma che toglie a tutti le nostre bellissime variabili umane, il nostro coraggio di lottare per amore, per il desiderio, per la bellezza, per gioco.

Trovo che le mie fotografie scattate in questa sessione siano in fondo fedeli ai miei intenti, ma mentre scattavo non ne ero per nulla consapevole. In questi due mesi ho trovato solo un piccolo film di Kim Ki Duk a ricordarmi quali sono le tensioni che mi abitano. Tutto il resto è stato noia. Noia sopportata con saggezza, ma in fondo inutile zavorra. Non una nuova persona è entrata nel mio orizzonte, non una nuova forma d'arte – tranne il fotografo cecoslovacco visto ieri per la prima volta – e tutto questo mi sembra molto poco per oppormi alla forza di gravità cui vi accenno.

Eppure Annalisa è reale, ed anche Elena. Mi hanno reso partecipe di qualcosa che assieme a poche altre cose ha un nucleo di verità che è più forte di quanto considero negativo, e in fondo con le loro vite, le loro domande, le loro saggezze mi rendono partecipe di un movimento che si discosta dal nichilismo profondo di questa epoca. Me ne accorgo stamattina quando guardo la timeline di Facebook, popolata da notizie che provengono comunque dai miei amici, e sento un forte senso di disaffezione mentre bevo il mio caffé e mi fumo una sigaretta.

Il mondo che mi circonda è per lo più un mondo morto, o morente, eccezion fatta per quelle presenze che come Elena, Annalisa, Julia e pochi altri in qualche modo condividono con me lo struggimento di esistere. Una condizione dove certe domande esistenziali partono dal profondo, da una tensione che nasce dal porsi certe domande e che si realizza in uno spettacolo teatrale, in fotografie, in percorsi esistenziali spesso difficili ma in cui ogni persona che ho in mente e che mi fa compagnia anche quando sono solo si afferma a me come necessaria.


C'è una specie di magia, flebile ma ancora attiva, che mi mantiene attaccato alle cose essenziali, alle persone per me essenziali. Esiste, rema contro tutto il mondo, ma ancora mi mantiene vivo. Una magia che è quasi un ponte su un mondo alternativo. In mezzo a voi esistono queste presenze, quasi misteriose, che in mezzo a questo mare di merda omologata non accennano a placarsi e vi offrono scorci ampi su un mondo altro, ancora tutto da realizzare, in futuro. Io me le tengo strette, questa è la mia decisione.