lunedì 9 novembre 2015

Into The Aquarius

Da un paio di settimane il mio percorso si è arricchito con nuovi compagni di viaggio. Sono i ragazzi di Into The Aquarius. Si tratta di una compagnia teatrale meticcia nata all'interno di un vecchio insediamento industriale milanese, composta da attori, fotografi, videomaker, registi, dj, scrittori, counselors. Il concept e la regia sono di Alessandra D'Agostino, fotografa, autrice e sceneggiatrice oltre che regista teatrale.

Il teatro che propongono è un teatro sperimentale, interattivo ed emozionale. Un teatro che non vive della separazione tra performers e pubblico, ma che si nutre della loro mescolanza. I performers interagiscono tra di loro non necessariamente a livello verbale, ma magari tramite il corpo, o le emozioni. Abbiamo già iniziato le prove per un nuovo spettacolo che si terrà a dicembre, anche se già il 21 novembre il gruppo presenterà uno spettacolo dedicato alla figura di Narciso.

Infatti Into The Aquarius presenta uno spettacolo almeno una volta ogni mese e mezzo, in situazioni sempre diverse. Nel 2013 ad esempio hanno performato durante il Milano Pride, la manifestazione dell'orgoglio omosessuale che da anni si snoda per le vie cittadine colorandole di diritti e corpi non allineati. Il gruppo ha avuto una certa fase di espansione, ora ha perso alcuni performers – perché magari si trattava di persone che hanno vissuto un certo periodo a Milano per studio o lavoro e che ora sono tornati a casa.

Pertanto si cercano nuove figure che possano sostituire le vecchie, e che possano prendere parte con le loro caratteristiche al gruppo. Io sono presente sia come fotografo che come performer. Ho partecipato a due prove del mercoledì sera, quando ci ritroviamo in un circolo Arci che ci presta la sede vicino a piazza Piola come performer, e come fotografo a una prova per lo spettacolo del 21 novembre questa domenica. In questo post potete vedere le foto da me realizzate durante le prove.

Prosegue quindi la mia attività come fotografo di teatro. Annalisa è stata molto contenta di sapere che mi dedico al teatro anche come attore, abbiamo senz'altro molte cose in comune e a breve riprenderemo anche le nostre sessioni per lo spettacolo La Parola dell'Altro per Misteria, l'altra compagnia teatrale con cui lavoro. Non penso di aver trovato ancora la forma definitiva al lavoro artistico che voglio compiere, ma gli stimoli ora come ora non mancano.

Mi rimane sempre addosso la sensazione di vivere in un mondo di finzione, di pura illusione, dove ognuno di noi ha a che fare con una socialità condivisa che in qualche modo irregimenta le nostre pulsioni più profonde, e che a questo punto della storia dell'umanità noi non sappiamo dare più un nome a queste nostre pulsioni. E' alla ricerca di queste che vago con la mia macchina fotografica, come ho fatto ieri.

Ci siamo trovati di primo pomeriggio presso l'altra sede di Into The Aquarius in via Paullo, in zona Porta Romana, al secondo piano di un istituto linguistico con molte sale libere, completamente prive di mobili, con l'eco delle nostre,voci, dei nostri passi e del nostro martello, quello che abbiamo utilizzato per realizzare un breve video per lo spettacolo del 16 dicembre. Stanze illuminate da una luce naturale che ho sfruttato per realizzare i ritratti dei miei collaboratori, per poi servirmi del neon durante le prove – la luce era molto bassa e aveva bisogno di un rinforzo.

Il Narciso che abbiamo provato è un Narciso che rifiuta di farsi ingabbiare dall'amore. Rifiuta gli altri, e io credo che il motivo di questo rifiuto non sia la fuga verso l'insicurezza, ma la ricerca di una immagine interiore che gli altri non sono più capaci di supportare. Pensieri tra uno scatto e l'altro, che mi si palesavano mentre i miei compagni performavano. I corpi difficili da congelare da uno scatto mentre si muovono, ma sempre potenzialmente affascinanti.

Ho uno scambio dialogico con Simona sul significato dell'amore, durante una breve pausa. Forse ho bucato il muro sociale dell'omertà, parlando di ciò di cui non si deve parlare. Dopo un'ora e mezza di prove ci lasciamo, ci salutiamo stringendoci le mani o baciandoci e poi ognuno per la sua strada. Io torno a piedi a Porta Romana, e mi fermo in un McDonald's per mangiarmi una brioche e bere un succo di frutta. Non c'era nient'altro aperto in questa domenica pomeriggio.

A casa rivedo le foto e la prima cosa che mi colpisce sono i ritratti: la luce naturale ha fatto un bel lavoro. Poi dopo aver cenato riprendo anche le altre fotografie, quelle delle prove, scartando quelle più improbabili e selezionando quelle più adatte a rendere conto a chi le osserverà del lavoro svolto. Si tratta di immagini che in qualche modo devono mostrare queste interazioni con Narciso, recitato a turno da tutti gli attori, questo suo sottrarsi alle altre persone che lo cercano.

Ogni attore rappresenta una persona che ha amato Narciso e che da lui è stata allontanata. Tutti perdoneranno Narciso alla fine, dicendo che lo fanno perché lo amano. Ma io con una parte di me sento che il vero motivo è che tutti sanno di essere inadeguati, che in fondo Narciso sente che la sua parte più potente non viene accolta, riconosciuta, che i suoi istinti non vengono visti, che i suoi moti dell'animo non vengono condivisi in queste relazioni.

Sarà un riconoscimento o una forma di auto protezione quella che permette agli altri personaggi di perdonare Narciso? Sono curioso di avere il quadro completo sabato 21 novembre, nel frattempo ho catturato questi momenti dai quali emerge una sospensione del giudizio, dove ogni espressione nell'avvicinarsi e nell'allontanarsi è colta nella sua purezza, nella sua mancanza di fine, di storia, di racconto, e penso di avere allora colto dei momenti puri, assoluti, non finalizzati.


Questo è forse il senso del mio lavoro. Strappare dei brandelli di verità, dei frammenti di qui ed ora, lontani da una narrazione che è mettere tutto al proprio posto, accomodare, ricucire, fare la morale, in un ipocrita senso di onnipotenza che è quello di voler decidere, di voler dettare una direzione, di voler trasmettere un messaggio sociale, di indirizzare le coscienze verso un fine superiore, quando noi in realtà veniamo prima di questo senso, e se vogliamo essere noi stessi dobbiamo dimenticarlo.