sabato 5 dicembre 2015

La Mala, finalmente sul palcoscenico

E così La Mala, lo spettacolo di Annalisa, arriva a Milano. Inizialmente rappresentato a Torino a fine novembre, va in scena nello spazio dove facciamo le prove in via Rotta, zona Niguarda. Andrà nuovamente in scena il 18 dicembre a Macao. C'è un intenso odore di pesce in scena, lo stesso che vedete in una delle mie fotografie. Il pesce è ovunque: sulle sedie, in mano al pubblico, sul palcoscenico.

Rappresenta la coscienza della protagonista, questa materia da cui promana l'odore della morte. Almeno per me. E' giusto recitare in un sottoscala. L'arte deve ripartire dal basso. Per anni ho scritto di teatro, di musica, di arte, e ho visto l'arte sfiorire. Delicatamente. Ogni giorno. Per eccesso di professionalità. Per paura di scavare dentro i nostri abissi. Per paura. Oggi non vado quasi più a vedere nessuna mostra, nessun concerto, nessuno spettacolo.

Perché so già cosa mi aspetta: la noia borghese. Il mondo si è diviso in due. Da un lato ci sono gli ultimi, i reietti, da un lato ci sono gli integrati. L'arte si è sempre posta il problema di essere un punto di contatto tra i due mondi, il mondo dell'eccezione e il mondo della norma, per farci ridefinire la norma in funzione dell'eccezione. Ma oggi quasi più nessuno si assume questo compito. Oggi l'arte è carina, fa ridere per lo più, si vuole ironica e intelligente.

E così la si è uccisa. Con l'uso del cervello. L'arte vera è fatta di viscere. Mi ricordo ancora i monologhi testoriani di Andrea Soffiantini e Adriana Innocenti, la musica post punk, le contorsioni sexy noir di Lydia Lunch, il free jazz afroamericano che parlava di radici ma anche di spiriti e fantasmi, la fisicità della voce di Diamanda Galàs, le contorsioni, i graffi e le lesioni di tanti performers.

Dov'è finito tutto quel sangue? Annalisa ne ha portato un po' in scena con la complicità di Elena. L'odore del pesce marcio. Il sangue. Quella figlia di una prostituta. Siamo tutti così. La vita è marcia. Fino al midollo. Non so di cosa spesso si accontentano i miei simili. Il lavoro, gli affetti. Cose che chiunque ci può portare via in un secondo, e che in base a una operazione di marketing del potere spesso vediamo condizionarci fin nei nostri moti più intimi.

Avere dei soldi, avere una stabilità sociale fatta di rituali. La famiglia, il denaro. Ancora oggi nel 2015 per molti sono queste le cose che contano. C'è chi ancora persegue un ideale di famiglia dettato da dogmi religiosi e da una 'tradizione' che secondo loro, addentando le proprie radici nel passato, sarebbe l'unica forma compiuta su cui si regge la nostra società. Che è qualcosa da non mettere mai in discussione, ma da adorare come se fosse un'intricata selva di ragioni e doveri.

E c'è chi in nome di questa selva di ragioni è pronto a negare le ragioni di altri, perché non arrivi ad essere istituzionalmente riconosciuto. C'è chi è pronto a sacrificare otto ore della propria giornata a un posto di lavoro alienante, che puzza di vera e propria prostituzione della propria mente e del proprio corpo, e tutto questo senza battere ciglio. C'è chi svende la propria mente a un'idea di società che è quella voluta dal potere.

E che svende il proprio corpo a un luogo dove svolgere delle attività in cambio di denaro, con cui ottemperare ai propri doveri (le bollette, l'affitto o il mutuo) e poi gestire il proprio tempo libero (nei centri commerciali). C'è, e c'era già quando scrivevo, gente che va a teatro o ai concerti come se si recasse in un centro commerciale per comprare quello che più gli si adatta, senza lasciarsi trapassare da un'intuizione sfolgorante sul nostro nulla, sul precipizio in cui tutti prima o poi incappiamo.

Annalisa domenica era lì per ricordarci che siamo tutti nati in un mare oscuro, da una madre che forse non sa con esattezza cosa fare del proprio amore, e che lo vende per denaro, e che nel nostro percorso di crescita umana incontriamo tutti la nostra propria capacità di uccidere. Con quell'odore di pesce che non ci lascia mai, quell'odore che proviene dal fondo oscuro del nostro mare interiore, dalle nostre onde, dal viavai delle emozioni e dei pensieri.

Rivedo le foto che ho scattato a quell'evento, le mie foto che ad Annalisa piacciono sempre tanto, e rivedo il suo corpo stagliarsi quasi sempre contro il nero assoluto. Il nero del profondo oceano. Quel liquido nero e scuro è la nostra vera vita. Da esso noi traiamo le nostre energie. Di questo sono ancora convinto, dopo essermi ripulito dai miei studi sulle filosofie orientali di qualche anno fa, quando, mescolandole col pensiero di Jung, ero convinto che avessimo un'ombra.

Un'ombra dal quale trarre alla luce le nostre energie più profonde. Ora, dopo aver riconsiderato tutto ed essermi riconosciuto come ateo, a distanza di tempo, credo ancora che quel mare scuro e nero, pieno di pesci, di creature viventi come noi, sia l'immagine esatta della nostra vita interiore. Una vita interiore dove la morte e la vita si intrecciano, e da cui la nostra vita sociale cerca di allontanarci.

Perché la nostra vita sociale si basa sul maldestro tentativo di scongiurare la nostra capacità di donare sia la vita che la morte. Basta davvero poco per essere assassini. Che vi dicono le notizie che da mesi circolano sui giornali di persone che uccidono in casa i propri ladri? Ma non solo. Basta poco per mettere da parte quella persona che ci dà tanto fastidio, perché con la sua vita ci ricorda dei nostri conflitti irrisolti.

Siamo tutti capaci di uccidere. Più difficile è donare la vita, il movimento opposto. Per farlo occorre rinunciare a sé, dimenticarsi di sé per un momento. Tutte le religioni parlano di questo momento come del momento più alto nella vita di un essere umano. Hanno creato tecniche, dalla preghiera alla meditazione, per arrivarci. Ma poi in fondo esiste una cosa che è la diversità di ogni essere umano dall'altro, e allora ognuno di noi arriva a quel momento solo per vie misteriose.

Per vie difficilmente etichettabili e trasformabili in un sapere. Perché esiste qualcosa che sta al di fuori di ogni tradizione, di ogni umana e accettabile conoscenza, che esattamente come il dare la morte ci pone al di fuori della socialità o della socializzazione e ci inchioda alla nostra individualità, a quella cosa che molti definiscono col termine di anima, e che in realtà consiste nella nostra capacità di offendere o guarire l'altro.

Il personaggio che Annalisa interpreta uccide perché non sa più guarire. Ma in quegli omicidi lei è vera. E' reale. Non è un tassello intercambiabile di un tutto predeterminato dall'altro. Non è una pedina. Dissemina la realtà di eventi incontrollabili, di variabili impazzite, che non possono che interrompere una seducente e noiosa tranquillità, una inutile routine. Ogni omicidio è un miracolo di cui lei si riveste, un miracolo rovesciato di segno negativo ma della cui importanza non si dubita.

Nelle foto che le ho scattato ho colto degli sguardi tristi, pensosi, ma anche una espressione di attesa e di attenzione, di apertura all'altro. Sguardi che non colgo quando vago per le città, coi volti rivolti alle vetrine o agli schermi degli smartphone in metropolitana. Ricordo ancora quando due anni fa ho scattato delle foto in giro per la città e sui mezzi pubblici vedevo quegli esseri alienati. Avevo pensato ad Annah Arendt, alla banalità del male.

Quando sento tutto ciò, che non è mai frutto di una riflessione razionale ma l'incontro tra immagini che catturo dal mondo reale e una serie di sensazioni, tutta l'attenzione estetica che domina l'arte di chi oggi come me fa fotografia viene meno. Me ne frego di avere la macchina fotografica più potente, la lente più performante, la tecnologia migliore. Quello che conta è altro. Il 'cuore', l''anima' di ciò che catturo.

Quell'anima che è visibile solo a chi guarda, e non a chi cattura una immagine. Davanti a me le cose succedono, e io in quanto essere pensante svanisco. Mi ritraggo. Araki diceva che per fare fotografie devi essere senza sesso. Ecco, per me è la stessa cosa col cervello, con la mia parte razionale. La spengo. I pensieri devono allontanarsi, deve risuonare quel buio, quel mare. Per questo spesso durante lo spettacolo mi sono commosso. Perché mi sono sentito vero.

Perché ho sentito Annalisa vera. In quel mare oscuro che è il nostro nucleo più sensibile è possibile di tutto. Come può la mia arte fotografica essere onesta e vera nei confronti di tutto questo? Conosco un solo fotografo che riesce a tuffarsi a piene mani in questo abisso e uscirne con delle voci interessanti, e quel fotografo è Antoine D'Agata. Tutto il resto, tutte le foto che quotidianamente vedo sui social network, in confronto è nulla e mi annoia.

Butterei tutto a mare – appunto – per riprendere l'anima delle cose come lui. Ma poi penso che quello è lui, e che non ha senso imitarlo. Ma sento anche che siamo tutti molto più educati di lui, molto più normalizzati di lui, molto meno capaci di tuffarci dentro il nulla e di guardare dentro l'occhio che ci osserva dalla cima della piramide. Il mio sguardo non ha ancora finito di sgrezzarsi, di lasciarsi indietro le forme ben definite, di rinunciare all'estetica.


Forse non sono ancora così libero come lui di guardarmi dentro, e fuori, senza preconcetti e senza pregiudizi, di urlare con la mia propria voce. O forse ho una voce diversa. Semplicemente. Forse non è il grido a dominarmi, ma un'altra dimensione. Forse il mio sguardo è più limpido, meno viscerale. Eppure quegli abissi mi chiamano, e sento che prima o poi mi ci tufferò, a cercare le vere forze che mi agitano e che mi rendono unico rispetto a qualsiasi altro essere umano.